10. Bioculture:
Perché la sofferenza?

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Talora può capitare di fissare l'immagine di un viso sofferente, a tratti tirato in una smorfia di fastidio che accompagna una mal celata sensazione di impotenza di fronte ad un momentaneo stato d'animo o di salute che sembra sovrastare ogni possibilità di reazione. Inizialmente rabbia, rancore, rigetto possono impossessarsi della persona che soffre e che rifiuta la propria condizione o che l'accetta in una prospettiva di transitorietà. Poi, tra speranza e rassegnazione, si naviga alla ricerca di qualche certezza da condividere con coloro che si sentono colpiti da un analogo sentimento di disagio o che comunque sono capaci di comprendere quello degli altri. Può comunque anche capitare che la sofferenza susciti atteggiamenti più o meno sottintesi di ripulsa da parte di chi teme di poterne venire in qualche maniera contagiato, alimentando diffidenza e distacco nei confronti della persona sofferente.

Leopardi Severino Cavalli Sforza

Tra gli animali più vicini agli umani si possono registrare situazioni di tolleranza verso il soggetto che soffre ma anche stati d'animo che sconfinano nell'aggressività. Spesso domina l'indifferenza e ciascuno è lasciato al proprio destino. Non mancano comunque casi in cui un individuo trasferisce cure ed attenzioni verso un suo simile sofferente, soprattutto se a costui si è legati da parentela o da una consuetudine di vita condivisa.
Ma qual'è il significato biologico che assume la sofferenza e che tipo di giustificazione le può essere attribuito in ambito evoluzionistico? È in altri termini lecito ricercare per essa una possibile interpretazione adattativa? In genera la sofferenza rimanda ad una condizione alterata, più o meno transitoria, in cui un soggetto può precipitare a causa di un non ottimale funzionamento delle proprie condizioni fisiologiche. Un trauma legato alla semplice casualità di eventi contingenti può determinare la comparsa di uno stato patologico. Così, ad esempio, se hai infilato la mano nella fessura della porta che tuo figlio sta chiudendo, può disgraziatamente capitare che ti ritrovi con un dito schiacciato! In tali casi il dolore che ne deriva riflette la perdita improvvisa ed imprevista di un equilibrio fisiologico prima esistente e pone il soggetto nella condizione preferibile, anche di postura, per assicurare un possibile recupero delle funzionalità alterate. La sofferenza è dunque una delle strategie adattative forgiate dalla selezione naturale nel corso dei tempi, per cercare di fare vincere agli organismi, momentaneamente non sani, la loro battaglia nei confronti degli eventi disattivanti che li hanno colpiti.
Nel caso di una malattia infettiva la sofferenza può essere provocata da situazioni fisiologiche di deviazione dalla norma prodotte nell'individuo ammalato quali adattamenti per combattere gli ospiti indesiderati. La febbre, che è associata ad emicrania e ad una caratteristica sintomatologia dolorifica, è il frutto di un processo storicamente determinato dalla selezione naturale, in grado di contrastare le strategie manipolative indotte dall'agente infettante, regolando la temperatura corporea in maniera tale da trovare un'ottimale forma di equilibrio tra le esigenze di potenziamento delle difese immunitarie e i costi metabolici associati all'aumento della temperatura corporea. In un ambito naturale, la sofferenza può dunque essere intesa come una forma di adattamento che contribuisce a pilotare il soggetto colpito verso un pieno recupero funzionale.
C'è comunque da tenere in conto che non sempre è facile individuare quali stati di sofferenza sono indotti come riflesso di adattamenti utilizzati dall'individuo ammalato per combattere gli ospiti indesiderati, siano essi virus o batteri, e quali invece sono prodotti da questi ultimi come specifica strategia adattativa indirizzata alla propria riproduzione e moltiplicazione. La tosse, che provoca una fastidiosa sensazione di malessere, è una risposta adattativa per liberare la gola dagli agenti infettanti ma potrebbe anche essere il frutto di un'abile strategia manipolativa attuata dai batteri influenzali attraverso la secrezione di una particolare sostanza capace di scatenare il riflesso della tosse e quindi permettere ad essi di trasferirsi in nuovi ospiti. La sofferenza può dunque sottendere, come risulta da tali circostanze, uno stato di conflitto in atto tra gli adattamenti dell'individuo ammalato e quelli dell'agente infettante. Processi di tipo coevolutivo, guidati dalla selezione naturale, tendono in genere a spuntare le variabili a più alta patogenicità, le più conflittuali e dolorose, e a mantenere la media della popolazione intorno a valori ottimali di risposta fisiologica per ciascun determinato ambito infettivo.
Si possono avere anche situazioni in cui i processi selettivi naturali non hanno avuto sufficiente tempo per adattare gli organismi a nuovi contesti ambientali. Alcune patologie oggi estremamente diffuse, come molte forme tumorali o alcuni stati di psicosi depressiva, possono essere il risultato di una incapacità degli individui di adeguarsi ad una massiccia immissione di inquinanti di nuova sintesi nell'ambiente o ad un'organizzazione sociale in rapida evoluzione. In tutti questi casi, la sofferenza vede svilito il suo ruolo di agente compartecipe della fase di recupero e finisce con l'aggravare il quadro complessivo in cui si viene a trovare il soggetto ammalato. L'uso di farmaci in grado di alleviare il dolore è una conquista della moderna ricerca scientifica che ha permesso di migliorare la qualità della vita perfino in presenza di patologie per altro verso devastanti. D'altronde, per situazioni fisiologiche normali che comportano un alto grado di dolore, come il momento del parto, è possibile da tempo intervenire con farmaci che alleviano notevolmente le doglie. Una crescente sensibilità, seppure ancora abbondantemente minoritaria, tende oggi a riconoscere anche a soggetti non umani la possibile presenza di momenti sentiti di sofferenza che richiedono la doverosa applicazione di opportune terapie antidolorifiche.
Esistono comunque altre forme di sofferenza che traggono origine e maturano in contesti psicologici e sentimentali. Rientrano in tale ambito i mali d'amore che assumono una valenza universale e coinvolgono, a livelli di percezione differente, qualsiasi organismo animale dotato di un sistema nervoso complesso e in grado di riprodursi sessualmente. Estenuanti manipolazioni comportamentali, corteggiamenti elaborati e defatiganti, scontri irruenti tra individui dello stesso sesso per la conquista del partner sono la materia prima che governa i processi pilotati dalla selezione sessuale. Il principio della scelta, che è elemento caratterizzante questa forma di selezione, e che colloca ciascun soggetto nella posizione di dovere scegliere il proprio compagno o essere scelto tra tanti, impone comportamenti che se da una parte sono forieri di momenti di felicità, dall'altra non lesinano a nessuno patimenti. Amor, ch'a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m'abbandona. / Amor condusse noi ad una morte... - è il tragico racconto di Francesca a Dante. Chi mette il piè su l'amorosa pania, / cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale; / che non è in somma amor, se non insania, / a giudizio de' savi universale... - ammonisce la vicenda di Orlando che per amore perde la ragione. La sofferenza legata alle vicende amorose è intimamente connessa all'atto di dovere attuare delle scelte, che d'altra parte sono condizioni irrinunciabili dei processi governati dalla selezione sessuale. Per tale strada hanno comunque fatto la comparsa nel modo biologico il senso del bello, l'altruismo, la generosità, le doti morali, le più alte espressioni dell'intelligenza, tutti elementi che ciascun soggetto ha cominciato ad apprezzare nel potenziale partner, favorendo nel tempo l'affermazione di tali aspetti che nell'uomo hanno raggiunto la massima espressione.
Una particolare sofferenza è tuttavia patita in maniera specifica dall'uomo a differenza degli altri animali: essa è quella che deriva dalla consapevolezza della propria morte. Di fronte a tale tragica coscienza la selezione ha fornito la natura umana della capacità di sapere affrontare la propria fine con una dignità che pone l'uomo, per questo aspetto, ad un livello esemplare tra tutti gli organismi viventi. Pochissimi esseri umani hanno comunque saputo soffermarsi sull'abisso del proprio oblio e liberare all'universo versi di tale inusitata bellezza: Nobil natura è quella / che a sollevar s'ardisce / gli occhi mortali incontra / al comun fato, e che con franca lingua, / nulla al ver detraendo, / confessa il mal che ci fu dato in sorte scriveva Giacomo Leopardi ne La Ginestra; e aggiungeva nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: Abisso orrido, immenso, / ov'ei precipitando, il tutto oblia. / Vergine luna, tale / è la vita mortale.

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