Elias Canetti
Poeta del confine
di Ornella Milani

Scrittore eccentrico, cosmopolita, di vastissima cultura, Elias Canetti è un intellettuale problematico e complesso del novecento letterario europeo.
Romanziere, saggista, drammaturgo, ha vissuto nelle più grandi capitali europee, non aderendo mai ad un'ideologia, ad un programma, ad un movimento.
Diverso, solitario, ha percorso il suo cammino di studioso con estrema coerenza e coraggio, attirandosi anche delle critiche e apparendo a taluni sospetti per la sua tendenza quasi maniacale a sottrarsi alla notorietà.
"Grande scrittore dell'impossibilità... Canetti è un ossimoro vivente e insieme il gran poeta dell'io diviso e una delle personalità più integre e complete del nostro tempo" (*) che, per terrore di essere fagocitato dall'industria culturale e dal suo potere occulto, per tutta la vita ha difeso con grand'ostinazione la propria vita privata, anche a costo di grosse rinunce.Per amore della libertà e per non essere preda del mondo, per restare fedele a se stesso, ha compiuto una scelta difficilissima ma di tutto rispetto.
Una delle voci più originali e convincenti del novecento, è sconcertante per l'audacia con cui scopre al lettore gli istinti più bestiali dell'essere umano, le sue voglie più recondite e inconfessate, le sue folli ossessioni.
Regno matite            Auto fe

Pubblica la sua prima opera a trent'anni: "Auto da fè" romanzo sconvolgente e profetico, "protervo e grandioso" come lo definì Thomas Mann, romanzo inquietante, ma lucida rappresentazione della lacerazione psichica dell'uomo di cultura contemporaneo,che,conscio della sua fragilità,teme la vita e si barrica entro "non so quali muri, che grate" (*), che non possono reggere l'urto dell'irrazionale e del caos che regnano nella realtà e lo annientano.Storia drammatica,paradossale del naufragio dell'io e del delirio che esso scatena.
"Alla verità - dice Kien il protagonista - ci si avvicina solo tenendosi lontano dagli uomini" e questo sinologo di fama mondiale, ma irraggiungibile, si chiude le porte della sua amatissima biblioteca alle spalle, per immergersi nell'atmosfera intatta del pensiero e da quell'isola felice combatte con " la sua testa senza mondo" una battaglia logorante contro il disordine del mondo, per difendere la sua intelligenza continuamente minacciata dal "presente... colpa di tutti i dolori..."abbarbicato al passato, perché non ce la fa a resistere alla ricchezza della vita, teme l'amore, detesta " le creature così avide, cos' attacca alla vita... egli sdegna le trasformazioni, basta a se stesso, vuole soltanto se stesso... vuole, dunque, in un eccesso di claustrofobia, rifugiarsi nel gelido mondo ordinato della mente, inerme e fuori del tempo, in una società sempre più volgare e violenta."
Inevitabilmente l'unità così faticosamente mantenuta va in frantumi per opera di Therese, la sua governante, poi moglie avida e ignorante, che sposa nell'illusione che lei accudisca con amore i suoi libri, spolverandoli con i guanti.

Therese distrugge quell'equilibrio forzato, maniacale: lo sbatte fuori di casa e Kien, fragile e indifeso senza i suoi libri, contro la sua volontà, si viene bruscamente a trovare "nel mondo senza testa", dove s'imbatte in personaggi sordidi, impossibili, grotteschi, ognuno teso, nel suo piccolo, al dominio sull'altro. Entra in contatto con l'umanità divorata dalla cupidigia, malata di sesso, bestiale, tutte bestie che si congiungono, mangiano, si addormentano, buttando via quantità di soldi in cose inutili per avere le quali hanno lavorato come bestie.
"Tanti passanti, tanti bugiardi "incapaci di comunicare, di ascoltarsi, personaggi, come quelli brochiani, chiusi nei loro mondi deliranti, che vivono in uno stato di veglia, tanti "sonnambuli" il cui pensiero dominante è quello di riempirsi la pancia, avendo fatto " non solo del ventre una divinità, ma di tutto il loro corpo", tante scimmiette ammaestrate, che non sapranno mai nulla di se stesse, destinate a rimanere "inconsapevoli", "maschere acustiche", come Therese, il gobbo Fischerle, il portiere Pfaff.
Un'umanità che macina parole in continuazione, ma è sorda, barricata nell'univocità del suo angolo visuale, preda di fissazioni, "gli uomini si parlano ma non si capiscono". Kien, l'uomo dei libri, è solo, ha perduto la sua integrità mentale è caduto dalla sua torre d'avorio nella quotidianità meschina e intollerabile e, sull'orlo della follia, concepisce l'idea di incendiare la sua biblioteca e brucia con lei, ormai sua per l'eternità, con "il mondo nella testa". Perturbante è il riso con cui si chiude il romanzo: "Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita.
Vive "un'esperienza unica che nessun altro può condividere" vittima di un mondo andato a pezzi l'intellettuale in crisi non sa come affrontare la disgregazione di una realtà così frammentata.Impietoso e disperato racconta "Auto da fè" della morte dell'individuo, ma chiara denuncia di una letteratura che non deve isolarsi " scrivere e raccontare tiene lontana la morte" e combattere la morte, tema onnipresente nell'opera canettiana, significa combattere la guerra in un'epoca in cui sempre più numerosi sai fanno spazio i prevaricatori come Pfaff. "Auto da fè è il gran libro del mondo devitalizzato, privato totalmente d'ogni desiderio, d'ogni progetto... è un'esperienza dell'abisso".
In ogni modo è il primo e l'ultimo romanzo di Canetti, il romanzo lo terrorizza "i romanzi dovrebbero essere proibiti dalla legge... finiscono per guastare anche il carattere più solido... i romanzi sono cunei che un autore con la penna in mano insinua nella chiusa personalità dei suoi lettori." Opera sperimentale, inusitata, risultato di un impegno quasi disumano,un'opera provocatoria,ardita al limite del sopportabile.
"Auto da fè" è un romanzo autobiografico? Kien potrebbe essere l'alter ego di Canetti giovane.
Non ha problemi economici, è un solitario, un divoratore di libri, uno studioso appassionato e disinteressato, ma egli riescono a superare l'orlo nero della follia, probabilmente grazie a Veza, e ad indirizzare le sue capacità verso il mondo, imponendosi di diventare il guardiano di un'umanità alle soglie di un futuro dubbio, un problema, "di fronte all'orrore della vita, di cui per loro fortuna i più sono coscienti solo qualche volta, mentre altri, pochi, eretti a testimoni da potenze interiori, lo sono sempre" e si assumono il compito di proteggere "gli altri" con i loro dolori, i loro affanni, la loro cecità.
"La scuola di conoscenza degli uomini" lo impegna per tutta la vita, in una battaglia senza quartiere nei confronti della morte, di cui è un accanito persecutore, deciso a lottare contro di lei, padrona del suo secolo, autodistruzione, scolori del pensiero e della vita emotiva, oltre che morte nel senso letterale del termine. Convinto che l'intellettuale si deve assumere la responsabilità di smascherare ovunque la morte, lo scrittore diventa " segugio del suo tempo... è soggetto in tutto e per tutto al suo tempo... la sua opposizione deve esprimersi a voce alta... deve prendere il secolo alla gola, usare il bisturi per sezionare, analizzare, stanare il marcio che c'è in lei.".
Probabilmente la sua ribellione alla morte risale all'esperienza traumatica di quando, bambino, vide suo padre improvvisamente cadere morto, un evento inspiegabile, misterioso e terribile, ma definitivo. Il vuoto e lo sgomento che ne derivarono fu incolmabile e se li porterà dietro per tutta la vita.Egli vede e sente la morte, suprema sovrana di un tempo di forze immani, scatenate da conflitti d'inaudita violenza. Essa ha una forza straordinaria e distruttiva, annientatrice, ed è causa di grand'angoscia" la morte si annida ovunque..." e la vita è a scadenza. Questa è per Canetti un'ossessione, che lo porta a tacere per vent'anni, dopo Auto da fè, totalmente assorbito dai fenomeni a lei collegati: la massa e il potere.
Argomenti che considera di bruciante attualità, cardini del suo pensiero, cui ha dedicato tutto se stesso in un lavoro estenuante, con momenti di grande sconforto, per non riuscire a dare un valore a tanta fatica, per la difficoltà di arrivare a conclusioni chiare.Massa e potere è la sconcertante analisi e diagnosi del delirio del'900, " unico, eccezionale" studio, come ha scritto Manacorda di un saggista che è un poeta.Essa è stata lo scopo della sua vita,per essa ha rinunciato alla carriera,con lo spirito di un intellettuale puro così raro oggi, abituati purtroppo agli pseùdo intellettuali pronti a tutti i compromessi pur di mettersi in vetrina per la brama di denaro e celebrità:" il denaro è il simbolo del potere e delle capacità "frutto di una necessità di fare chiarezza sugli interrogativi più assillanti dell'attualità".
Massa e potere è la sintesi di un'informazione vastissima ed accurata, ricavata da discipline diversissime tra loro, dalla psichiatria all'antropologia, dalla filosofia alla psicanalisi, dalla storia alla sociologia, con l'intento di smascherare il processo che porta la massa ad essere manipolata e dominato, luogo ambiguo che, se da un lato permette all'io di liberarsi dai lacci quotidiani e di rompere l'incomunicabilità, dall'altro induce all'esplosione di forze incontrollate e incontrollabili, pericolosissime, dell'irrazionalità.
"Sempre e senza eccezioni bisogna guardarsi dalla massa. Essa è pericolosa perché è priva d'istruzione e dunque d'intelligenza", perché non sopporta le differenze e continuamente nega ciò che minaccia la sua uniformità, in altre parole l'individuo.
Essa stessa è causa di morte come lo è il potere " il potente vuole essere l'unico, vuole sfuggire alla morte, perciò asservisce la massa, gli inferiori, con pressanti richieste di fedeltà." Deve essere pronta a tutta questa massa d'inferiori, per l'onnipotente, che vuole dominare e sopravvivere, in nome di un sentimento di potenza che lo porta a dover vincere. Il potere causa morte, è un delirio paranoico d'onnipotenza, che sacrifica scientemente gli uomini ed è causa di guerra.Il potere crea mostri e su questo tema Canetti è intransigente e ci mette in modo inequivocabile di fronte ai pericoli cui l'umanità sta andando incontro dopo un passato recente drammatico.
Vuole tiraci fuori del dormiveglia, renderci consapevoli per essere in grado di lottare contro l'indottrinamento, poiché le insidie del potere sono molteplici, invisibili indistinguibili, si celano ovunque. Bisogna romperci del potere se vogliamo la libertà che è "una libertà di lasciar liberi", il contrappeso al potere insieme all'amore per ogni più piccolo palpito di vita, per i vinti, per i bambini: gli indifesi.
Al contrario del potente che semina morte, ogni uomo, incarnando la figura della metamorfosi, l'unica via d'uscita per l'individuo, può sfuggire alla rigidità dei comportamenti e salvarsi, com'è consentito allo scrittore che ha in sé la capacità di immedesimarsi in tutte le creature "l'uomo deve imparare ad essere consapevolmente molti uomini e tenerli tutti insiemi".
Erede dei grandi scrittori mitteleuropei, come Broch e Musil, n' molto influenzato, con loro instaurerà rapporti d'amicizia e come loro considera la difesa del vero,la ricerca perenne,la lotta e la denuncia,pilastri della letteratura,che deve essere "decifrazione del mondo".

Tortura mosche            Party sotto bombe

Scrive Magris che Canetti "è un poeta dell'intelligenza che ignora il confine tra scienza e poesia", che non dà scampo, che non propone soluzioni consolatorie.
Come Kafka, che considera "compagno di strada", lotta contro il potere, contro le sue forme più subdole e occulte, presenti dovunque, in tutti i rapporti umani, addirittura tra madre e figlio, tra padre e figlio.
Come Kafka è perennemente dilaniato dalla contrapposizione tra vita e scrittura, scettico sulla possibilità di comunicare ma con la necessità di farlo, disperato per non riuscire in definitiva ad approdare ad alcuna certezza, ad alcun risultato.
Alto e basso si sono succeduti nella vita di quest'uomo,ma il rigore e l'onestà intellettuale sono le sue caratteristiche più peculiari.
L'ultimo Canetti torna alla letteratura tradizionale dopo averne teorizzato la fine.
Lascia gli sperimentalismi e sulla scia della contemporanea produzione autobiografica, seguita al profondo smarrimento di tutta una società, che abbandona tradita l'utopia del 1968-69, stimolo da un bisogno di fuga, d'introspezione, per capire il presente e recuperare il passato, si affida al ricordo, alla memoria, come difesa della vita, della sua molteplicità, l'unica strada percorribile per difendersi dalla disgregazione e riappropriarsi della propria identità.
La storia personale diventa indispensabile per la ricostruzione del passato. Anche Canetti, probabilmente deluso nelle sue aspettative,si ripiega su se stesso,la letteratura non gli ha permesso di aiutare gli uomini,il mondo va freneticamente e inconsciamente alla rovina. Lo iato scrittura-vita si fa lacerante e non resta che cercare di capire, attraverso la rielaborazione del ricordo, il vissuto personale.
Ancora l'onnipotenza della scrittura nella trascrizione della memoria debellerà la morte. La scelta autobiografica diventa un antidoto alla morte "la letteratura ha ragione di esistere soprattutto in quanto parola contro la morte".

Scelta molto deprecata da alcuni, ma molto rivalutata da studiosi di Canetti più attenti e liberi da preconcetti, come Ishaghpour, che legge l'opera di Canetti nel suo insieme.
Lo stesso Canetti gli scrive con gratitudine: "il suo libro è di gran finezza, Lei non mi ha frainteso e con ponderata avvedutezza ha fatto combaciare quello che a stento sembrava compatibile."
Alcuni critici vedevano uno iato incolmabile tra il primo Canetti d'Auto da fè (quello autentico), la cui opera era segnata dal male, e l'opera matura, autobiografica, segnata dalla conversione al bene, meno interessante. Ishaghpour ha il merito di essere ricostituito l'unità, di aver compiuto un itinerario più intelligente e consapevole, contro "i dispregiatori della Storia di una vita da parte di pretesi conoscitori di Auto da fè" (*) e ancora "ho letto la Sua descrizione del periodo più tardo del poeta Canetti come se non si trattasse di me stesso... lei è andato in questo modo avanti,fino al limite del possibile... e campeggia di nuovo il richiamo al mondo orientale...è naturale che io non mi vergogni dell'orientale che...c'è in me spiritualmente." (*)
E qui va sottolineato il problema di Canetti nei confronti della sua ebraicità, che sembrava costituire un problema per lui , ma così non era, come ci testimonia Le voci di Marrakech, da molti sottovalutato o comunque incompreso.
Libro della nostalgia di un luogo, della comunità che " conferisce al mondo e agli esseri la loro consistenza sostanziale." (*)
Esattamente il contrario di quello che è l'occidente, " dove la fugacità del nuovo sempre identico distrugge la sostanza e l'esperienza delle cose, qui nulla esiste una volta sola... tutto è preso e nasce nella ripetizione...cantastorie...maneggiano la parola, che viene loro da molto lontano... non si sono venduti alla carta stampata, come tutti i moderni, come Canetti stesso, che avverte, di colpo, tutto ciò che lo separa da loro..."
Esiliato da un mondo cui ora anela, la meta.
Si sa che invecchiando, ognuno di noi tende a riandare al passato, così è per Elias Canetti che oltretutto ha un grande interesse per il legame che si genera tra vita e opera, tra la propria esperienza di vivere e l'opera che rispecchia, anche non volendo, questo vissuto.E che per amore "del soffio", ritornato alla narrazione, "dentro di lui vennero in visita tutte le persone dimenticate e si presero le loro facce" e lui con loro.
In un percorso ricco di eventi, ma che vede anche "...la dissipazione, il fallimento e lo sperpero". La lingua salvata è il primo volume dell'autobiografia ed è il racconto carico di suggestione della " sua infanzia idillica ed angelica "*, della passione per la madre, sua prima guida all'amore per la lingua e la lettura, del paradiso di Rustschuk in Bulgaria , fino alla tragedia :la morte del padre ,poi gli anni di Vienna e Zurigo, Losanna.
Il secondo volume Il frutto del fuoco sono la storia dell'odio per la madre che porta alla rottura ,dell'incontro con Veza, della genesi di Auto da fè e di un Canetti ossessionato dal caos.
Il terzo volume Il gioco degli occhi parla di Sonne, che permette la rinascita di Canetti ,che si libera finalmente dai demoni della " sciocca e superba giovinezza " (*) per poter riconciliarsi con se stesso,riprendere in mano i fili della sua esistenza , diventare saggio e riconoscere la sua "età d'uomo, eta' di sconfitte" cui bisogna porre rimedio, attraverso un percorso a ritroso.

(*) NOTE:
C.MAGRIS : l'anello di Clarisse
V.VAN GOGH: lettere
J.ISHAGHPOUR : Elias Canetti
L.HUGHES : poesie
L.HUGHES : poesie
L.HUGHES : poesie

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Shalom Aleichem
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