7. Contributi: La situazione finanziaria delle famiglie italiane.
Indebitamento, reddito, ricchezza.
di Claudio Conigliani *

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L'indebitamento delle famiglie: un fenomeno globale

Un anno fa, appena un anno fa, per dire quanto rapidamente è mutato lo scenario, sembrava che il problema più grave per le famiglie italiane, forse l'unico, fosse costituito dal loro indebitamento. E che il pericolo incombente sul loro equilibrio finanziario fosse rappresentato, in una fase di tassi d'interesse crescenti, dal peso del servizio del debito, cioè il pagamento degli interessi e la restituzione del capitale mutuato. Una riflessione più attenta, anche in connessione con il propagarsi della crisi globale che stiamo vivendo, ha peraltro reso evidente che le famiglie indebitate non costituiscono un campione rappresentativo dell'intero aggregato famiglie. Non è dunque possibile formulare valutazioni attendibili sulle famiglie nel loro insieme senza prendere in considerazione l'intero aggregato.

L'aggregato famiglie può in effetti essere paragonato a un iceberg: si compone come quello di una parte emersa, visibile - costituita dalle famiglie indebitate - e di una sommersa, di gran lunga più grande rappresentata dalle famiglie non indebitate. E naturalmente mentre per la parte emersa disponiamo di molte informazioni e dettagliate, per l'insieme dell'iceberg, solo negli ultimi tempi si sono rese disponibili valutazioni che includono la parte sommersa dell'iceberg. L'insieme di queste informazioni assume un'importanza cruciale soprattutto se teniamo conto delle possibili ripercussioni della crisi in atto sulla tenuta dei consumi, che costituiscono all'incirca i due terzi del Prodotto interno lordo. Dividerò perciò queste osservazioni in due parti: nella prima mi occuperò delle sole famiglie indebitate; nella seconda cercherò invece di analizzare l'intero iceberg sulla base delle informazioni disponibili, che non sono tantissime ma comunque assai significative.

Cominciamo dunque con l'indebitamento delle famiglie italiane e con la sua rapida crescita negli ultimi due decenni. La prima osservazione che occorre fare è che si è trattato di un fenomeno che ha interessato, in maggiore o minor misura, l'insieme dei paesi industrializzati. Non è dunque un fenomeno circoscritto all'Italia. Tra i fattori all'origine del fenomeno possiamo individuare: la deregolamentazione dei mercati finanziari; l'eliminazione delle barriere che segmentavano i mercati; la conseguente, accresciuta concorrenza tra intermediari; l'abbondante liquidità dei mercati stessi, in particolare nell'ultimo decennio; i tassi d'interesse storicamente bassi; la maggiore articolazione dell'offerta degli intermediari, tesa a individuare la combinazione più confacente alle esigenze della famiglia mutuataria. Sono tutti fattori che hanno accomunato i paesi industrializzati, inclusa l'Italia. Di fondamentale importanza, per il nostro Paese, il Testo Unico bancario del 1993 che ha abbattuto le molteplici barriere che segmentavano il nostro mercato del credito. Un fenomeno così diffuso non poteva non attirare l'attenzione di economisti, centri di ricerca, banche centrali e istituzioni finanziarie. Disponiamo infatti di vari studi, di provenienza di diverse banche centrali, non ultima la Banca d'Italia, nonché dell'OCSE, che analizzano le molteplici sfaccettature del fenomeno.

Certo, i tassi di crescita registrati negli ultimi 3 o 4 lustri dei prestiti alle famiglie consumatrici in Italia risultano a prima vista particolarmente elevati. Dall'inizio del decennio in corso, sono cresciuti in media dell'11,5 per cento per i prestiti totali e di oltre il 15 per cento quelli relativi all'acquisto di abitazioni. Tra il 2000 e la fine dello scorso anno, i debiti finanziari delle famiglie italiane sono cresciuti dal 30 al 50 per cento del reddito disponibile. Ma se procediamo pragmaticamente, confrontando i dati del nostro paese con quelli degli altri paesi industrializzati, possiamo costatare che le famiglie italiane si sono mosse con grande equilibrio e moderazione, pur avendo imparato in fretta che il credito non è una tentazione del demonio, né un peccato mortale, ma uno strumento utile per soddisfare le esigenze della famiglia.

Onestà intellettuale impone di precisare subito che i dati che sto per citare, a proposito delle famiglie indebitate, sono tratti dall'Indagine sui bilanci delle famiglie che la Banca d'Italia svolge a cadenza biennale e sono riferiti al 2006. Essi dunque non tengono conto, né lo potrebbero, della crisi globale che stiamo vivendo. Mantenendo la cadenza biennale, la prossima Indagine dovrebbe venire pubblicata l'anno prossimo e riporterà dati riferiti al 2008. Avendo presente che la crisi si è cominciata a propagare all'economia reale solo nello scorcio del 2008, nemmeno la prossima indagine potrà tener conto pienamente degli effetti della crisi sulle famiglie italiane. Analogamente, gli studi a cui ho accennato in precedenza, sono stati pubblicati in anni antecedenti l'esplodere della crisi. Queste osservazioni consistono dunque in una ricognizione della situazione finanziaria delle famiglie italiane quale risultava prima di quello che è stato denominato il Grande Crollo. Semplicemente non abbiamo strumenti per valutare quali effetti la crisi produrrà sulle famiglie. Possiamo dunque riconoscere che, come ama ripetere il nostro Ministro dell'economia, ci stiamo tutti muovendo in "terra incognita"; non sappiamo dove ci porterà questa traversata.

La condizione finanziaria delle famiglie consumatrici

Fatta questa doverosa avvertenza, chiediamoci dunque: Quante sono le famiglie consumatrici indebitate? La Banca d'Italia ci dice con le sue indagini che tenendo conto sia dei nuclei famigliari che avevano acceso un mutuo, sia di quelli che avevano fatto ricorso al credito al consumo, le famiglie indebitate costituiscono nel complesso il 25 per cento del totale. Sono tante o sono poche? Sono tante in assoluto, ovviamente: un quarto della popolazione nazionale non è certo un insieme trascurabile, e costituisce una fetta consistente del corpo elettorale. Ciò spiega forse la sollecitudine con la quale i due ultimi governi, l'attuale e quello precedente, si sono affrettati, sia pure con strumenti diversi, ad assumere provvedimenti tendenti ad alleviare il peso del debito delle famiglie mutuatarie. Ma sono poche nel raffronto internazionale: le corrispondenti percentuali per entrambe le categorie di prestito erano del 40 per cento in Spagna, del 60 in Francia, del 100 negli Stati Uniti. Inoltre, il crescente ricorso al mutuo per l'acquisto dell'abitazione riguarda soprattutto le famiglie appartenenti alle classi di reddito più alte, meglio in grado, in prima approssimazione, di far fronte agli impegni assunti. Lo conferma la circostanza che, sinora, la rapida crescita dell'indebitamento delle famiglie italiane non è stata accompagnata da un'analoga crescita dei debiti non onorati da quelle mutuatarie, i quali restano a livelli bassi e stabili.

E Quanto sono indebitate le famiglie italiane che hanno debiti? Il raffronto internazionale indica che, in generale, sono relativamente poco indebitate rispetto sia ai paesi anglosassoni, sia a quelli dell'Europa continentale. Alla fine del 2008, i debiti delle famiglie consumatrici erano pari al 49 per cento del reddito annuo disponibile, un'incidenza che continua a essere molto bassa nel confronto internazionale, essendo pari a circa la metà del livello medio dell'area dell'euro e a un terzo di quello osservato negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Al tempo stesso, la ricchezza netta delle famiglie italiane, costituita dallo stock di attività finanziarie e reali al netto delle passività, risulta nel 2007 pari a circa otto volte il reddito disponibile, valore in linea con quello di Francia e Regno Unito, ma più elevato di quello osservato in Germania, Stati Uniti e Giappone. L'elevato valore del rapporto in Italia è ovviamente connesso con l'altissima percentuale di famiglie proprietarie dell'abitazione di residenza. Per chiarire il significato sociale dell'indebitamento delle famiglie, è sufficiente ricordare che negli ultimi trent'anni poco più del tempo di una generazione l'incidenza degli italiani che vivono in casa di proprietà è cresciuta da circa il 50 a oltre il 70 per cento attuale, a cui occorrerebbe aggiungere un altro 10 per cento circa di abitazioni occupate a titolo diverso dalla proprietà (usufrutto, abitazione di proprietà di congiunti stretti, ecc.) ma assimilabile ai nostri fini. Si tratta di percentuali tra le più elevate al mondo. L'indebitamento sotto la forma del mutuo per l'acquisto dell'abitazione, accompagnato dal benevolo atteggiamento riservatogli per lunghi anni dall'amministrazione finanziaria, alla luce delle sue implicazioni sociali, ha giocato un ruolo essenziale nel determinare la situazione attuale.

Il servizio del debito

È peraltro vero che il servizio del debito pagamento degli interessi e restituzione del capitale è cresciuto in parallelo all'aumento dell'indebitamento, (raggiungendo a fine 2008 l'8,3 per cento del reddito annuo disponibile, circa tre punti in più rispetto al 1996). Considerando sia i mutui per l'acquisto dell'abitazione, sia il credito al consumo, la Banca d'Italia stima che siano oltre 330mila le famiglie la cui rata totale del debito è pari o superiore al 30 per cento del reddito famigliare, che dunque versano in condizione di potenziale fragilità finanziaria. Sembrerebbero dunque essere poche le famiglie a rischio, appena l'1,4 per cento del totale, corrispondenti a 900 mila individui circa.

Tutto ciò si può riassumere in estrema sintesi così: i) non è vero che ci troviamo in una situazione di generale sovraindebitamento delle famiglie; ii) non è neanche vero che le famiglie si trovino in una situazione generalizzata di difficoltà a far fronte ai propri impegni; iii) è vero invece che esiste una fascia di famiglie, di dimensione contenuta ma significativa, che versa in una situazione di fragilità finanziaria.

Queste prime conclusioni riferite alla media italiana vanno considerate del tutto provvisorie, non solo perché, come si è avvertito poco fa, sono basate su dati 2006, ma anche perché richiedono di essere articolate tenendo conto del dualismo che pesa sulla nostra economia sin dai tempi dell'Unità d'Italia. Come si colloca il Mezzogiorno in questo quadro? Come si distribuiscono sul territorio le famiglie in generale, e quelle indebitate in particolare? La Tavola 1 ci fornisce un'informazione interessante e forse in parte inattesa: nell'area geografica Sud e Isole risiede quasi il 32 per cento delle famiglie italiane, ma quelle indebitate appartenenti alla medesima area rappresentano solo il 22 per cento. Nelle regioni meridionali vi sono dunque meno famiglie indebitate di quanto ci si sarebbe potuto attendere in base alla distribuzione per area geografica e comunque meno che nelle rimanenti aree. Altrettanto interessante appare la Tavola 2 che riporta la struttura dei debiti famigliari. Notiamo anzitutto che la causale di gran lunga prevalente dei prestiti alle famiglie è quella per l'acquisto o la ristrutturazione dell'abitazione, che rappresenta il 60 per cento, seguita da quelli per attività lavorative che hanno un'incidenza del 26 per cento e da quelli per l'acquisto di beni di consumo che pesano per il 10 per cento circa. In secondo luogo, osserviamo che mentre nelle regioni meridionali l'incidenza dei prestiti per immobili abitativi è inferiore, anche se non di molto, della media nazionale, il ricorso al credito al consumo ha un peso relativo nettamente maggiore che nelle altre aree, così come accade per i debiti verso parenti o amici, che hanno un'importanza trascurabile sia nel Nord, sia nel Centro. E veniamo infine alla Tavola 3 che riporta un indice della vulnerabilità finanziaria delle famiglie, dato dal rapporto tra il peso del debito (per gli interessi e la restituzione del capitale) e il reddito disponibile della famiglia. Il dato che balza subito agli occhi è che l'indice di vulnerabilità finanziaria assume per il Mezzogiorno un valore nettamente maggiore che nelle altre aree.

Le migliori statistiche disponibili non confermano dunque, in generale e fatte salve le qualificazioni appena fatte per il Mezzogiorno, l'ipotesi di un'emergenza famiglie. E tuttavia, riprendendo l'immagine iniziale, quel 25 per cento di famiglie indebitate che abbiamo preso sinora in considerazione costituisce solo la punta dell'iceberg, la sua parte emersa e visibile. Non è dunque possibile dare valutazioni attendibili sulla situazione complessiva dell'aggregato famiglie senza aver compreso nell'analisi anche il restante 75 per cento, cioè le famiglie non indebitate, che rappresentano la parte sommersa e prevalente dell'iceberg stesso. Passiamo dunque alla seconda parte delle mie osservazioni estendendo l'analisi all'insieme delle famiglie del nostro Paese.

La soglia della povertà e la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse

Cominciamo con l'osservare che l'ISTAT nel suo più recente Rapporto sulla povertà in Italia, riferito al 2007, stima che le famiglie al disotto della soglia di povertà relativa (corrispondente, per una famiglia di due componenti, a una spesa per consumi che non raggiunge i 1.000 euro al mese) siano 2,6 milioni (corrispondenti a 7,5 milioni di individui) e rappresentino stabilmente oltre l'11 per cento delle famiglie residenti. (Questa incidenza raggiunge il 22 per cento nel Mezzogiorno). Se riteniamo giusto e opportuno apprestare strumenti di sostegno per le 900mila persone appartenenti alle famiglie indebitate che versano in condizioni di fragilità finanziaria, a maggior ragione dovremmo preoccuparci per i 7,5 milioni di individui che si trovano al di sotto della soglia di povertà. È presumibile che sia soprattutto al di sotto di tale soglia che si annidino le famiglie che hanno difficoltà a fronteggiare la cosiddetta quarta settimana.

Un secondo aspetto rilevante, per valutare la situazione complessiva delle famiglie, riguarda l'elevata concentrazione che caratterizza la distribuzione della loro ricchezza, data dalla somma delle attività reali (abitazioni, terreni, ecc.) e di quelle finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc) meno i debiti (mutui, prestiti personali, ecc.). Secondo la più recente indagine svolta in argomento dalla Banca d'Italia, pubblicata nel dicembre scorso, riferita anch'essa al 2007, la metà più povera delle famiglie italiane deteneva meno del 10 per cento della ricchezza totale, mentre al 10 per cento più ricco faceva capo quasi la metà della ricchezza complessiva. Si pone dunque un problema di distribuzione ineguale delle risorse economiche a disposizione delle famiglie sul quale mi sembra valga la pena attirare l'attenzione, anche perché non si tratta di un'emergenza nel significato letterale di evento improvviso e imprevisto, ma di uno dei tratti caratteristici dell'economia italiana, straordinariamente stabile nel tempo.

Lo studio della Banca d'Italia appena citato trova indirettamente conferma nell'importante indagine pubblicata nell'autunno scorso dall'OCSE sulla disuguaglianza della distribuzione del reddito famigliare per i 30 paesi aderenti all'OCSE stessa, nel periodo 1985-2005. Se si escludono il Messico e la Turchia, che presentano valori elevatissimi dell'indice di concentrazione, nettamente fuori linea rispetto a quelli dei rimanenti paesi, l'Italia si colloca, insieme alla Polonia, agli Stati Uniti d'America e al Portogallo, nel gruppo per il quale si riscontrano i valori più elevati dell'indice di disuguaglianza il coefficiente di Gini chiaramente maggiori della media dei paesi OCSE. Non solo, ma l'Italia risulta essere, insieme agli USA, uno dei paesi nei quali la disuguaglianza è cresciuta. Nel 1990 il dato italiano coincideva con la media OCSE; a metà di quel decennio l'indice relativo all'Italia segnava un picco, discostandosi nettamente dalla media stessa; successivamente la disuguaglianza è rimasta a un livello comparativamente elevato.

Ritrovare il nostro paese nel gruppo di testa dei paesi OCSE, ordinati per valore decrescente dell'indice di concentrazione, appare sorprendente alla luce del gran parlare che si fa, da sempre, di centralità della famiglia, solidarietà, interventi a favore dei ceti più deboli, e così via. A maggior ragione se riflettiamo che nessun movimento politico risulti aver esplicitamente aderito alla teoria secondo la quale la disuguaglianza favorisce la crescita dell'economia. Se la collocazione dell'Italia tra i paesi dove maggiori sono le disuguaglianze di reddito o di ricchezza non è frutto di politiche deliberatamente mirate a questo risultato, è forse ancora più sorprendente l'assenza di un dibattito pubblico sull'argomento e sulle politiche economiche e sociali che occorrerebbe adottare per riportare l'Italia in una posizione meno discosta dalla media dei paesi OCSE.

È ovviamente impossibile stabilire in astratto quale sia il "giusto" o "accettabile" livello delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito o della ricchezza in un determinato paese. È questo un problema che ricade nel dominio dell'etica sociale, il campo della filosofia nel quale si sono esercitati alcuni dei maestri che hanno lasciato un'impronta nella storia del pensiero, da Platone e Aristotele nell'antichità, sino a John Stuart Mill nell'800, a Amartya Sen ai giorni nostri. Malgrado la qualità dell'insegnamento di questi maestri, non si è ancora riusciti a stabilire criteri condivisi che permettano di individuare un punto di equilibrio, posto che ne debba esistere uno, tra i caratteri di una società "libera" e quelli di una società "giusta". E io ho un senso del ridicolo troppo sviluppato per azzardarmi a metter piede su un terreno così complesso, difficile e insidioso.

A chi volesse comunque cominciare a orientarsi nel campo dell'etica sociale, consiglierei caldamente la letture di un agile, quanto denso, libretto di due autorevoli filosofi belgi, Christian Arnsperger e Philippe van Parijs, Quanta disuguaglianza possiamo accettare? [Bologna, il Mulino, 2003 pp. 134]. I due autori compiono un'operazione assai stimolante. Individuano, a mo' di punti cardinali, quattro approcci filosofici che suggeriscono altrettanti insiemi di regole per identificare una società giusta: l'utilitarismo, il libertarismo, il marxismo e l'egualitarismo liberale, dei quali analizzano i postulati e la logica coerenza delle proposizioni principali. E successivamente provano ad applicare ciascuno dei quattro approcci a due delle più controverse questioni pratiche con cui le nostre società sono alle prese: come regolare l'accesso ai trattamenti sanitari all'interno di una data collettività politica; come regolare i flussi migratori fra diverse collettività e i loro territori. Questioni, come è evidente, di grande attualità per il nostro Paese e non solo.

Per concludere, proviamo a ricapitolare. Alla domanda: esiste in Italia un'emergenza famiglie? tenderei a rispondere in generale No, se ci limitiamo a considerare le sole famiglie indebitate (ma fatte salve le qualificazioni introdotte nei paragrafi 9 e 11) Se però prendiamo in esame l'intero aggregato famiglie, gli aspetti problematici richiamati sopra rendono difficile, a me pare, negare che esista un problema famiglie. Piuttosto, fanno sorgere alcuni quesiti sui quali varrebbe la pena ragionare, che mi limito a offrire quali spunti di riflessione: i) che atteggiamento dovremmo prendere nei confronti delle numerose famiglie italiane ufficialmente classificate come povere, di rassegnazione o di contrasto? ii) quali fattori hanno prodotto tanta diseguaglianza nel nostro Paese? e infine, la domanda più ostica, iii) dando per scontato che un'equidistribuzione assoluta del reddito e della ricchezza non è né possibile né opportuna, quanta disuguaglianza possiamo tollerare?

*Claudio Conigliani ha percorso l'intera sua carriera in Banca d'Italia, dove ha ricoperto gli incarichi di Capo del Servizio statistico e di Direttore della Sede di Bologna della Banca stessa.

Tabella1
Tabella2
Tabella3

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