18 Cultura & Società
Quattro mele annurche
articolo di Giovanna Corchia

Annurche Maria Rosaria Valentini
Quattro mele annurche
Editore Capelli
Anno 2005
80 pagine
Valentini

Talvolta basta un nulla
per sentirsi, non dico amati, ma
almeno considerati.
Allora non ci si sente bene, ma meglio.

Ed è abbastanza.

L'invito alla lettura è racchiuso in queste semplici parole: per uscire dalla chiusura in se stessi, per riprendere ad esistere, per sentirsi meglio, talvolta basta un nulla: che qualcuno posi lo sguardo su di te, che ti avvolga nel suo calore. Essere amati? Forse ancora no, ci vuole tempo, ma essere considerati, questo sì, può bastare per sentirsi meglio.

Scorza

La scorza di una mela annurca ha un bel colore, la forma che racchiude attira lo sguardo, piccola, rotonda, un po' schiacciata, come la terra in miniatura, dentro c'è un tutto che non s'intravede ancora. Quella mela è un po' come Augusto Michele Annino, il padre della narratrice, un padre di cui apprendiamo la morte, subito, nelle prime righe della narrazione. Una ferita profonda per lei, la figlia, appena uscita dall'infanzia, che di quel padre conosceva tutto, "poiché, aggiunge, molte volte avevo contato le sue rughe". Inizia da questa ferita, a lungo non rimarginata, la narrazione a ritroso: riemergeranno così le persone che sono state il legame con la vita per la narratrice, un filo di Arianna che la condurrà alla scoperta di una via di uscita, un nuovo ponte verso la vita: Iride, la moglie di Augusto, il padre.
Nel viaggio che faremo con la narratrice ci confronteremo con altre morti, la più dolorosa, quella della madre della narratrice, l'amante di Augusto, che in Augusto trovava la sua sola ragione di vita...
Augusto aveva l'abitudine di parlare da solo e le parole sottolineavano la sua incredulità sul senso della vita: lui, un macellaio, un uomo senza peso con un nome così poco adatto a lui, alla modestia della sua persona, non conosceva la risposta sul perché stesse lì, sulla terra, eppure ci stava, lì, sulla terra. Per superare l'inquietudine profonda, la tristezza che lo coglieva schiacciava tra le dita uno spicchio d'aglio...
Amava molto il suo mestiere: c'era in lui, in tutto, una forma di religiosità, di rispetto per le cose, le piccole cose che la vita offre. La cucina era il suo luogo preferito, il ritmo lento di chi prepara, non per giungere a consumare in fretta un pasto veloce, ma per assaporare il dono di quello che la natura con i suoi sapori e la danza operosa delle mani dell'uomo fondevano insieme: tutto questo lo aiutava a vivere, mettendo così da parte quelle domande senza risposta che lo rendevano triste.
Nei monologhi del padre alla finestra, alla sola presenza silenziosa della figlia, troviamo il passato di Augusto, le presenze essenziali per lui. Nelle sue parole ecco affiorare il ricordo della madre, tonda e bianca come una patata farinosa, che si era innamorata di un uomo grande e grosso, suo padre, un cuoco, anche per l'odore di brodo di cui era impregnato. La madre restò incinta già avanti negli anni, ma quell'unione così forte con il cuoco era già finita, in modo irreversibile.
La nonna - è sempre Augusto che ricorda e la figlia che beve, fuori dallo sguardo del padre, tutte le sue parole e le racconta, perché nulla si perda, - è stata una presenza di straordinaria dolcezza: è grazie a lei che la madre non si perse d'animo alla fine di un'unione che sembrava perfetta, trasmettendo al figlio l'insegnamento di quella nonna speciale che spesso ripeteva "che v'è gusto in ogni cosa.. .e c'è grazia anche nei ciuffi di polvere".
Il lettore si sente avvolto dagli aromi della cucina della nonna, assapora in particolare i gusti delle due torte, una dolce, "la pigna", che richiedeva tempo e gesti lenti, e una salata, "il pastone", dai ritmi di preparazione più rapidi; coglie la religiosità di quei riti pasquali, che tanto hanno dato ad Augusto. Come non sentire tutti i nostri sensi risvegliati dai ricordi della nostra infanzia con le madri e le nonne intente a preparare il pasto delle feste, le Grandi Feste? Come non richiamare alla memoria le scene del film Le festin de Babette [Il pranzo di Babette]"?
Sopraggiunge la morte della nonna. Sembra impossibile colmare il vuoto che lascia, la sua presenza silenziosa.
Diventato adolescente Augusto inizia a lavorare, il lavoro è per lui sacro: i suoi glielo hanno insegnato. Dapprima fa il muratore, ma avverte che gli manca qualcosa. Poi, quasi attratto da una forza interiore, accetta il posto di apprendista macellaio e, ben presto, diventa un perfetto macellaio. A questo punto sembra rompersi il profondo legame che lo unisce alla madre, quasi provasse per il figlio, al tempo stesso, compassione e rabbia. Forse, quel mestiere, le richiama l'odore di brodo di quell'uomo che aveva tanto amato e che un giorno era poi sparito, senza sapere perché... Forse sono le macchie di sangue che ci sono sul suo camice... Forse...
Sopraggiunge anche la morte della madre, Dio mio! Questa esclamazione sottolinea i momenti che hanno avuto più peso nella vita del padre, ora morto, un padre così profondamente amato e conosciuto, "poiché, aggiunge, molte volte avevo contato le sue rughe".

Polpa

Le parole del padre che si scolpiscono in lei, la figlia, raggomitolata su se stessa, sono come sospese tra realtà, una realtà corposa, come il grande corpo di Augusto, che afferma la sua presenza, e fantasia. Sono parole spigolose che riempiono le pagine bianche della presenza silenziosa della figlia: è il padre a chiederle di fermarsi là, anche se i suoi sono monologhi, quasi non sapesse comunicare diversamente con lei. Il volto dell'uomo non è mai illuminato anche solo da fugaci sprazzi di felicità. Certo, al suo rientro, la sollevava lanciandola in aria: era la sua manifestazione di affetto, ma di breve durata. Come se la polpa celata, la dolcezza nascosta di quel padre non si rivelasse se non a sprazzi... Poi sembrava preso da un'ansia indicibile, dal bisogno di ritrovare il contatto con la donna che l'aveva scelto.
Ecco che prende corpo la figura della madre della narratrice. Per la prima volta ci parla della madre, una donna naturalmente elegante, esile, slanciata, dai gesti lenti, armoniosi. Era una maestra, sensibile alla poesia, riprendeva i versi che l'avevano profondamente emozionata in uno speciale quaderno che portava con sé e, all'occasione, ne leggeva qualcuno, sempre per Augusto, così diverso da lei, di cui si era profondamente innamorata, come una fanciulla al suo primo amore.
Cosa univa così intensamente i suoi genitori? La madre aveva sentito un'attrazione irresistibile per la perfezione di quel macellaio, per la religiosità con cui svolgeva il suo lavoro, per la pulizia e l'ordine che regnavano attorno a lui.
Tra i tanti versi ripresi, ne scelgo pochi che sottolineano il legame che unisce i genitori e la paura che sia impoverito dall'abitudine:

Fermati
dove io sono
perché nulla si perda
nel guscio asciutto
dell'abitudine.
Portami
come mallo
fra le tue dita
.

Seguono i riti domestici della preparazione delle varie conserve, della loro conservazione, delle etichette che le distinguono, del posto che devono occupare sugli scaffali.
La domenica era un giorno speciale da trascorrere tra gli aromi più inebrianti che si diffondevano dappertutto, lo sguardo appagato dalle armonie di colori e forme.
La celebrazione di questi riti è come una bolla di felicità che avvolge Augusto e la donna amata, i suoi genitori, da cui lei, la figlia, sembra non far parte...
Gli anni passano, il padre invecchia e, un giorno che resterà inciso per sempre nel più profondo della figlia, in cantina c'è il segno che annuncia la prossima morte del padre: delle macchie violacee di sangue impresse su uno strofinaccio quadrettato.
Il giorno della separazione definitiva è così, con poche scarne parole annunciato: Mio padre morì un mercoledì. Segue il sogno di una presenza assenza e l'inizio di una sofferenza da cui non sarà facile uscire...
Parole sfuse del cappellano accompagnano la sepoltura del padre: a seguirla una donna in lacrime, la moglie, ma non la madre della narratrice, l'amante di Augusto. Sappiamo ora che i genitori così indissolubilmente legati hanno relegato da qualche parte una realtà che comunque era presente, una realtà che ci aiuta a capire il non detto che spesso sentiamo nello scorrere della narrazione, anche se non riusciamo a coglierlo fino in fondo. E il non detto aiuta il lettore a capire il senso di solitudine che sin dall'inizio si coglie nelle parole della narratrice...

Picciolo

Quel picciolo, fragile legame tra Augusto, il padre, e la maestrina amante della poesia, la madre, si è staccato e la madre, l'amante di Augusto, per lunghi venti anni, sente di non poter più continuare a creare una nicchia di amore fatta di corrispondenze di profumi, colori, suoni: Augusto non c'è più e per lei è la fine di tutto, della sua ragione di essere. La vita ha perso ogni gusto.
La madre scaglia via con rabbia il quaderno delle parole-ponte con Augusto e, a poco a poco, rinuncia a vivere. La figlia si accomoda nel mutismo della madre, raggomitolata nel letto, cerca d'imboccarla ma sempre più l'accoglie un rifiuto. E, in questo silenzio di morte, la figlia rincorre un'immagine, l'immagine della moglie del padre. Questa immagine di donna, Iride, nasce dai lunghi monologhi a cui lei assisteva in silenzio, su invito del padre che le chiedeva di accucciarsi lì. La vede in quella descrizione che il padre aveva fatto tante volte. Il colore dei suoi capelli, il gesto sicuro nell'atto di ammazzare una gallina, le sue efelidi e, soprattutto, il suono del nome, Iride, che racchiude la speranza che i colori non muoiano mai...
Il padre le si era avvicinato con leggerezza, come fosse leggero anche lui. In quella felicità c'era forse un legame d'amore comune per quei gesti, per quegli odori, la perfezione delle piccole cose, l'arte del macellaio... E poi c'era il mistero di Iride, la sua devozione per Augusto, il lavaggio dei suoi piedi per alleviare il peso di una giornata di lavoro, il calore materno che gli manifestava. Per tutto questo il padre non smise mai di voler bene a Iride, anche quando smise di amarla.
Perché smise di amarla? Fu un gesto rapido di Iride, non rispettoso del cerimoniale che si doveva seguire nella preparazione di un dolce: quella rottura non era cosa senza peso, era come cancellare i gesti di sua nonna nel preparare il pasto di Pasqua: come non rendersene conto?
Poi sopraggiunse la madre che con quei riti, con quell'ordine era in perfetta armonia. Era la sua ragione d'essere.
Arrivò il giorno della morte della madre, essiccatasi a poco a poco come una carruba. La figlia la lava, la veste con un abito blu su cui mette un grembiule rosso e poi piange e si abbandona nel letto e lì resta per lunghi giorni, accarezzandola di tanto in tanto.
Poi quel silenzio, il silenzio di chi non ha più ragione di vivere, il silenzio della figlia, ormai senza l'amato padre e, da tempo, prima ancora della reale morte, abbandonata dalla madre, viene rotto da qualcuno che sfonda la porta ed è così che si ritrova in una saletta del pronto soccorso: pesava trentasette chili.

Seme

Inizia il lungo cammino verso la luce, ma la sofferenza è lunga e l'inizio di una guarigione ancora lontano. Chiusa in se stessa, rinchiusa in una casa di cura, solo lo sguardo sembra non spento, perché sottolinea i colori al di là di una finestra. Mutismo, rifiuto di tutto. Poi arriva un nuovo medico delle anime, uno psichiatra che si siede vicino al suo letto senza parlare. Lei, come un pacco chiuso da troppi sigilli, non faceva intravedere quel seme di apertura alla vita, prigioniero com'era di tutti quei sigilli. Quell'uomo era piccolo, dallo sguardo severo, determinato. Lo sguardo di lei è attratto dalla sua spalla destra, leggermente più bassa e un po' storta come quella di Augusto. La presenza le diventa essenziale, lo aspetta, il silenzio non pesa, anzi è rassicurante. Arriva il giorno in cui, per la prima volta, chiede una tazza di brodo: i ricordi non sono più dolorosi, riaffiorano, il brodo del cuoco, padre di Augusto, la spalla un po' storta come quella di Augusto. Non vuole più morire; forse, vuole vivere.
Passano due lunghi anni di lento percorso accidentato verso la vita. Finalmente è fuori, seguita da un'assistente sociale.
E poi, un giorno, sente il desiderio di conoscere Iride. Si fa forza e riesce a suonare alla sua porta. Iride le apre, Iride l'accoglie, Iride è la persona che compie il miracolo di quel nulla che aiuta a sentirsi non bene ma meglio, proprio come quel breve messaggio che apre questo libro, un messaggio semplice, che dovremmo accogliere, fare nostro:

Talvolta basta un nulla
per sentirsi, non dico amati, ma
almeno considerati.
Allora non ci si sente bene, ma meglio
.

Ed è abbastanza.

Ecco, il seme è all'origine di un nuovo frutto, anzi quattro, quattro mele annurche, che sono sul tavolo della cucina di Iride e Iride compie tutte le mattine il rito della divisione del frutto che è condivisione di dolcezza, la dolcezza di quella polpa, di quel modesto piccolo frutto che compie il miracolo del passo decisivo verso la guarigione: non si è più soli, qualcuno ci aiuta a vivere.
Perché ogni giorno le mele sono sempre quattro?
Tre mele avrebbero sottolineato una perdita, una disarmonia: impossibile non sostituire la mela divisa con un'altra, quasi fosse sempre la stessa ad infondere energia, calore.

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