23 Cultura & Società
Il paese dove non si muore mai
articolo di Giovanna Corchia

Vorpsi Il paese dove non si muore mai
Ornela Vorpsi
Anno 2005
111 Pagine

Ornela Vorpsi è nata a Tirana nel 1968. Ha studiato belle arti in Albania, poi, dal 1991, all'Accademia di Brera. Questo è il suo primo romanzo.
Ornela ha scritto in un italiano spaesato quella che lei definisce "l'autobiografia dell'Albania".
In apertura una dedica che così suona:
"Dedico questo libro alla parola umiltà, che manca al lessico albanese. Una tale mancanza può dar luogo a fenomeni assai curiosi nell'andamento di un popolo".
La storia è raccontata in prima persona da una narratrice prima bambina, poi tredicenne, infine ventiduenne, nel momento della partenza dal proprio paese per allontanarsi da un luogo in cui non si conosce la parola umiltà.
La vita scorre senza la consapevolezza del monotono succedersi dei giorni. Vi sono dei riti che si compiono tutti i giorni: il caffè al bar, una abitudine riservata agli uomini che guardano avidamente e a lungo il passaggio delle ragazze che la natura ha dotato di un bel corpo. Si passano poi ore interminabili a tavola con l'idea di essere forti, senza paura. Se qualcuno dà la notizia di una morte improvvisa, si pensa sempre che sono gli altri a morire.
Essere bella in questo paese è un dramma, sei timbrata. Come capire le continue insinuazioni della zia e della cugina per cui lei, ancora bambina, è sicuramente destinata alla puttaneria, perché graziosa. La minacciano di sottoporla ad un controllo medico per vedere se è ancora vergine. E la bambina prega di non essere nata svergine: se questo è accaduto non è colpa sua. Immagina la morte di questa zia così minacciosa e si vede piangente al funerale con una sciarpa nera anche se ne avrebbe preferita una vaporosa alla Madame Bovary.
I libri sono per lei un rifugio, si dice libro-dipendente. Legge in qualsiasi momento, di nascosto, perché il libro non le venga censurato, strappato, chiuso a chiave. Strapparle di mano un libro è la più grande punizione che le possano infliggere,così si esprime infatti: "L'interruzione del libro interrompeva il mio scorrere d'essere". Arriva a fare, di nascosto della madre, un commercio con Nurija, insegnante di scuola elementare: un libro di fiabe in cambio di un gioiello della madre, preso di nascosto in casa.
Bello il ritratto che fa della madre Diella, del suo volto, della sua fiera andatura, del suo profumo, del suo amore per i libri. Il padre invece è quasi uno sconosciuto, finito in prigione per motivi politici poco chiari.
Custodisce a lungo gelosamente una foto della madre, in abito da sposa. Sulla foto la madre ha una macchia all'angolo dell'occhio destro, una lacrima, pensa, che arriva sin sullo zigomo. Quella macchia le sembra sottolineare la tristezza che si legge sul viso della madre, cerca di proteggere la foto in un album, sperando che la macchia scompaia. Perde , col passare degli anni, quella foto, ma le macchie restano sempre impresse dentro di lei, così come la tristezza non ha abbandonato mai il bel volto della madre: "Lei non fa niente per nascondere la sua tristezza", aggiunge.
Il racconto diventa ironico, tagliente quando si sottolinea tutta la retorica di una dittatura, che la narratrice chiama Madre-Partito, perché il Partito è come una madre a cui non ci si può ribellare:
"Imparare a difendere la patria, per di più la nostra, invidiata da tutto il mondo per la sua marcia così riuscita verso il comunismo", dice il nostro compagno, il Timoniere Enver Hoxha. E, a questo punto, la narratrice riprende la fase del suo addestramento militare, a cui tutti sono sottoposti. A lei sono state date delle scarpe troppo grandi e un'uniforme troppo stretta, ma non può ribellarsi: in guerra può capitare ben di peggio, Madre-Partito lo dice, perciò la sua sofferenza non è nulla.
Non c'è nel paese nessuna forma di comprensione reciproca, si è sempre pronti ad attaccare l'altro, a sottolinearne i difetti. Solo la morte cancella tutto come sottolinea il detto: Vivi che ti odio, muori che ti piango. Forse tutto questo succede perché è un paese che ha bisogno di tragedia.
Le vittime sono soprattutto le donne, a maggior ragione se il loro corpo attrae lo sguardo, come sottolinea la tesi: una ragazza bella è troia, e una brutta poverina! non lo è.
Vi sono tante storie di donne all'interno, la cui tragedia è sottolineata con poche essenziali parole: le morti nel lago di Tirana legate all'amore. "Il suicidio non è tra le aspirazioni principali di questo paese, che nella lotta per una sopravvivenza decente scorda il rifugio che può dare la morte." Ecco, però, che nel lago vanno a morire le donne, come Blerta dai capelli sottili che faceva tutto quello che le dicevano di fare; ed era stato così per l'amore, per cui si era trovata incinta e sola... Così nel caso di Dorina, che non poteva essere scelta in moglie per un problema di salute, ma per farci l'amore, andava bene, per poi gettarla via ed è così che Dorina ha gettato se stessa alle acque. E poi c'è la storia di Bukuria e Ganimete, madre e figlia, la loro storia è tragica, fatta di solitudine e di maldicenze, ma ancora più tragica la loro morte : "Si erano impiccate tutt'e due con lo stesso filo elettrico che scendeva in mezzo alla loro stanza nell'internato".
In un gioco alla guerra con la cugina devono drammatizzare il duello di Romeo con Tibaldo dei Capuleti accanto a Giulietta dormiente-morente. Scoprono in giardino, nascosta tra gli alberi, un'anfora, ne estraggono degli oggetti bianchi strani che possono fungere da spade, poi arriva la nonna, strappa loro, piangendo, quelle che, sapranno più tardi, sono le ossa di un figlio fucilato a diciassette anni dal partito come traditore, perché aveva cercato di attraversare la frontiera per raggiungere la ragazza slava di cui si era innamorato. Non avrebbe dovuto avere sepoltura, ma un cugino, dopo alcuni giorni, aveva trafugato il corpo del povero ragazzo e lo aveva consegnato alla madre perché potesse almeno sentirlo vicino.
Solo più tardi, negli anni Ottanta quei poveri resti avevano avuto una degna sepoltura accanto alla madre.
Entusiasmante la scoperta del quadro di Delacroix La Liberté guidant le peuple, senza il velo posto nel suo libro di storia sui seni della giovane donna raffigurante la Libertà. Così la narratrice battezza il quadro: La sensualità che guida il popolo.
Con quei seni così abbaglianti non poteva che vincere lei in quelle tre giornate gloriose: il 27, 28, 29 luglio 1830 che segnano la fine di Charles X, è quello che pensa la narratrice .
C'è poi l'impossibilità di abbracciare un universo infinito, come le hanno detto a scuola, allora lo chiede alla compagna maestra che la rimprovera perché manca di sane idee atee nella testa, forse allude, la povera Ornela, così la commisera la maestra, a qualcosa di mistico, all'esistenza di qualcuno. Perciò viene messa a tacere, con il consiglio di studiare meglio il materialismo dialettico, nella certezza che la religione altro non è che l'oppio dei popoli. È Madre-Partito che lo afferma, come dubitarne?
Impossibile restare in un simile paese, perché non partire verso la Terra promessa? E madre e figlia partono per l'Italia, i nonni piangono, la ragazza cerca di consolarli assicurandoli che ritorneranno subito...
Arrivate in quello che dovrebbe essere il loro paradiso, la sorpresa: "Anche in questa terra l'erba è verde, la gente cammina utilizzando i piedi come noi". Dove sono le straordinarie donne di casa così perfette, quelle magnificate nelle pubblicità del detersivo Dash, che sono sfilate più volte sotto i loro occhi increduli?
Eva, la figlia, prende i biglietti per Roma, fuori l'aspetta la madre che sta cercando di spiegare all'uomo che le si è avvicinato che non ha bisogno di aiuto, che è straniera... E poi cerca di ricordare la frase che quell'uomo le ha detto e la ripete: A quanto scopi?
Ben presto si rifà sentire il peso della solitudine che prende, poi, la forma dell'ulcera allo stomaco. Si ricorre a pillole, ma purtroppo non sono di aiuto: "Non liberano l'animo dall'afosità dell'esistere".
"In questa terra gli albanesi hanno capito che si può morire...Non ne vogliono più sapere delle terre promesse. Hanno capito che lì si muore, e loro morire non vogliono"

NB. Finisco qui questo mio viaggio in un libro che mi ha aiutato a capire l'altro, un po' almeno, ed ho visto quanto ci si somiglia e quanto, nella crescita di ognuno, si ripercuote la storia collettiva.
Il mio viaggio è un po' disordinato, però penso che alcune tracce importanti mi siano rimaste.
Condivido con la narratrice l'amore per i libri e per un loro grande scrittore, Ismail Kadaré.

Alla scrittrice Ornela Vorpsi per il suo libro "Il paese dove non si muore mai".

Ho letto con molto piacere e molto interesse il libro della scrittrice Ornela Vorpsi. Sono rimasto colpito dalla sua capacità e bravura nel raccontare le storie e saperle collegare, in modo che il lettore possa cogliere bene il filo del discorso. Condivido quasi interamente il suo racconto, ma ho qualche perplessità sul fatto che dia l'impressione di pensare che la mentalità descritta sia esistita e continui ad esistere solo in quel paese, l'Albania. Oggi scopriamo che non è così per alcuni episodi e alcuni punti di vista. Naturalmente non penso che la storia della scrittrice sia un'eccezione, penso che riguardi anche altri. Penso infatti che ce ne siano state altre, anche peggiori, dovute molto al Regime comunista e alla chiusura e impossibilità della popolazione albanese di guardare e capire meglio il mondo occidentale democratico.
Tuttavia il libro di Ornela Vorpsi servirà ai lettori per capire da quale situazione soffocante esce il popolo albanese e da quanto poco tempo ne è uscito.
Avrei preferito che la scrittrice si ponesse dei limiti nel raccontare minuziosamente cose intime dei propri famigliari, specialmente quando si tratta dei propri Genitori, perché, penso, i lettori ci sarebbero arrivati da soli a intuire tutto.
Tuttavia faccio i miei complimenti alla scrittrice Ornela Vorpsi per il coraggio e la capacità dimostrate nell'aver scritto questo libro, nel quale penso siano incluse altre donne che hanno condiviso la sua stessa storia, in quel paese come in tutto il mondo. Il libro mi è piaciuto; l'ho letto due volte per capirlo meglio. Restano sempre dei punti su cui non sono d'accordo. Non condivido il racconto troppo crudo su alcuni aspetti della vita dei suoi Famigliari.
Infine la invito a non fermarsi, perché il mondo e i lettori hanno bisogno di scrittori

Qani Kelolli
Un mio alunno albanese

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