9 Cultura & Società
Mario Rigoni Stern
Il sergente nella neve Ritorno sul Don
articolo di Giovanna Corchia

Rigoni   

Mario Rigoni Stern
Il sergente nella neve Ritorno sul Don
Einaudi
Anno 2005
328 Pagine

Parte Prima
Il caposaldo

All'inizio del libro Il sergente nella neve, un grande libro, un grande narratore come persona e come scrittore, vi è il ricordo di un attacco che segna il momento della ritirata degli alpini dalla loro postazione in uno sperduto villaggio russo sul Don.
Prima, in quel villaggio di pescatori si stava bene: il caposaldo del Morbegno, quello del Cenci e, in una casa diroccata, la squadra del sergente Garrone. Di fronte il caposaldo dei russi. Tutt'attorno solo rovine.
Scavando negli orti sotto la neve trovavamo cavoli, patate, carote e poi gatti e topi. Che bontà la polenta di farina di segala, preparata con una macina rudimentale. Ci si riscaldava la sera con polenta dura, alla bergamasca. A Natale, quel Natale,un po' di farina per tutti in regalo. "Era proprio bello sedersi su una sedia per scrivere alla ragazza, o radersi guardandosi nello specchio grande,o bere alla sera lo sciroppo delle ciliegie secche bollite nell'acqua di neve".
Di notte si usciva in silenzio per racimolare qualcosa, i russi erano proprio là, molto vicini. La morte di un compagno, Lombardo; la prima di cui ci parla Rigoni, e il cuore che si stringe. Lombardo muore come se non tenesse più alla vita, come se la morte fosse già in lui. "Morì così un giorno, perché sparava senza ripararsi"...
"A Natale percorro tutti i camminamenti per augurare buon Natale a tutti, anche alla neve, anche al fumo che usciva dalle tane. E poi un ricordo del tenente Cenci, sempre con la divisa in ordine, sempre ben rasato: una sfida in quelle condizioni impossibili. E un regalo ricevuto da Cenci, un libro che parlava di un aviatore che volava sull'oceano, sulle Ande, nel deserto. [non può non essere che Saint-Exupéry in Terre des hommes o Vol de nuit, nda].
E si viveva in attesa della posta, del calore di una lettera tanto sospirata; ed ecco il ricordo di Tourn, che si faceva inviare la posta per via aerea unicamente per fabbricarsi ottime sigarette con le cicche che raccoglieva dappertutto. E poi ancora Meschini, con le sue possenti braccia nude, simile a Vulcano, quando preparava la polenta, ex conducente, "odorava ancora di mulo".
Ecco Capodanno, è l'inizio dell'attacco dei russi: si direbbero fuochi d'artificio per festeggiare il nuovo anno. Poi ritorna il silenzio e si contano i morti, le stelle sono scomparse, tutto non è che gelo. Le stelle nel racconto sono una presenza costante. Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto: "ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio".
E poi la domanda che ritorna spesso lungo tutto il filo di questa storia, l'odissea di ragazzi soldati, contadini soldati che avanzano nella neve con ai piedi spesso stracci tenuti insieme da fili di ferro, la testa avvolta in una coperta, la domanda dell'alpino Giuanin: "Sergentmagiù ghe rivarem a baita?" E la morte di Marangoni, un alpino come tanti, "un ragazzo era, anzi un bambino". L'arrivo di tre soldati di fanteria meridionali, "uno di loro riusciva a tenerci allegri tutti, con le sue trovate, come quella di suonare tarantelle o la marcia degli alpini, battendo due legnetti contro i denti".
Arriva il giorno delle disposizioni per la partenza, l'inizio della lunga marcia nella neve "ormai era finita, veramente finita".
Vi è, a questo punto, l'episodio dell'alpino che si ferisce al piede per non essere in prima linea, anche questo un episodio frequente in guerra, la paura di morire... non si è eroi, ma uomini con le nostre paure.
Negli occhi di tutti il timore di essere abbandonati nella steppa, l'immensa distanza che ci separava da casa: "Sergentmagiù ghe rivarem a baita?" Il fiume era gelato, le stelle fredde, la neve era vetro quel giorno.
Come infondere coraggio ai soldati sotto il tiro dei russi? Incominciai a cantare e il sorriso ritornò sui loro volti. E nel silenzio si sente il grido di dolore di un russo ferito e la sua invocazione Mama, mama, proprio come uno di noi. E vennero i preparativi per la ritirata, bisognava prendere quante più munizioni possibili, indossare tutto ciò che si poteva, "poi bruciai le lettere e lasciai i libri. Che male nel compiere queste cose".
L'ordine era di restare sempre uniti. Eravamo carichi come muli nella notte nera, senza luna, nel freddo.

Parte seconda
La sacca

I giorni diventarono interminabili, si sprofondava nella neve, sotto l'assalto dei partigiani russi, si lasciavano i compagni qua e là. Come uscire da quella sacca? "Ghe rivarem a baita?" Tutto era nero, il silenzio profondo. Che ne sarà di quel villaggio sul Don? Oggi saranno tornati a fiorire i girasoli e la gente avrà ripreso a pescare nel fiume.
È come voler trovare una pausa di leggerezza, i colori del cielo al variare delle stagioni ,senza più la guerra.
"Un passo dietro l'altro, un passo dietro l'altro, nessuno parlava, sembravamo una colonna di ombre".
Il racconto si sofferma su fatti dolorosi come quello del portaordini del comando di compagnia che, stremato, aveva rinunciato a proseguire e, fermo nella neve, ci guardava passare come inebetito. E poi il racconto dell'incontro con il padre del portaordini che chiedeva a tutti gli alpini tornati a casa se sapessero dirgli qualcosa di quel figlio disperso non si sa dove. "Ed io glielo raccontai e finito il racconto quel padre si allontanò con una stretta di mano, senza versare una lacrima".
Durante il ripiegamento vi è l'incontro con il cugino Adriano, l'uno non riconosce l'altro, soprattutto Adriano, stupito dalla piega amara, dal silenzio di Mario. E il regalo del cugino, formaggio duro come ghiaccio, marmellata, per non sentirsi soli, disperati.
Quando si arrivava nei villaggi si cercava rifugio nelle isbe. Succedeva che chi aveva preso possesso prima scacciasse gli altri come intrusi, "perché non mi lasciano entrare?Non sono anch'io un uomo come voi?"
E affiora il ricordo della donna russa che gli aveva offerto una tazza di latte caldo e con quella bevanda così dolce tanti altri ricordi riaffiorano, un gusto lontano, sempre vivo, il latte che si beve nelle malghe d'estate. Impossibile procedere con quel carico sulle spalle, "gli spallacci dello zaino ci segavano le ascelle".
"Non vorrei più alzarmi, vorrei rinunciare ad andare, continuare a dormire, ma poi prendo in mano la situazione, incoraggio gli altri"... "questo mio fisico - aggiunge Rigoni - è veramente meraviglioso".
E sprazzi di poesia che fanno dimenticare l'assurdo: "La neve era intatta, l'orizzonte viola, e gli alberi si alzavano verso il cielo: betulle bianche e tenere e sotto queste un gruppetto di isbe... Non ci poteva essere la guerra sotto quel cielo viola e quelle betulle bianche"...
In questo lungo andare un giorno lo sguardo si posa su un alpino morto: un alpino dell'Edolo, sguardo calmo, forse si è addormentato con negli occhi i pascoli di casa sua.
E il sergente Rigoni cerca sempre di trasmettere sicurezza, fiducia. "Dobbiamo restare sempre uniti" - ripete spesso. Segue l'episodio delle donne e dei bambini di un'isba, minacciate senza ragione da un tenente incapace di qualsiasi equilibrio, umanità. Le donne e i bambini erano terrorizzate, nei loro occhi il dolore dell'umanità intera, violata, ma anche la speranza ed è il sergente Rigoni la loro speranza.
E ancora un episodio di follia: un alpino che l'assurdo ha spinto nella follia, una difesa, forse, contro l'assurdo.
E storie, tante, di gratuita crudeltà, come quella del tedesco che spara alla nuca di un gruppo di russi prigionieri, con gli altri commilitoni che riprendono la scena e ridono... Che fare?
"Cammino e cado e ancora cammino e cado"; i morti nei villaggi, donne e bambini, il corpo di una donna profanato, la neve intrisa del suo sangue. "Ma perché questo? Chi è stato?". E si continua a camminare.
Arriva il giorno della rinuncia ad andare, il sergentmagiù si abbandona nella neve, come quel portaordini; ecco arrivano i compagni a scuoterlo, a tirarlo su a farlo sorridere, a farlo sognare con desideri che lo aiutino a reagire, anche dall'assurdo si può uscire se qualcuno ti tende una mano.
E ancora massacri gratuiti, non per legittima difesa. Nevica ed è come se la neve dovesse stendere un velo di pietà su quei corpi o dovesse ristabilire il silenzio dopo le raffiche disumanizzanti.
Arrivano infine i giorni che annunciano la primavera, giornate piene di speranza ."Cammina, cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita". E, ogni tanto, un dono, un favo di miele, per riscaldare il cuore.
Il giorno delle tante perdite è il 26 gennaio 1943, il giorno del grande scontro con i russi, l'imprigionamento senza vie di uscita, la sacca.
"Adesso e nell'ora della nostra morte, adesso e nell'ora della nostra morte". "Qualcuno geme, un alpino ferito, lo prendo con me, riesco a portarlo fuori dagli spari, non ce la faccio oltre, lo rassicuro, cercherò una slitta che lo raccolga, me ne dimentico. So più tardi che una slitta lo aveva raccolto, tiro un sospiro di sollievo".
26 gennaio 1943 "i miei più cari amici mi hanno lasciato in quel giorno": Raul che la sera cantava prima di dormire Buona notte mio amore; Giuanin, proprio lui che chiedeva sempre "Sergentmagiù ghe rivarem a baita?" "Troppo pochi siamo arrivati a baita. E tanti, tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky".
E Rigoni, lui che ha sempre cercato di infondere coraggio agli altri, si sente arido e solo. Finalmente arriva il giorno in cui sono fuori dalla sacca e c'è il vecchio generale Nasci, comandante del corpo d'armata alpino, che saluta noi, banda di straccioni, passiamo davanti a lui "stracciati , sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti... Mi sembra di rivedere mio nonno".
Poi, con l'aiuto degli amici, Rigoni si lava, taglia la barba, medica la ferita del piede fetida, come se a poco a poco uscisse da un bozzolo di miseria.
La primavera annunciata, la primavera infine, il sole scaldava. "Tanti giorni abbiamo camminato dall'Ucraina ai confini con la Polonia, poi in Bielorussia - dice - però, Russia Bianca, forse in ricordo delle bianche betulle sotto la neve. Là si resta in attesa del treno che doveva riportarci in Italia. Siamo in pochi ormai,ospiti in un villaggio vicino alla foresta".
"Ero in una famiglia di gente semplice: una ragazza che filava la canapa e, sospesa al soffitto, una culla con un bambino. Spesso la ragazza cantava, si sentiva, nel silenzio, il rumore del mulinello a pedale, il sole avvolgeva la scena e tutto sembrava dorato. Se il bambino piangeva, la ragazza lo cullava dolcemente. A volte altre vicine arrivavano e insieme formavano un coro armonico".
Questa è stata la mia medicina.

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