11. Labirinti di lettura
I. Il trono, l'altare (e al-minbar)Noialtri dopo l'Illuminismo ci siamo persi di coraggio.
È bastato un piccolo fallimento per farci voltare
le spalle all'intelletto, e permettiamo
a ogni esaltato zuccone di tacciare di vano razionalismo
le aspirazioni di D'Alambert e di Diderot.
Andiamo in visibilio per il sentimento
e diamo addosso all'intelletto, dimenticando
che il sentimento senza l'intelletto, fatte le debite eccezioni –
- è grasso come un ricciolo di burro."R. Musil, L'uomo matematico
- Premessa
- Primo percorso – religione naturale
- Secondo percorso – creazionisti ovvero pastafariani
- Terzo percorso - bisogno di religione?
Premessa
Questo undecimo Labirinto (meglio usare, in questo caso, il numero ordinale arcaizzante: è più in carattere con le pesanti eredità culturali con cui ci troviamo a fare i conti) è dedicato al fenomeno delle religioni e a una piccola parte dei tanti perché filosofici, politici e etici connessi.
Non sono così presuntuoso da pensare di dare qui una risposta a tali quesiti. Più degli altri casi precedenti, questo Labirinto solleva parecchie domande e anche per questo si svilupperà in una decina di percorsi. Ma mi chiedo anche se una tale difficoltà di dare risposte non derivi proprio dalla inesistenza o inconsistenza dell'oggetto stesso di questo Labirinto. D'altra parte, è praticamente obbligatorio occuparsi del tema, visto che il fenomeno religioso ha occupato gran parte della scena in questi ultimi anni, contrariamente a quel che ci si poteva aspettare nel secondo cinquantennio del Novecento.
Quel che mi propongo di fare è di osservare il fenomeno religione da un punto di vista razionale e dell'antropologia storica, alla luce dell'avanzamento progressivo della scienza, che ha ridotto e continuerà a ridurre l'area di competenza della religione. La risposta alle molte suggestioni teologiche sulla presenza della religione nella storia umana (del Cristo, di Maometto, del Buddha e così via) è che essa non è nient'altro che la risposta storicamente determinata a domande di senso, da parte di una specie denominata homo sapiens, la quale è soggetta, come tutte le altre specie, a un processo evolutivo che non è terminato.
Ma un esame della religione, non può prescindere dai suoi collegamenti con il potere, ossia con la dimensione politica e economica delle società umane. E naturalmente, quando parlo di religione, non mi riferisco al solo cristianesimo. A proposito, al-mibar è il pulpito della moschea.
Sono convinto che nessuna storia della cultura e nessuno studio delle attività umane possa ormai prescindere da un punto di vista evolutivo, se non vuole essere la noiosa ripetizione di una mentalità tardo umanistica. Il rischio è che essa faccia più danni di quanti non ne siano stati fatti in precedenza dalla limitazione delle nostre conoscenze sul mondo e dall'invenzione di costrutti culturali destinati a surrogare la nostra ignoranza e a tranquillizzare le nostra angosce. Immagino che sia proprio per questo che l'evoluzionismo è oggetto di reiterati e pericolosi attacchi, ancorché sconclusionati, da parte di frange consistenti delle religioni dominanti, le quali vengono progressivamente scalzate dalla loro autorevolezza nello spiegare il mondo e l'umanità, mano a mano che si riducono le aree di mistero, sulle quali, certo, ognuno può continuare a speculare come vuole, ma solo a condizione di sostituire il rigore dei fatti con la fantasia o con la decisione unilaterale e non soggetta a verifica di credere in qualcosa.
Il punto è che tutto l'evoluzionismo e le scoperte della genetica e della biologia molecolare, in particolare di quella dello sviluppo, non accettano l'idea di un intervento esterno nel processo creativo della vita e nelle sue mutazioni multiformi. Tutta la genetica, ma anche altre discipline come la geologia, non hanno fatto altro che confermare, arricchire e mettere meglio a fuoco lo schema evolutivo elaborato da Darwin quasi cento cinquanta anno fa. D'altronde, una parte notevole delle scienze naturali non sarebbero comprensibili senza il quadro generale fornito da Darwin: le sue intuizioni sono state, con il tempo, estese e meglio motivate, in quella che viene denominata la sintesi moderna.Primo percorso
religione naturale
Una storia naturale della religione è, appunto, quella che scrive Daniel C. Dennett, in Rompere l'incantesimo. La religione come fenomeno naturale [Milano, Cortina, 2007, pp. 502], mettendo a frutto non solo le precedenti elaborazioni dei filosofi in materia, ma affiancandosi anche alle tesi dell'altrettanto noto Richard Dawkins, di cui è uscito in questo mese di settembre L'illusione di Dio, un testo che concluderà i percorsi di questo lungo Labirinto.
Qual'è la novità del libro di Dennett rispetto a precedenti elaborazioni?
In primo luogo, esso non muove da una base pregiudizialmente filosofica, sottraendosi così alla più che secolare disputa teologico-filosofica alla quale ci ha abituato, ahimè, la nostra cultura.
In secondo luogo, non ripercorre il pesante materialismo del passato, rozzo se vogliamo e, per così dire, meccanicistico, che vide non a caso la luce con l'espansione della prima rivoluzione industriale. Il materialismo di Dennett è figlio della biologia e di un evoluzionismo non travisato, ben più ricco di dati rispetto al passato, ma anche dell'avanzamento di discipline nuove e della rielaborazione di antropologie che tengono conto dell'enorme e più raffinato lavoro scientifico realizzato rispetto all'età del positivismo, in tutti i campi del sapere scientifico.
In terzo luogo, procede all'analisi di fenomeni così artefatti e complessi come le religioni, con un percorso di ricerca aperto, esponendo la metodologia usata e mettendone a nudo i passaggi mentali, cercando di mantenersi nell'ambito del classico approccio scientifico. Cioè, provando per quanto possibile, considerata la materia, ad ammettere e a discutere solo le soluzioni verificabili, magari se non subito in un prossimo futuro, grazie al progresso cumulativo delle scienze e, per intanto, avanzando ipotesi probabili e aperte a ricerche ulteriori.
Tutto ciò, naturalmente, senza che si possa ricorrere alla classica risposta di fede, ossia senza che qualcuno possa dire: "potete dimostrare quello che vi pare, ma io credo in quel che credo", perché in tale caso la discussione finirebbe lì, anzi, non inizierebbe nemmeno, con buona pace della ragione e della logica. In altre parole, se si vuole raggiungere un qualche risultato, occorre non ammettere locuzioni del tipo: "se non capisci la mia teoria è perché non hai fede" oppure "solo i membri ufficiali del mio laboratorio sono capaci di rilevare questi effetti". Ve l'immagine una ricerca della verità in campo scientifico improntata a queste dichiarazioni? Sarebbero criticabili anche nell'ambito nel nostro agire quotidiano. Eppure, quando si parla di religione, diventano moneta corrente, specialmente verso la fine della discussione.
L'autore ci mette quasi cento pagine per cominciare ad entrare nel merito, forse anche perché dichiara di aver scritto il libro espressamente per un pubblico americano. Ma il testo è ricco di un gran numero di spunti e di prospettive dalle quali di solito non si guarda al fenomeno religioso. Insomma, alla domanda che Dennett si pone se sia possibile indagare la religione da un punto di vista non religioso, la risposta è affermativa e in modo argomentato.
L'autore inizia l'analisi parlando di alcune proprietà funzionali del cervello umano e sottolineando che, al contrario della memoria ugualitaria del computer, la quale "accetta tutto ciò che gli diamo", quella umana (ma anche quella animale) "è governata dalla competizione e dalle inclinazioni". Ma sarebbe ora di uscire da questo equivoco, che l'autore perpetua, e di assumere il dato di fatto che la comprensione del cervello elettronico e quella del cervello biologico attengono a domini diversi, e quindi non confrontabili, come si argomenta in un articolo di questo stesso sito.
Ciò che però interessa all'autore è esaminare il processo generativo di fantasie e la sua diversa scansione e evoluzione attraverso la storia umana. Per esempio, si chiede come mai se i miti di un tempo sono falsi e la religione è vera, l'uomo ha potuto credere veri i primi. Sembra una domanda ingenua, ma le risposte non possono che essere due: una spiegazione evoluzionistica, oppure quella religiosa, secondo la quale ad un certo punto della storia è intervenuta una rivelazione, che è un fenomeno comune a tutte le religioni. Ma queste ultime continuano in buona sostanza a utilizzare gli stessi meccanismi mentali validi per i miti, per cui alla fine vale il discorso del credere nonostante tutto. La spiegazione evolutiva affonda invece le radici nella preistoria umana, nella formazione della figura del Padre come transfert, come simbolo di autorità, e degli antenati che possono guidare l'uomo nelle oscure vicissitudini di una vita e di un mondo largamente al di fuori della comprensione e del controllo umano e molto pericoloso.
L'importanza della trasmissione culturale associata all'invenzione della divinazione, cioè alla presunta capacità di interpretare i segni (che sarebbero i messaggi criptati, interpretabili solo da specialisti, e che proverrebbero da un ultra mondo) segna la prima associazione tra potere e religione (se si può già chiamare così lo sciamanesimo) perché, citando altri autori (Palmer e Steadman), Dennett osserva che il suo effetto più importante è di alleviare la responsabilità nel processo decisionale, riducendo il biasimo che può risultare dalle cattive decisioni. Ma anche, aggiungo, fornendo un'aura di sacralità a quelle stesse decisioni.
Sappiamo bene che l'attività divinatoria è ancora florida (ci sono attualmente più di ottanta modi diversi di esercitarla) e che anche nel campo delle religioni monoteiste si parla continuamente di segni (segni del Cielo, ovviamente), Ma l'autore osserva che l'efficacia della credenza dipende più dalla convinzione personale che dai risultati. Insomma, "come la magica piuma di Dumbo, le stampelle dell'anima funzionano solo se ci credi".
La tenace persistenza di questo fenomeno dipenderebbe, secondo l'autore, da ragioni evolutive. Il presupposto è che con il tempo si sia sviluppata o si sia rafforzata un'area del cervello propensa alle connessioni natura-divino - una specie di area del divino – sulla cui esistenza si possono esprimere molti dubbi ma sulla quale sta indagando la neurobiologia. Però, obbietta Dennett, non bisogna correre troppo: "finché non sviluppiamo delle teorie generali migliori sulle architetture cognitive per la rappresentazione dei contenuti del cervello, usare i metodi di neuroimaging per studiare le credenze religiose sarà inutile quasi come usare un voltmetro per studiare un computer capace di giocare a scacchi".
Ora, è possibile che la maggiore tendenza ad autosuggestionarsi di una parte della popolazione primitiva abbia rafforzato le sue difese immunitarie nonché il rilascio di sostanze utili alla guarigione e, quindi, una maggiore possibilità di guarire e di sopravvivere. In altre parole, sono maggiormente sopravvissuti i credenti, proprio perché tali: perciò si sono moltiplicati più individui con questa tendenza. Per dirla un po' volgarmente, siamo ancora qui grazie al fatto che i nostri progenitori erano dei creduloni e che, proprio per questa ragione, avevano "una specie di assicurazione sulla salute". Una tesi ardita ma non peregrina, da approfondire con l'indagine scientifica e non a colpi di dibattiti teologici. In sostanza, il di più di conforto e di fiducia fornito dal credere avrebbe esaltato la fitness delle specie "tanto nel momento della deliberazione quanto in quello dell'azione". La storia è piena di esempi che confermerebbero questa tesi.
Del resto (e l'autore riprende qui in parte le tesi di Richard Dawkins sulla memetica), proprio il fatto che le religioni (come i miti) comprendano elementi incomprensibili e fantastici non le indebolisce affatto, ma ne aiuta anzi la fissazione nella memoria e la trasmissione. "L'idea di fondo è abbastanza familiare nel metodo pedagogico (spesso odiato ma efficace) che raccomanda di imparare certe cose a memoria. Non è necessario comprendere ciò che si impara, poiché l'effetto è una specie di inprinting che avviene nei primi anni di vita e dal quale è poi difficilmente possibile liberarsi, dal momento che continua a operare quale che sia la successiva evoluzione culturale delle persone. La tecnica di apprendimento nelle madrase islamiche ne è un classico esempio, come anche la tradizione antica delle scuole gesuite. Teniamo in mente questo punto per quanto si dirà nei percorsi successivi.
Tutto l'insieme delle argomentazioni fin qui svolte, delle quali ho citato solo una parte, porta a formulare l'ipotesi dell'esistenza di una religione popolare, cioè di una religiosità di base presente per ragioni evolutive negli esseri umani e rafforzata dall'apparato sociale di sostegno raffinatosi nei secoli. Dalla religione popolare, che forma come un sostrato permanente nel nostro modo di essere (il che spiegherebbe la tenace persistenza di certe credenze e di modi "magici" di vivere la religione) si è storicamente sviluppata la religione organizzata. Qui possono subentrare alcune considerazioni sulla funzione dell'arte come aiuto a condurre il fedele a estasi sublimi e sulla elaborazione di coinvolgenti cerimoniali religiosi. Comunque, la differenza tra la religione organizzata e quella popolare è che i praticanti della seconda "non concepiscono se stessi come membri di una religione".
Interessante, poi, è l'osservazione che Dennett formula utilizzando le tesi di altri autori (Stark e Finke) circa la rivendicazione delle religioni di essere delle costruzioni razionali, argomento su cui insiste spesso anche la Chiesa cattolica. In effetti, il comportamento religioso, proprio alla luce dell'approccio evoluzionistico può benissimo essere considerato razionale. Ma in quale senso? Essendo basato su calcoli costi-benefici, proprio dal punto di vista della fitness, è "razionale nello stesso senso in cui lo è ogni altro comportamento umano". Insomma, per parafrasare un noto detto, l'evoluzione sarebbe più furba di noi e del resto, aggiunge l'autore, "sarebbe comunque importante concludere che l'evoluzione culturale obbedisce a principi darwiniani nel semplice senso che niente che la riguardi contraddice la teoria dell'evoluzione, anche se i fenomeni culturali sono spiegati meglio in altri termini".
Il tema dell'interazione tra evoluzione culturale e evoluzione genetica è in realtà un campo ancora del tutto aperto sul quale il progresso della ricerca e la formulazione di teorie sempre più efficaci, anche superando la spaccatura esistente negli indirizzi divergenti tra le scuole di antropologia, in particolare tra fisici (biologia e scienze dure) e umanisti, renderanno possibile ridurre progressivamente l'area del sacro e del mistero di cui si nutrono le religioni. Cioè, per superare la soglia antropologica di fronte alla quale è oggi l'umanità.
Per riprendere una recente osservazione del filosofo Giacomo Marramao fatta nel corso del Festival della filosofia tenutosi nel maggio scorso all'Auditorium di Roma, il processo di ominizzazione, per essere comprensibile, deve essere visto in una luce retrospettiva, perchè salta il confine artificiosamente creato tra natura e cultura e quello tra animale e umano, cosa che l'Occidente ha fatto sempre fatica a capire. L'etologia ci ha infatti insegnato che i tre elementi che distinguevano l'uomo dall'animale ossia la razionalità (o lógos), le tecnica (alcune altre specie animali la usano e sono in grado di trasmetterla) e il linguaggio (ovviamente non la lingua), non sono esclusivi dell'uomo. Ad esempio, gli articoli che Antonio De Marco pubblica nella rubrica Bioculture di questo sito, danno anche sperimentalmente conto di queste tesi.
Da questo punto di vista, è tutta l'antropologia filosofica e politica a lungo predominante in Europa, nutrita di un'assoluta incomprensione della scienza e di un completo travisamento della tecnica (penso ad Heidegger che ha ancora parecchio seguito in Europa, ma anche a Arnold Gehlen e, in Italia, a Umberto Galimberti e allo stesso Cacciari) che deve essere ripensata. Essa è fondata sull'idea di autosufficienza dell'uomo rispetto al mondo naturale e, nella sua estensione religiosa, di una sua dipendenza dal divino, ossia da qualcosa che con questo mondo non ha che fare se non in termini di subordinazione o di promanazione gerarchica. Questa autosufficienza, ontologica ma anche tecnica, sarebbe oggi minacciata dalla tecnica stessa, la cui artificiosità dominerebbe ormai l'umano. Come se la tecnica non fosse un fattore essenziale, intrinseco, del nostro processo di ominizzazione. L'ultimo exploit in questo senso è la dichiarazione di papa Ratzinger che la scienza senza la religione è una minaccia per l'umanità. Il che equivale a dire che la religione, ossia i suoi apparati, debbono controllare la scienza.
Si rovescia completamente, in tale modo, il problema centrale che ci troviamo ad affrontare e che è quello della persistenza di arcaismi culturali e sociali (compresa la religione) assieme all'assunzione di una potenza e di una complessità culturali e materiali del tutto inedite nella storia umana, forse paragonabili solo al salto antropologico avvenuto con il passaggio al neolitico.
Così, se mentre da un lato i filosofi citati partono dall'assunto di una inferiorità delle prestazioni umane rispetto a quelle animali, superata solo grazie alla tecnica (artificialità) di cui l'umanità è ora prigioniera, la religione (cattolica in particolare) introduce il fattore della spiritualità come elemento distintivo dell'umanità, come alterità rispetto a tutto il resto del mondo animale. Una tesi di recente ribadita anche dal cardinale Angelo Bagnasco nel corso di un convegno su Etica, cultura, comunicazione, dove afferma che "La questione problematica che ci ha consegnato il Novecento è non sapere più chi è la persona umana. Se noi guardiamo i movimenti culturali in atto, che ormai emergono anche sui quotidiani, oppure su altre riviste più o meno specializzate e di cultura - vedi Micromega o simili - la persona umana viene sempre più descritta come una particella della natura, semplicemente un poco più evoluta ma che non ha quindi in sé una differenza qualitativa autotrascendente. Semplicemente è dentro una linea rigorosamente evolutiva, con uno stadio evolutivo in più. Questa è la tragedia evidentemente perché si annulla la differenza qualitativa, la presenza dello spirito e la dimensione spirituale della persona che noi cogliamo attraverso la traccia dell'autocoscienza. Quando si parla della persona come autotrascendenza si fa riferimento al fatto che noi abbiamo coscienza di noi stessi non solo delle cose esterne, non solo pensiamo, ma pensiamo di pensare." Qui l'antropologia è semplicemente un antropocentrismo, per cui l'intero universo si giustifica in quanto preordinato all'apparizione dell'uomo. La qual cosa significa avere un discreto complesso di superiorità disgraziatamente basato su presupposti indimostrabili. Aggiungo che dal punto di vista neurobiologico non c'è alcuna necessità di scomodare misteriose autotrascendenze per spiegare la coscienza di se stessi, trattandosi per l'appunto di una caratteristica evolutiva del cervello umano di cui è persino individuabile il passaggio fisiologico, oggetto di indagini scientifiche sempre più approfondire che non hanno nulla a che fare la teologia, e riguardanti in parte la funzione dei cosiddetti neuroni-specchio presenti nel nostro cervello.
È implicita nella posizione del prelato una critica all'evoluzionismo, anche se in campo cristiano esiste tutto un arco di posizioni che vanno dalla pura e semplice negazione dell'evoluzione e da una interpretazione letterale della Bibbia (presente soprattutto in terra americana), alla riedizione di vecchie posizioni antievoluzioniste rispolverate sotto il titolo di Intelligent Design (ID) e sostenute anche da autorevoli cardinali come quello di Vienna, Christoph Shoenborn, ad una cauta ammissione della sua realtà (a suo tempo proposta da Giovanni Paolo II e recentemente confermata), al tentativo di definire un'antropologia basata sull'evoluzionismo, in particolare del gesuita Teilhard de Chardin (peraltro quasi scomunicato e poi accantonato dalla Chiesa).
Ma la cifra dominante in campo religioso è piuttosto critica nei confronti del darwinismo che, unita ad una diffusa ignoranza dell'evoluzionismo moderno e all'insufficienza di cultura scientifica fornita dalla scuola, rischia di spegnere quei "lumi" che i pensatori di secoli addietro accesero per il mondo moderno. Per di più, la reazione all'evoluzionismo non è presente solo nell'ambito cristiano, ma anche ebraico-ortodosso, hinduista e, come vedremo in seguito, islamico.Secondo percorso
creazionisti ovvero pastafarianiNel libro di Telmo Pievani, Creazione senza Dio [Torino, Einaudi, 2006, pp. 137] si tenta di arginare questa pericolosa deriva creazionista (come del resto in altre opere di questo filosofo della scienza) e si giudica l'ormai più che secolare tentativo di respingere la teoria evolutiva come il frutto del timore "che il giorno in cui sarà possibile accettare davvero le origini completamente materiali del nostro corpo e della nostra mente cadranno i fondamenti non solo della fede, ma anche della morale e della convivenza civile". Dove non ci sono molti dubbi sulla caduta della fede, ma dove rappresenta una grande mistificazione, se non un vero e proprio imbroglio, la minaccia di una caduta della moralità e della convivenza umana. Anzi, vedremo negli ultimi percorsi che c'è chi rivendica una superiorità dell'etica laica su quella religiosa.
Pievani inizia il suo saggio dalla storia del reverendo inglese William Paley, il quale nel 1785 - prima di Darwin, perciò - aveva messo a punto una specie di ragionamento che rappresenta l'immediato antecedente della versione contemporanea dell'Intelligent Design: la "deduzione dell'esistenza di Dio dall'evidenza di un progetto insito nel mondo". Senza entrare nel dettaglio, in buona sostanza Paley svolgeva una dimostrazione inconsistente, basata su una figura retorica e su un'inferenza mentale, priva del necessario sostegno scientifico. Si tratta perciò di letteratura, che sarebbe persino divertente se non pretendesse di essere teologia e scienza. Naturalmente, le versioni attuali dell'Intelligent Design debbono tenere conto di Darwin e di tutte le scoperte successive della scienza, ma l'impianto concettuale di fondo rimane quello immaginato da Paley. E pensare che Darwin stesso ci fa rivivere nelle sue opere i passaggi logici e l'accumulo di dati che non trovano altra spiegazione che in una teoria dell'evoluzione; Darwin, dapprima credente, che entra in crisi religiosa proprio per questo, certo influenzato anche da tragedie familiari; Darwin che annota nel 1838 in suo taccuino che "colui che comprende il babbuino contribuirà alla metafisica più di Locke".
Il nucleo essenziale del pensiero di Darwin è che "lentamente la selezione naturale, integrata dal meccanismo complementare della selezione sessuale [...] favorisce i ceppi più adatti alle circostanze ambientali e trasforma incessantemente le specie." Come e attraverso quali meccanismi biologici ciò possa avvenire era al di fuori delle conoscenze del tempo, ma lo sviluppo successivo della biologia molecolare e della genetica ha dato non solo ragione a Darwin ma ha spiegato, anche sperimentalmente, gran parte di quei meccanismi.
Oggi, il punto cruciale e accertato della teoria evoluzionistica dice che non è la vita ad adattarsi alle mutate condizioni ambientali, o meglio, che un tale modo di esprimersi non è troppo preciso, perché le mutazioni, nei tempi biologici, sono continue e non finalizzate a conferire adattamenti nei confronti dei mutamenti ambientali. Sono le condizioni ambientali che, per così dire, condizionano i processi selettivi naturali nella loro scelta, tra le innumerevoli varianti che casualmente si producono nel genoma. Tutto ciò avviene entro il quadro concettuale fissato da Darwin e dalla sintesi moderna che ha ulteriormente tolto terreno alle credenze degli spiritualisti: altro che fallacia della teoria evolutiva originaria!
Per inciso, osservo che, dal punto di vista dell'efficienza, c'è uno spreco enorme di mutazioni, solo alcune delle quali superano la sfida della replicazione e della trasmissione per discendenza, trovandosi in sintonia con il mutamento ambientale avvenuto. Nel genoma c'è una stratificazione di sequenze, frutto di rimaneggiamenti e di riorganizzazioni, con parti dei geni che nel tempo hanno cambiato funzione o ne hanno acquisite altre in seguito. Insomma, si tratta più di un bricolage che di un progetto ingegneristico. Se in tutto questo meccanismo c'è una cosa che è assente, è proprio la mancanza di qualsiasi progetto, nel senso di un disegno preliminare al quale attenersi. Se c'è un'intelligenza, essa risiede in una tale ridondanza e molteplicità di mutazioni da rendere statisticamente più probabile che qualcuna di esse, in grado di conferire maggiori adattamenti a cambiamenti fisici esterni, possa dare luogo a progressivi aumenti di varietà, differenziazioni e trasformazioni. I cambiamenti fisici esterni che condizionano il successo di una specie, a loro volta, hanno il loro fondamento in leggi naturali, a meno che non si vogliano rispolverare modelli del tipo diluvio universale o delle pestilenze come punizione divina.
Le linee guida della reattività della vita all'ambiente sono ormai state stabilite milioni e milioni di anni fa al prezzo di innumerevoli tentativi e di massicce estinzioni di massa e di singole specie. La vita, semplicemente, si fa, con una formidabile tenacia, attraverso una continua serie di prove ed errori, la cui arcaica molla è data dalla scoperta di alcune molecole dotate di capacità autoreplicativa e quindi in grado di avere una discendenza. In questo senso, la vita è una proprietà della materia.
Questa estromissione del sacro dall'orizzonte della nascita dell'umanità (e della sua amministrazione da parte di sacerdoti specializzati) è precisamente il punto fondamentale dell'attacco di tutte le religioni all'evoluzionismo e a una concezione naturalistica della vita. Insomma, per riprendere il testo di Pievani "con la teoria della selezione naturale qualsiasi "disegno" insito nella natura diventa per la prima volta un'ipotesi superflua sul piano strettamente scientifico, non soltanto filosofico".
L'autore ripercorre anche la storia più recente del creazionismo, a cominciare da quello promosso dai fondamentalisti cristiani del primo Novecento (per inciso, il fondamentalismo non è un'invenzione islamica, ma delle sette protestanti americane), il quale aveva una duplice base. Da un lato, un'interpretazione letterale della Bibbia (proprio nel senso della creazione del mondo in sei giorni da parte di un signore tradizionalmente barbuto e spesso iroso) e, dall'altro, il timore che senza religione sarebbero crollate le fondamenta morali della società. Il primo aspetto è tuttora presente in alcuni agguerriti e vocianti ambienti antidarwinisti protestanti e nelle loro code europee, ma anche islamiche; il secondo è comune, oltre che a tutti gli antidarwinisti, anche ai cosiddetti laici devoti, a quelli cioè che vedono nella religione, pur non credendoci, un fattore di stabilizzazione del potere e della società. Tutti questi signori combattono, in buona sostanza, per una visione del mondo che non abbia molto a che fare, oltre che con Darwin, con Einstein, con l'astrofisica e con la genetica.
In modo molto chiaro, l'autore esamina poi le strategie usate dagli antievoluzionisti e le "prove" che esibiscono circa la fallacia della teoria darwiniana.
La prima consiste nell'affermare che la selezione naturale non è mai stata provata empiricamente, per poi portare immediatamente la discussione sul terreno ideologico. Senza naturalmente tenere conto delle lista sterminata di fenomeni studiati in laboratorio e sul campo. Per disgrazia degli antidarwinisti di questo tipo, la lettura del codice genetico umano, l'osservazione della riproduzione dei batteri o del moscerino della frutta, nonché l'ingegneria genetica e persino l'emergere di nuovi ceppi virali hanno invece dato una base sperimentale definitiva alla teoria evolutiva. Si veda, ad esempio, su questo stesso sito l'articolo n. 24 di Bioculture, Più simili che diversi? di Antonio De Marco. Una variante di questo filone sostiene che la selezione naturale può al massimo agire come filtro negativo.
La seconda posizione antidarwinista cerca di portare degli argomenti contrari strumentalizzando le controversie interne al campo evoluzionistico. Se discutono tanto, dicono questi antievoluzionisti, allora la teoria non funziona e allora è bene che sia insegnata anche una spiegazione alternativa all'evoluzionismo. Ora, scambiare la discussione su alcuni punti specifici – pur sempre dentro il paradigma evoluzionistico – come una debolezza della teoria, sarebbe come se, essendoci ancora discussione sulla struttura iniziale e finale dell'Universo o sull'esistenza della materia oscura, allora sarebbe bene insegnare anche il sistema tolemaico come possibile alternativa. Naturalmente, sulla nostra variegata Terra, c'è anche chi sostiene quest'ultima posizione. Chissà perché chi sostiene che la Terra è piatta viene deriso, mentre chi dice che le specie sono sempre uguali a se stesse fin dalla "creazione", dovrebbe diventare "un'altra ipotesi possibile", talvolta sostenuta da decisioni istituzionali, come in alcuni noti casi avvenuti negli USA.
La terza posizione consiste nel prendere un aspetto della complessa teoria evolutiva, ingigantirla e deformarla – come di solito fanno alcuni esponenti della Chiesa cattolica. Ad esempio, affermando che noi non "siamo tutti figli del caso e di una storia senza senso". Aggiungendo che l'evoluzionismo, come qualsiasi riferimento alla scienza, diventa "scientismo" se viene preso a base di riflessioni a più ampio raggio. Questa terza posizione si arricchisce di volta in volta di affermazioni peregrine che cercano di minare la teoria dell'evoluzione dall'interno del suo quadro concettuale. Non molto tempo fa, ad esempio, su l'Avvenire del 22 gennaio 2004, è apparso un articolo secondo il quale "la scoperta del DNA è un forte ostacolo alle ipotesi del cambiamento evolutivo". Ora, l'Avvenire è il giornale dei vescovi italiani. Non fa nulla se l'effetto di ciò che è avvenuto nella scienza - la scoperta del DNA e la mappatura del genoma umano - ha prodotto esattamente il contrario, tanto da poter ricostruire proprio attraverso il DNA la storia evolutiva delle specie: intanto l'affermazione può essere ripetuta e circolare come una delle tante leggende metropolitane.
In buona sostanza, tutte le varianti dell'Intelligent Design non tengono in conto alcuno la biologia evolutiva e lo specifico modo di procedere della scienza.. Tutti i tentativi di spiegazione non darwiniana della vita, anche quelli compiuti dai rari studiosi esperti in discipline scientifiche, sono miseramente crollati sotto il peso di contestazioni di merito. Gli antidarwinisti "non sono insomma riusciti a condurre a loro favore un solo esperimento scientifico, non hanno proposto alcune teoria scientifica, non hanno dedotto una sola formula o teorema, non hanno proposto alcuna teoria scientifica degna di questo nome in alcun campo affrontato. Non sono riusciti a escogitare una sola congettura o ipotesi alternativa per dirimere questioni ancora controverse". E poi, aggiunge Pievani, anche se tutte le ricostruzioni evoluzionistiche attualmente esistenti fossero per assurdo errate, perché mai dovremmo ricavare da ciò una dimostrazione di un qualche intervento divino?
Comunque, osservo che il problema del creazionismo non è un affare interno al mondo occidentale e alle varie tendenze della religione cristiana. Ha fatto scalpore, proprio in questi ultimi tempi, l'inondazione nelle università americane di un testo redatto da Adnan Oktar (pseudonimo di Harun Yahya), con il titolo Atlante della creazione. Si tratta di un voluminoso e lussuoso libro che parecchi scienziati si sono ritrovati nelle cassette postali, nel quale sembra che si sostenga che tutte le creature esistenti sono perfettamente uguali ai resti degli animali fossili fin qui rinvenuti [New York Times del 17 luglio scorso]. Perciò, afferma Yahya, l'evoluzionismo sarebbe una teoria inconsistente, che è peraltro contraddetta dal Corano. Il problema non è solo come si possano scrivere e sostenere simili stupidaggini, ma anche il poderoso apparato finanziario che ha reso possibile la stampa, la diffusione su scala mondiale e la spedizione gratuita di migliaia di copie di un testo che, secondo chi l'ha ricevuto non può costare meno di 100$. Mi sembra evidente che si tratti di un'offensiva creazionista islamica sostenuta da ambienti che dispongono di parecchio denaro, la cui provenienza è per ora un mistero. L'autore turco non si è limitato a questa iniziativa, perché attraverso numerosi altri scritti e anche il suo sito sembra avere un discreta influenza nell'area islamica. L'Atlante è peraltro scaricabile in formato .pdsf e .word e nel suo sito Harun Yahya sostiene, senza alcun accenno di ilarità che "il darwinismo è da molto tempo defunto come punto di vista scientifico" e che "questo grande errore è basato sull'inadeguato livello che la scienza aveva nel secolo XIX".
È davvero stupefacente come si possa sostenere l'esatto contrario di fatti documentati, comprovati, noti ad un largo pubblico e interpretati in modo univoco dalla quasi totalità della comunità scientifica. Ma il punto forte a cui si appoggia il nostro ineffabile autore, come osserva il biologo Kenneth R. Miller, consiste nel descrivere "l'evoluzione come una parte integrante dell'influenza corruttrice dell'Occidente sulla cultura islamica". Naturalmente, nella misura in cui Harun Yahya ha una certa influenza, ciò contribuirà a tenere fuori il mondo islamico dall'evoluzione della scienza. Però le sue scriteriate teorie non vanno sottovalutate, perché tentano di fare leva – con un certo successo - su un sentimento assai diffuso di rancore e di frustrazione esistente tra quelle popolazioni nei confronti dell'Occidente, come vedremo in seguito. Del resto, lo stupido integralismo religioso è una malattia assai diffusa anche da noi e, in particolare, negli Stati Uniti e, minacciosamente, anche in Europa.
Tornando a Pievani, visto che proprio grazie al vento americano e ai suoi fondamentalisti cristiani - che hanno peraltro al potere un loro saldo alleato (Bush) - l'Intelligent Design ha trovato orecchie attente anche negli ambienti vaticani, l'autore ne esamina le diverse varianti.
La prima aggiorna gli argomenti del già citato reverendo Paley, affermando che le meraviglie della natura sono tali che non è possibile copiarne le prestazioni. La seconda afferma che l'Universo è il prodotto di esseri umani superiori o di un'intelligenza artificiale ultrapotente; per inciso, riprendendo un racconto di Isaac Asimov del 1956, L'ultima domanda. La terza apporta alla precedente la variante che i creatori sarebbero intelligenze non umane. La quarta esce dalla fantascienza e vira decisamente verso la metafisica, per cui il mondo sarebbe il prodotto di una intelligenza divina, sospendendo così tutte le leggi della fisica, come il fatto che l'infinito diventa finito.
Ma se proprio vogliamo insistere su una di tali soluzioni come base o conseguenza della scelta soggettiva di credere allora – aggiungo – che cosa impedisce di dichiararsi pastafariani, un'alternativa che ha la stessa dignità logica dell'ID? Nel sito Church of the Flying Spaghetti Monster ci sono tutti gli ingredienti per la creazione di un nuova e assurda religione, non dissimili nella loro struttura da tante credenze ufficiali delle religioni storiche. Del resto, di religioni nuove ne nascono di continuo.
Come ho già accennato, ci sono studiosi che hanno cercato di dare un fondamento "scientifico" alle loro obiezioni al darwinismo e le cui tesi, nonostante successive smentite, continuano ad essere moneta corrente tra i ripetitori di terza e quarta mano. Ad esempio, Michael J. Behe, biologo molto contestato dai colleghi, ha proposto l'idea di una complessità irriducibile del mondo. Come è possibile che una tale complessità sia il frutto di "meccanismi" naturali casuali e di piccole modificazioni successive? – si chiede. Le sue tesi sono state riprese in Italia dal solito Avvenire del 29 settembre 2005 in una intervista, ripetuta il 2 luglio scorso. Tutto ciò nonostante il biologo John McDonald avesse distrutto in un articolo di due anni prima l'argomento della complessità irriducibile. Behe non vuole confondersi con i fondamentalisti creazionisti, ma afferma che alcune parti della Natura sono così complesse che sarebbe più razionale supporre un intervento intelligente. L'errore di Behe consiste nel credere che un evento molto improbabile non possa, in quanto tale, accadere per caso. Ora, qualsiasi statistico potrebbe smentirlo. Infatti. "eventi estremamente improbabili si verificano per caso in qualsiasi momento". Peraltro, in Behe la complessità non viene mai definita se non associata alla improbabilità, contro tutta la teoria dell'informazione che dice esattamente il contrario. Tra l'altro, in questo modo egli si caccia in un vicolo cieco perché, se si vuole continuare con i giochetti logici di cui è ricca la sua esposizione, allora andrebbe anche detto che "se l'improbabilità della vita è segno di un disegno intenzionale, deve esserci stato un sommo progettista di qualche tipo; un'entità tanto potente dovrebbe essere massimamente complessa e, dunque, massimamente improbabile". Con ciò Behe avrebbe dimostrato l'impossibilità di Dio! In effetti, nella teoria dell'informazione "un sistema irriducibilmente complesso è... un sistema caotico, privo di ordine e di regolarità, cioè qualcosa di diametralmente opposto al prodotto di un disegno intelligente."
Un altro emulo di Behe è William A. Dembski, il quale inventa una quarta legge della termodinamica che sbocca alla fine negli arcinoti (in teologia) "processi causali non fisici", inventando peraltro una griglia matematica stravagante che possiede un'alta classe di fattori probabilistici. "Volereste su un aereo progettato da Dembski"? – si chiede ironicamente Pievani, accusando Dembski di tentare di dimostrare matematicamente l'esistenza di Dio. Tentativo peraltro non nuovo nelle cronache filosofiche. In seguito Dembski ha cambiato idea sostenendo che forse "l'architetto della natura [...] è una civiltà avanzata extraterrestre che agisce nel bene e nel male". Ma le sue tesi originarie continuano naturalmente a circolare.
Per concludere questa parte della rassegna, l'autore osserva che "una spiegazione alternativa [all'evoluzionismo] deve non soltanto rendere conto dell'intera gamma dei fenomeni compresi nella teoria dominante (e possibilmente qualcuno in più), adottando meccanismi non riconducibili ai precedenti, ma deve anche assumersi l'onere della prova empirica e della coerenza logica". Requisiti che nessuna delle posizioni sostenitrici dell'Intelligent Design possiede.
Il fatto è che il contesto nel quale fiorisce l'antidarwinismo dichiarato o subdolamente somministrato (ricordiamoci il tentativo di cancellare la teoria dell'evoluzione dai programmi scolastici da parte del Ministro Moratti), nasce anche dai reiterati tentativi di svalutazione della scienza ad opera di molta filosofia postmoderna e dalla rivendicazione di una pluralità di scuole di pensiero. Un argomento quest'ultimo "di apparente democrazia che nasconde un sopruso, una violenza perpetrata nei confronti delle giovani generazioni". Per farla breve, se c'è una persona la quale sostiene che 3+2 fa 6, non per questo ha diritto a un trattamento paritario con chi non sbaglia le addizioni. La tesi che tutto è interpretazione, ossia soggettività, e che le soggettività si equivalgono è un'astratta elaborazione filosofica, che diventa un'idiozia applicata alla vita quotidiana e non solo.
Il punto essenziale è che una teoria scientifica non ha alcun bisogno di essere sdoganata da vescovi, rabbini, ayatollah e dintorni laici. Come anche, aggiungo, i programmi di ricerca che vengono portati avanti. La scienza procede con le sue regole di discussione, di sperimentazione, di verifica e se ha conseguenze filosofiche che non piacciono, "non per questo smette di essere valida". L'indifferenza della scienza agli aspetti filosofici e religiosi è tale, che vale anche il suo corollario di piena autonomia metodologica. Caso mai, la discussione si può spostare sulle relazioni tra scienza e società, ma la religione non ha nessun titolo per discuterne. Se "da Darwin in poi non è più necessario ricorrere ad alcuna trascendenza per spiegare la natura umana", ciò vuole semplicemente dire che egli ci ha offerto l'opportunità di poterne fare a meno non con elaborazioni filosofiche e narrazioni letterarie, ma con argomenti scientifici. Il che non vuole dire che abbia dimostrato l'inesistenza della trascendenza, ma che nel caso in specie essa è un'ipotesi del tutto inutile. Le ragioni della fede vanno insomma cercate altrove, se uno le vuole proprio cercare, ma non possono sostituirsi a ciò che la scienza ci va man mano dicendo.
Tutto questo è stato vero per la struttura del sistema solare, come per la medicina, come per una serie di altri campi indagati dalla scienza moderna. Sui quali magari, spesso e volentieri, i teologi si esercitavano nel passato. Ora, è proprio questa necessità di retrocedere dalle spiegazioni fin lì indebitamente somministrate che non viene accettata dalle religioni, perché il metodo scientifico e i suoi risultati non solo mutano la visione del mondo, ma separano le questioni di fatto dalle questioni di valore. Queste ultime, in forza della precedenza ignoranza dell'umanità, sono state disgraziatamente connesse fortemente a un'interpretazioni dei fatti del tutto sbagliata. Se qualcuno crede che la Terra sia piatta "perché così la concepisce la Bibbia, il sapere con certezza che non è così, influisce o no sulla sua fede"? – si chiede l'autore.
Non c'è dubbio che la scienza eroda di fatto, con il suo stesso processo, le convinzioni religiose. Esse hanno due strade per sopravvivere: o negare la scienza oppure fornire una nuova interpretazione della loro tradizione e dei testi sacri. La seconda soluzione è stata quella più seguita con le interpretazioni allegoriche delle affermazioni contenute nei testi religiosi, associata ad un'azione di resistenza alle novità scientifiche. Ma questo procedimento ha un limite nell'enorme espansione della scienza moderna che scandaglia ormai aspetti e modalità delle stesse credenze, come abbiamo visto parlando del libro di Dennett. Ma c'è una terza strada: quella di adottare una doppia verità. Essa, di fatto, è quella più praticata da molti credenti, i quali fanno convivere tranquillamente comportamenti e valutazioni del tutto opposte in ordine agli stessi fenomeni, e porta gli individui a costruirsi una religione su misura. Orientamento decisamente combattuto dalle chiese ufficiali, ma che dal punto di vista etico può persino dare risultati migliori di una stretta osservanza religiosa. Del resto, quale religione costituita sopravviverebbe a un'impostazione che non assumesse "alcuna presa di posizione, dogmatica e aprioristica – circa la realtà del mondo naturale - e che a maggior ragione non trae[sse] conseguenze di ordine morale e sociale da tali assunzioni"?
Rimane il fatto che c'è contrasto tra fede e scienza, nella misura in cui la prima pretende di parlare di cose che la scienza è in grado di spiegare seguendo i propri criteri. Il cardinale Ruini nel suo ultimo discorso come presidente della conferenza episcopale italiana a proposito di Ragione, le scienze e il futuro della civiltà, commentando la teologia di Ratzinger, ha dichiarato: "Egli è però pienamente consapevole non solo che questo genere di considerazioni e argomentazioni vanno al di là dell'ambito della conoscenza scientifica e si pongono al livello dell'indagine filosofica, ma anche che sullo stesso piano filosofico il Lógos creatore non è l'oggetto di una dimostrazione apodittica, ma rimane "l'ipotesi migliore", un'ipotesi che esige da parte dell'uomo e della sua ragione "di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell'ascolto umile". Insomma, occorrerebbe rinunciare ad una posizione di dominio (che vuol dire, traducendo la semantica del cardinale, la rinuncia a far funzionare l'autonomia della ragione) per porsi ovviamente sotto il dominio di chi amministra quell'ascolto umile, ossia della gerarchia religiosa. Mi chiedo quanto sia umile pensare che l'intero universo (alcune centinaia di miliardi di galassie nel solo universo osservabile con il telescopio Hubble) sia stato creato solo perché su un remoto pianeta potesse svolgersi la storia umana. Va bene che alcuni esponenti della specola vaticana hanno ipotizzato che potrebbero esserci altre forme di vita nell'Universo, le quali potrebbero avere avuto anche loro il messaggio divino, ma non mi pare che la questione sia entrata nel magistero ecclesiastico con le dovute conseguenze. E poi penso che una teologia spaziale sia piuttosto ardua da creare, in assenza di dati di fatto. Per quanto, come sappiamo, la fantasia umana non ha limiti, soprattutto a proposito di religioni.
Lo scontro tra scienza e fede è insomma destinato a durare: si tratta di uno scontro "tra una ragione critica e fallibile, che non smette mai di cercare e di porsi nuove domande, e una ragione dogmatica che trova nell'autorità ogni risposta"; o la risposta ultima.
La considerazione finale sull'Intelligent Design è affidata al filosofo e biologo Francisco Ayala, secondo il quale l'insieme dei geni rappresentano un bricolage e i veri blasfemi sono i seguaci dell'Intelligent Design, perché "se esistesse davvero un progettista divino, più che un ingegnere cosmico sarebbe un sadico malvagio, un dispensatore di ecatombe".Terzo percorso
bisogno di religione?
L'affermazione di Ayala ci porta al problema irrisolto di giustificare l'esistenza del male in presenza di una bontà divina infinita e anche alla domanda collegata, a cui ha cercato di rispondere Dennett, sul persistente bisogno di religione.
Secondo lo psichiatra Giovanni Jervis, Pensare dritto, pensare storto. Introduzione alle illusioni sociali [Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pagg. 206] si tratta di una battaglia e di un percorso evolutivo ben più impegnativi e soggetti a battute di arresto, piuttosto che di una proiezione lineare di una progressiva affermazione della razionalità. Ho già dedicato al libro di Jervis una breve recensione , ma per questo Labirinto è necessario tornarci più ampiamente sopra. L'autore, alla domanda se gli esseri umani sono intrinsecamente cattivi, risponde che "è raro che le nostre azioni siano frutto di una vera deliberazione progettuale". E per affrontare il problema parte dall'inizio, dagli slittamenti mentali che distinguono il nostro cervello come risposta a certe sollecitazioni e come costruzione delle credenze. Le quali si creano attraverso un rovesciamento del rapporto tra causa ed effetto. Ma come si innesta il male nel nostro orizzonte mentale? Esiste "un ventaglio di innate predisposizioni sociali [che] ci viene in soccorso ogni giorno". Ma esse non sono rigide ed è facile scavalcarle e disfarsene, tanto che basta poco, ad esempio un mutamento del contesto ambientale in cui abitualmente viviamo, "per farci passare da comportamenti socialmente accettabili a comportamenti che in qualsiasi sutura vengono considerati inumani".
A conferma di ciò, vengono in mente i casi recenti verificatisi nel carcere iracheno di Abu Ghraib, dove persone anche fisicamente inoffensive si sono trasformate in sadici aguzzini; oppure basta pensare alla storia del Novecento. Ora, quanto del nostro volere il bene è dovuto all'educazione? Secondo il biologo Marc Hauser esiste "un'unica universale grammatica morale, assai più dipendente dal nostro DNA che dall'educazione". La buona notizia sarebbe che gli esseri umani nascono non solo con la predisposizione alla competizione, all'aggressività e all'egoismo, ma anche con una tendenza alla cooperazione, all'altruismo e alla sensibilità verso gli altri. Il conflitto tra queste tendenze è regolato dall'educazione e dalla pressione sociale, ma in ogni caso – osservo – non può essere cancellato il principio di responsabilità. Nemmeno di fronte ad automatismi comportamentali messi in atto dal nostro cervello senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Le scelte finali appartengono comunque alla nostra sfera intellettiva cosciente.
Per la tradizione cristiana, che risale a Paolo di Tarso e ad Agostino, il male è frutto dell'incompletezza umana, se confrontata con il divino, per cui "si traduce in una sostanziale incapacità di volere il bene e quindi nella tendenza a peccare". Invece, secondo l'autore, tutta questa storia è piuttosto assurda perché esiste una capacità innata di ogni individuo a cooperare e a preferire le forme elementari della socialità. Esse sono anzi costituenti della nostra specie, anche se non solo di essa. Tanto che per la loro pratica "non sono necessari né l'etica civile né il ragionamento perché ereditiamo disposizioni comportamentali che hanno lunghe e molteplici ramificazioni nel mondo della natura". Si tratta del meccanismo dell'empatia, cioè della tendenza a "sentire con l'altro", ossia a specchiarsi nelle emozioni altrui, alla quale ho già accennato parlano dei neuroni-specchio, sui quali è bene consultare il testo di Giacomo Rizzolati e Corrado Sinigaglia, So quel che fai, per capire quanto il dibattito sull'etica non possa più prescindere dalle neuroscienze.
La preoccupazione di Jervis non riguarda tanto l'eterna e stantia discussione sulla decadenza della civiltà (iniziata qualche millennio fa in Egitto) e sul degrado morale degli uomini, quanto il fatto, assolutamente nuovo nella storia umana, che "la scimmia evoluta che sopravviveva benissimo nel pleistocene può fare cose disastrose se si trova in mano, invece di sassi, bombe atomiche". Il che non ci porta tuttavia sulle stesse posizioni degli antiprogressisti, "le cui lamentale hanno un sapore sgradevole perché propongono nostalgie sociali; in pratica, i più fieri critici degli eccessi della tecnologia non riescono a trattenersi dal presentare con favore l'immagine di assetti sociali premoderni, in cui il tradizionalismo portava con sé una quota non piccola di autoritarismo". Sembra una descrizione che calza a pennello anche per i tanti che brontolano contro l'Illuminismo e che lo accusano di aver prodotto i peggiori misfatti del Novecento. Gratta un po' la scorza di questi moralisti e salta fuori un papa-re o un regime integralista e autoritario, parente stretto di quello talebano.
Il suggerimento per poter progredire è la tolleranza, tuttavia l'autore mette in discussione il concetto di multiculturalità. Jervis non crede alla società mosaico, perché con essa si rischia di "sottovalutare il significato di conoscenze valide per tutti". Del resto, nemmeno Amartya Sen, come vedremo in successivo percorso, crede al "mosaico culturale" o a quello che lui chiama un approccio federativo dell'organizzazione sociale dal punto di vista culturale. Tanto che giudica sbagliata la politica inglese che incoraggia e finanzia lo sviluppo delle scuole religiose. Certo che se lo stato finanzia le scuole cristiane e cattoliche, riesce poi difficile giustificare l'esclusione di quelle di altre religioni.
Per Jervis, la tolleranza è la capacità di ascolto, e deve comprendere anche una certa curiosità. Ma non si può correre il rischio che la lettura, l'interpretazione soggettiva dei fatti finisca per confondere le credenze con la conoscenza. Un limite al multiculturalismo o – se volete – al relativismo è rappresentato dalla universalità di alcuni diritti. La mutilazione dei genitali femminili, per esempio, rappresenta una tradizione atavica e fa parte saldamente di alcune culture. Non per questo la si può rispettare. Né più né meno di come non si può tollerare la persecuzione di chi è ritenuto eretico o di chi cambia opinione o religione. Qui sono chiaramente sotto accusa le forme molto diffuse di integralismo religioso di ogni forma, che spesso coprono peraltro comportamenti e usanze sociali inaccettabili. Lo scrittore Amin Maalouf, sostiene che "le tradizioni meritano rispetto solo nella misura in cui sono rispettabili, cioè solo nella misura in cui rispettano a loro volta i fondamentali diritti di donne e uomini". Condivido in pieno l'osservazione, e aggiungo che si deve essere comunque liberi non solo di seguire o meno le tradizioni rispettabili, ma anche di criticarle. In altre parole, la libertà culturale è avversa alla tradizione esercitata come pressione sociale. Se la libertà di scelta è fondamentale dal punto di vista del controllo dei nostri atti, essa non può limitarsi agli aspetti neurologici.
Invece, obblighi e interdizioni rigidi - come l'intransigenza di certezze dogmatiche (ossia prive di verificabilità e non discutibili) - "schiaccia[no] i problemi delle vite particolari". Jervis, a questo proposito, cita I bambini e le religioni del mondo di Emma Damon, si conclude a tutta pagina e in maiuscoletto "Tutti i bambini hanno la loro religione, si vestono in maniera differente e pregano in modo differente in luoghi differenti. Ma ognuno è speciale. Tu in cosa credi? [in neretto e più grande] Il libro vuole sicuramente incoraggiare l'apprezzamento delle differenze e la tolleranza in società sempre più multiculturali. Ma secondo voi, non c'è nulla di profondamente sbagliato nel dire che tutti i bambini hanno una religione e nel dare per scontato che un bimbo debba credere, quando non meno del 16% della popolazione mondiale, secondo i dati più attendibili, è definita agnostica o atea o non religiosa? Eppure capita persino di leggere dichiarazioni pubbliche rilasciate da certi ambienti integralisti, secondo cui esisterebbe una dittatura del relativismo che, talvolta, diventa addirittura dittatura del laicismo. A parte l'ossimoro della locuzione, ci vuole una bella faccia tosta a fare queste dichiarazioni in Italia, nei confronti poi di un valore (la laicità) in base al quale si permette a tutti gli altri valori di esplicitarsi, con i limiti di un'etica condivisa e il più possibile universale. Un conto è non essere d'accordo con il relativismo (e nei confronti di quello senza limiti, personalmente non sono d'accordo) e un conto è parlare di dittatura. La società deve essere la sede del giusto e non del bene, come ho sottolineato altrove, perché quando si comincia ad applicare quest'ultimo concetto alle società umane cominciano i guai, come ci insegna la storia. Il che non vuol dire che gli individui, le persone, non posseggano e perseguano tale valore. J. Kagan sostiene che "l'emergere dei concetti di giusto, sbagliato, buono e cattivo è altrettanto inevitabile, allorquando il cervello del bambino ha raggiunto un certo livello di maturazione, di quanto lo sia l'emergere del linguaggio o del rincorrere un amico. Una competenza centrale nel secondo anno di vita è la capacità di capire i pensieri e i sentimenti di un altro soggetto". L'idea disgraziatamente consolidata da una storica distorsione del darwinismo che l'egoismo derivi dalla natura e l'altruismo dalla cultura è del tutto infondata. Si potrebbero fare molti esempi, come mostra anche l'articolo Tra egoismo e altruismo di Antonio De Marco su questo sito.
Il fatto è, aggiunge Giovanni Jervis, che l'idea di natura propugnata dalla Chiesa "non ha nulla a che fare con la natura reale; è una natura, per così dire, teologica, storicamente di origine medievale, analoga a quella che entra in gioco nel concetto cattolico di diritto naturale". Del resto, secondo il matematico Piergiorgio Odifreddi [Le menzogne di Ulisse. L'avventura della logica da Parmenide ad Amartya Sen, Milano, TEA, 2006, pp. 286] il teorema di impossibilità formulato da Amartya Sen dimostrerebbe che "se si intende il concetto di diritto in maniera naturale", allora avremmo il paradossale risultato che in una società al massimo una persona può avere dei diritti.
Dopo di che, Jervis affronta uno dei capisaldi delle credenze religiose, ossia la questione dell'esistenza dell'anima, e lo fa combinando la psicologia sperimentale con gli ultimi risultati della neurobiologia, per cui la nozione tradizionale di persona o, almeno, quella su cui riposa il salto ontologico più sopra tirato in ballo dal cardinal Bagnasco, sembra svaporare.
È un fatto assodato il meccanismo psicologico primordiale per cui siamo portati a erigere in entità fittizie alcune apparenze della nostra coscienza. Per esempio, si può pensare "a ciò che possiamo chiamare l'io, ma anche all'identità della persona intesa con the self [molto approssimativamente tradotto con il sé nella letteratura umanistica corrente]; oppure all'idea generale di persona. Termini come questi vengono facilmente intesi come designazioni di identità, mentre è possibile dimostrare che si tratta di attribuzioni di identità". Ora, the self, che è molto vicino all'idea di anima, per Jervis semplicemente non esiste, non ha proprio senso. Non esiste in quanto entità perché non abbiamo nel cervello una centralina di comando e controllo, e noi non riusciamo ad accettare il fatto che all'unità della nostra persona non corrisponda una unità di comando e che invece stiamo parlando di una cooperazione biologica "molto efficiente e autorganizzata" dell'insieme e di singole parti del nostro sistema neurologico.
Il fatto è, aggiunge l'autore, che la cultura umanistica corrente, magari attraverso la mediazione di Freud, si attarda in una visione della mente ormai superata. "Non tutti si rendono conto che le conoscenze di oggi non sono quelle dell'inizio del secolo scorso; e che neanche somigliano più molto a quelle di trent'anni fa". E qui Jervis attacca in particolare la cultura umanistica di estrazione spiritualista e idealistica – tuttora dominante in Italia - che tiene in vita concezioni che non hanno alcun riscontro con quelle che l'autore chiama le scienze umane, ormai nutrite di empirismo, e che alimenta una tendenza al soggettivismo che è alla base di sentimenti troppo facili circa il primato della nostra coscienza. Secondo l'autore, c'è una fragilità teoretica della costruzione freudiana (come del resto lo stesso Freud sapeva, non parlando di scientificità delle sue ipotesi); e questa fragilità non ha retto "alle ricerche sull'infanzia compiute a partire dagli anni cinquanta" del secolo appena terminato. Jervis esamina alcuni dei meccanismi e delle ipotesi tradizionali della psicanalisi, nonché dei liberi meccanismi associativi e delle autosuggestioni che creano falsi ricordi e descrizioni immaginarie dell'esperienza personale, per cui "è soprattutto l'autocoscienza, l'umana coscienza di essere coscienti o, se si vuole, il sapere di sapere [ancora il cardinal Bagnasco] a rivelarsi, a un'indagine attenta, qualcosa di precario, di approssimativo, di tutt'altro che garantito". Insomma "tutto ciò che chiamiamo coscienza di sé, o autocoscienza, non è un stato psicologico semplice ma un insieme di manovre psicologiche scomposte". Ne ho già parlato a proposito di un libro di Michael Gazzaniga (vedi il Quarto Labirinto, quarto percorso). Alcuni dei meccanismi che presiedono alla nostra razionalità, al formarsi delle nostre opinioni, alle reazioni rapide e a quelle automatiche della nostra mente (e non sono affatto una parte residuale) dipendono da "inputs che arrivano dal cervello senza che ce ne accorgiamo affatto". Fino all'ipotesi non poi tanto paradossale che "quella che chiamiamo un po' approssimativamente la coscienza umana sia rappresentata soprattutto dalla capacità di rimotivare ex post la proprie azioni, ovvero dalla capacità di approvare di continuo ciò che si sta facendo". I purtroppo sintetici accenni che l'autore è costretto a fare a questo tema sembrano molto in sintonia con una visione evoluzionistica della cosiddetta natura umana. La quale imprecisata e imprecisabile natura umana, così come è tradizionalmente rappresentata, è una delle ultime fortificazioni erette a difesa di una visione metafisica dell'uomo, per cui il confronto in materia e "una ragionevole separazione tra spiegazioni scientifiche e spiegazioni metafisiche non è correntemente data per buona". Qui più che altrove c'è uno snodo avvertito dalle religioni come vitale, perché minaccia di separare la vita civile dalle prescrizioni religiose e, quindi, dall'amministrazione sacerdotale della morale. Come per altri versi ho detto precedentemente, tale resistenza cerca di attaccare la credibilità della scienza, per esempio sostenendo che quest'ultima non è che "una delle tante fedi possibili, così come non è sensato affermare, persino con la massima serietà, che fra le tante religioni vada annoverata anche quella del progresso".
Il gradino successivo sviluppato da Jervis ci riporta all'esame del meccanismo per cui si formano le credenze, partendo dalle due grandi correnti che hanno attraversato e attraversano il mondo contemporaneo e che sembrano alternarsi nell'egemonia culturale. Ossia, il processo di secolarizzazione opposto a quello che sostiene il meccanismo delle credenze, cioè quegli atti di fiducia "verso ipotesi di conforto". Le quali ultime tendono a prevalere su quelle pessimistiche, anche e proprio perché si presentano come scommesse cognitive. Esse sembrano avere a che fare con l'evoluzione, nel senso che la ricerca e l'interpretazione dei segnali sono attività fondamentali per la sopravvivenza dell'individuo e della specie, per cui "lo scambiare, erroneamente, un segnale neutrale per un segnale pericoloso (falso positivo) ha un costo infinitamente minore che lo scambiare un segnale pericoloso per un segnale neutrale (falso negativo)". In altre parole, come nella dinamica preda-predatore, è meglio sbagliarsi per eccesso di timore che lasciarci la pelle per aver sottovalutato un pericolo. Meglio credere in qualcosa che non c'è (falso positivo) che non crederci, insomma. Il che mi pare alla base di tante conversioni, per così dire, in extremis che non reggono alla prova di un rischio immaginario.
Il fatto è che la ricerca di eventi e segnali salienti è molto difficoltosa, così come è difficile capire le probabilità esistenti e "accettare l'importanza del caso". Sono meccanismi, questi, che non danno sicurezza e nell'insicurezza noi non possiamo vivere; non possiamo vivere senza una razionalizzazione anche immaginaria di ciò che accade intorno a noi, in noi e che non capiamo. Per Jervis l'esigenza profonda o, se vogliamo, la radice della religiosità sta nel suo saper raccogliere esigenze latenti. In questo l'autore rimprovera a Richard Dawkins e alla sua teoria del meme, che per altri versi condivide, di non aver capito che "le credenze irrazionali, le superstizioni e gli spunti di religiosità si formano in tutti noi spontaneamente e fanno parte dei modi in cui, ieri e oggi, si struttura la vita associata". Tali esigenze latenti vengono organizzate in una struttura religiosa, la quale naturalmente ne introduce di nuove, in particolare attraverso l'educazione. Non un è un caso che quello dell'educazione sia un tema centrale nelle religioni, nell'Islam come nel cattolicesimo. Un'esperienza secolare ha insegnato, molto prima di scoprirne sperimentalmente le ragioni strutturali, che il cervello umano è molto plastico ossia modellabile, e che l'inprinting ricevuto nella prima infanzia è destinato a durare, e che difficilmente è possibile liberarsene in età adulta. Il che spiegherebbe peraltro come sia possibile fare ad esempio il fisico di professione e osservare una versione integralista dell'islamismo (o del cristianesimo). Da questo punto di vista, le osservazioni di Jervis, rispecchiano la discussione tuttora aperta - sempre all'interno di una visione assolutamente naturalistica del mondo - se la religiosità, al pari di altre tendenze umane, è una componente ineliminabile della psiche, oppure se il considerarla una parte irrevocabile della natura umana sia palesemente falso e si tratti soltanto di un problema di ignoranza. A questo proposito, è utile leggere sul numero di settembre 2007 de Le Scienze, un dibattito tra Lawrence M. Krauss e Richard Dawkins su Scienza e fede.
Infine, Jervis affronta la questione delle religioni come sistemi di potere che affondano – secondo l'opinione di Dennett – nella fiducia spontanea "che accordiamo a chiunque svolga una funzione sacerdotale". Per inciso, penso che la Chiesa cattolica resista nell'idea del celibato dei preti perché, se sposati, essi perderebbero quella certa aura di alterità/sacralità che ancora genericamente posseggono, oltre a conquistare una maggiore indipendenza di fatto da un sistema autoreferente e gerarchico.
Spingendo lo sguardo verso il futuro, l'autore si chiede, con Dawkins e Dennett come mai si possano accettare idee e articoli di fede da assumere letteralmente, mettendo a tacere l'intelligenza critica, "ma anche invalidando il comune senso della realtà". Eppure, secondo alcune ricerche di Rodney Stark e altri "le religioni cristiane avranno maggiori probabilità di sopravvivere nei prossimi decenni se, utilizzando coerentemente ciò che di irrazionale è nei loro fondamenti, d'ora in poi inclineranno in modo più deciso verso il conservatorismo dottrinario e l'autoritarismo dogmatico". Non è poi così curioso che la gerarchia cattolica, ma anche gli ambienti integralisti di altre religioni, sembrino pensarla allo stesso modo, se dobbiamo interpretare le tendenze recenti. D'altra parte, le ipotesi di Stark sono esaltate proprio da quegli ambienti religiosi. Perciò è possibile che nei prossimi anni il vero scontro di civiltà non avverrà tra paesi cristiani e paesi islamici, ma tra il liberalismo e il conservatorismo religioso. Il che metterebbe a dura prova l'esperienza della democrazia, tanto più che è ancora moneta corrente l'idea che l'etica, le esigenze morali – come vedremo più avanti – non scaturiscano dalle naturali necessità umane, ossia dal basso, "ma calino invece dall'empireo delle ispirazioni elevate, dove si coltivano i valori spirituali". Come se non bastasse il ruolo negativo della Chiesa in Italia come attività surrogatoria del senso di responsabilità personale. Eppure, aveva osservato con amarezza l'autore nelle pagine precedenti, "dai tempi di Costantino in poi non troviamo un solo caso in cui le religioni abbiano contribuito ad affratellare le genti".
"La Terra - per riprendere una frase di Eugenio Scalfari – era un mattatoio prima e tale è rimasta". Scalfari si riferiva al cristianesimo, ma il giudizio vale anche per l'islam e per tutte le altre religioni organizzate.Torna in biblioteca
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