14. Labirinti di lettura
IV. Il trono, l'altare (e al-minbar)

"Una cosa ci ha dimostrato la storia della scienza:
che non arriviamo da nessuna parte dando alla nostra ignoranza il nome di «Dio»."

Jerry Coyne, biologo

Nono percorso
miracoli e imposture

Viano Asimov

Se, per caso, nelle discussioni o nelle riflessioni sulla veridicità della religione salta ad un certo punto fuori la questione dei miracoli (e salta sempre fuori), allora dobbiamo sapere che, su questa base, c'è solo l'imbarazzo di decidere di credere a una religione piuttosto che a un'altra. Infatti, tutte le religioni offrono un vasto repertorio di miracoli e riesce piuttosto difficile credere, considerando che i criteri di attendibilità e il carattere delle testimonianze sono più o meno gli stessi dovunque, che un miracolo sia più miracolo di altri, quale che sia il tempo in cui sarebbe avvenuto. Non scomoderò lo scrittore del II/III secolo dell'era volgare, Filostrato Flavio e il suo racconto della Vita di Apollonio di Tiana [Milano, Adelphi, 1978, pp. 434], un "santo" pagano i cui miracoli venivano opposti a quelli di Gesù. Anche se, naturalmente, nel caso di Apollonio i cristiani parlavano di magia e stregoneria. D'altra parte, anche l'islam presenta i propri miracoli e non si capisce quale sia il motivo per cui debbano essere meno credibili di quelli cristiani o induisti o buddisti.
In una gran parte dei casi si può parlare di impostura, riprendendo la critica dell'illuminismo alle credenze religiose, in altri si rinvia al funzionamento della psiche umana e in altri ancora a dinamiche naturali interpretate come intervento divino. In ogni caso, qui la superstizione è sempre in agguato. È Carlo Augusto Viano, un filosofo della scuola torinese, già membro del Comitato nazionale di Bioetica, che nel suo libro, Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni, [Torino, Einaudi, 2005, pp. 157] tratta il problema dal punto di vista storico-filosofico. Mentre, se si vuole esaminare una documentazione di carattere più analitico sul fenomeno miracolo, si può utilmente leggere il libro di Maurizio Magnani, Spiegare i miracoli. Interpretazione critica di prodigi e guarigioni miracolose [Bari, Dedalo, 2005, pp. 292]
Augusto Viano affronta subito la questione della reazione della cultura al profluvio di santi proclamati da Giovanni Paolo II, di gran lunga il maggior numero mai promosso da un papa (482!), per accusarla "di aver guardato altrove", salvo pochi casi. Il fatto è che per essere proclamati santi, dopo il passaggio a beati bisogna aver compiuto almeno due miracoli accertati. Dunque, quel pontificato avrebbe accertato 964 miracoli: 964 violazioni del funzionamento ordinario e naturale del mondo. Ora, Benedetto XVI si appresta a cercar di superare il suo predecessore con la proclamazione, tutta d'un colpo, di ben 498 beati spagnoli. Il minimo che si possa dire dell'iniziativa è che santi e beati, piuttosto che alludere a un paradiso, hanno a che fare con ben concrete azioni politiche della Chiesa, qui, su questa terra.
Ma, si chiede Viano, "le leggi naturali vanno prese sul serio o sono soltanto povere costruzioni umane in una realtà nella quale la penombra della probabilità è più ampia dei piccoli nuclei di certezze?" Si tratta di una domanda fondamentale, perché è proprio attraverso i varchi aperti nel processo di accumulazione delle conoscenze scientifiche – che non raggiungerà mai un termine - che la religione si insinua interpretando ciò che c'è al di là di quei varchi come riferibile alla sfera divina, quale che sia il fenomeno di cui si sta parlando. Naturalmente si tratta di un'interpretazione non sottoponibile a verifica, ma solo a un atto soggettivo di assenso.
L'autore mette sotto accusa anche quei filosofi che sostengono che la filosofia seria deve restare aperta alla possibilità del miracolo; "perché se non lo facesse... sarebbe dogmatismo". Ecco un esempio da manuale dell'abitudine di rovesciare come un guanto i concetti per fargli esprimere il contrario di ciò che significano. D'altra parte, aggiunge l'autore, "ai filosofi va bene così: rimasti privi di strumenti di conoscenza effettiva dei fatti, partecipano al coro della comunicazione...".
I miracoli sono, per un credente, moneta corrente, sia che si tratti di sospendere le leggi fisiche a suo favore, sia che emergano da qualche fenomeno inatteso, sia che si tratti dell'attribuzione di eventi mancati. L'affare dei miracoli, per la nostra storia culturale, può cominciare con il re-sacerdote di Roma Numa Pompilio e continuare con Pitagora, accreditato di diversi miracoli e di andare e tornare a suo piacimento dal regno dei morti. I santuari pagani erano pieni di dediche, piedi, mani, viscere e di ogni parte del corpo riprodotta in terracotta a testimonianza di migliaia di per grazia ricevuta. "Noi – scriveva Voltaire nel Dizionario filosofico – rimproveriamo agli antichi i loro oracoli, e i loro troppi prodigi: se essi ritornassero al mondo, e si riuscisse a contare i miracoli della Madonna di Loreto per paragonarli a quelli della loro Madonna di Efeso, in favore di chi penderebbe la bilancia?".
Poiché, dunque, anche i pagani riuscivano ad esibire dei miracoli, il cristianesimo risolse il problema affermando che, in quei casi, si trattava di superstizioni o di arti magiche, quando non demoniache, perché un miracolo ottenuto in nome di una religione non vera è del tutto fasullo, mentre quelli ottenuti in nome di una vera religione, sono una manifestazione della potenza divina. Strano ma non inusuale ragionamento circolare quando si tratta di fede, avviato da Tertulliano e poi perfezionato da Origene e Agostino di Ippona, secondo il quale "per distinguere tra miracoli autentici e le diavolerie, bisogna guardare non ai fenomeni prodigiosi, ma agli autori dei miracoli: sono veri quelli che conducono alla vera religione, perché è il fine per cui sono compiuti che distingue i miracoli del popolo di Dio da quelli dei maghi e dei teurghi". Del resto, questa buffa logica continua a circolare ancora oggi, specialmente nel confronto tra religioni diverse.
Uno dei casi più recenti riguarda Giovanni Paolo II ed è messo in evidenza da Richard Dawkins nel libro che vedremo più avanti, a proposito dell'attentato da lui subito nel 1981, quando il papa attribuì a un intervento di Nostra Signora di Fatima il "miracolo" di essere sopravvissuto. "Una mano materna guidò il proiettile" – dichiarò. Ora, commenta Richard Dawkins, "non si può fare a meno di chiedersi perché la Madonna non lo guidò in maniera da mancarlo del tutto". E poi, perché proprio quella di Fatima? Tra l'altro, osserva Viano, sembra esistere una strana competenza territoriale, per cui la Madonna appare solo nei paesi cattolici.
Le guarigioni inattese sono il pezzo forte della storia dei miracoli. Prendiamo appunto il caso del centinaio di milioni di pellegrini malati che, fino ad oggi, sono andati a Lourdes. La chiesa, in cento cinquanta anni di pellegrinaggi, ha riconosciuto finora solo sessantacinque miracoli. Ora, hanno osservato il matematico Piergiorgio Odifreddi e altri "la media, inferiore a uno su un milione, è di gran lunga più bassa della percentuale delle remissioni spontanee dei tumori, che è dell'ordine di uno su diecimila... A un malato di cancro converrebbe cento volte di più stare a casa che scomodarsi a fare un pellegrinaggio a Lourdes!".
Eppure, anche se non si va a Lourdes il miracolo ricavato dall'ignoranza statistica esiste sempre per i credenti. Prendiamo il sito Web, segnalato da Richard Dawkins, che mette insieme niente di meno che 565 proposizioni che dimostrerebbero l'esistenza di Dio, la maggior parte delle quali sono dei ragionamenti circolari, quando non esilaranti, e nessuna è consistente, mentre la numero otto ricava da un supposto miracolo la dimostrazione finale:
1. Mia zia ha il cancro; 2. il dottore le ha dato tutti i terribili trattamenti; 3. mia zia ha pregato Dio e ora non ha più il cancro; 4. quindi, Dio esiste.
Non si specifica quale dio ha pregato la zia, né si citano tutti i casi in cui il paziente, senza aver pregato, ha avuto una guarigione sorprendente.
In effetti, il pezzo forte di tutte le religioni sono i miracoli, che rappresentano dei veri e propri mutamenti dell'ordine naturale. Nel caso cristiano c'è stato un lungo lavorio per dare un'interpretazione non anarchica a questi sovvertimenti del mondo, fino a Tommaso d'Aquino, secondo il quale "sebbene Dio talvolta introduca tra le cose qualcosa che è fuori del loro ordinamento, tuttavia non fa nulla contro la natura." Una posizione molto differente da quella assunta duecento anni prima dal filosofo, giurista e mistico arabo Al-Gazālī, secondo il quale "le azioni degli uomini sono create da Dio eccelso; acquisite dagli uomini; volute da Dio eccelso; Egli si degna di creare e di inventare; egli può imporre compiti insostenibili; Egli può far soffrire l'innocente e non è tenuto ad operare il meglio per le proprie creature". Dopodiché, dove l'intelletto e la ragione si fermano di fronte a ciò che di incomprensibile accade, intervengono la profezia e i miracoli e l'attendibilità del Profeta è comprovata proprio da questi ultimi, "come la luna spaccata, le pietre pronuncianti parole di lode, le cose mute fatte parlare, l'acqua zampillante dalle dita di lui". Poiché l'inganno è sempre in agguato, osservava poi Al-Gazālī, "per valutare i miracoli occorre considerare la fede che essi pretendono di testimoniare, in particolare la loro compatibilità con il Corano." Che è l'identica posizione assunta in campo cristiano dagli apologeti citati, per quanto Al-Gazālī rimane un esponente della maggioritaria scuola teologica antirazionalista (maggioritaria anche attualmente), mentre in campo cristiano il rapporto con la ragione e con l'autonomia della persona è più complesso e articolato. Comunque, osserva Viano, alla fine "filosofi cristiani, musulmani ed ebrei avevano trovato nell'aristotelismo neoplatonico un buon filtro per le proprie teorie del miracolo, che diventava un evento raro, eccezionale, ma possibile."
Con il Rinascimento, inizia in Occidente un processo di laicizzazione della visione del mondo e degli accadimenti naturali, tanto che Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio [Torino, Utet, 2005, 2 voll., pp. 1674] poteva osservare che "la comparsa e scomparsa delle religioni segue un ritmo naturale e ha a che fare non con la salvezza degli uomini dopo la morte, ma con la loro sopravvivenza in società terrene". Concetto ampiamente ripreso oggi anche dagli atei devoti, oltre che dagli estimatori delle religioni in generale. Per molti intellettuali del Rinascimento i prodigi rivendicati dal cristianesimo erano moneta usuale anche di altre religioni; perciò esso appariva soltanto come una delle religioni dell'umanità.
Quella che l'autore definisce la fine dei miracoli, ossia come l'elaborazione più matura di una visione di ciò che appare o non appare miracoloso secondo il livello raggiunto dalla conoscenza, appartiene agli empiristi inglesi tra Seicento e Settecento (Hobbes, Locke e Hume in particolare). A questa fase del pensiero Viano dedica alcune tra le pagine più interessanti del libro, perché assistiamo alla nascita di uno scetticismo più maturo e del primo e più evidente conflitto tra una scienza sempre più sicura dei propri mezzi e una filosofia religiosa che continua ad interpretare il mondo secondo canoni teologici. La reazione religiosa a questo avanzamento della ragione non si fece attendere e portò in genere il timbro di una rivalutazione dell'esperienza soggettiva e di una svalutazione dei fatti. Thomas Sherlock, arcivescovo di Londra, sostenne che "il corso della natura o le leggi di natura sono formate da ciascuno di noi a partire dalla nostra esperienza e dal nostro ragionamento", ma questi non sono cose concrete e "quando uno vede fatti che contraddicono le nozioni suggerite dalla legge della natura, ammette i fatti, dal momento che crede a se stesso". Un ragionamento di straordinaria attualità visto che Enrico Bellone, il direttore de Le Scienze, è stato costretto ad attaccare il notissimo sociologo Edgard Morin, secondo il quale si sta profilando un mondo nuovo e meno razionale per cui "la scomparsa delle Leggi della Natura pone infine la questione della natura delle leggi". Scomparsa delle leggi di Natura? Ci aveva già pensato il vescovo di Londra trecento cinquanta anni fa.
Dopodiché siamo al periodo dell'illuminismo. Kant, nel sostenere la religione in quanto istituzione necessaria, dava ai miracoli uno statuto particolare, opportuno per sostenere una fede storica, e affidava ai filosofi naturali il compito di evitare, fin dove possibile, "di ravvisare un miracolo in qualche evento particolare", mentre solo un pubblico colto avrebbe potuto giudicare dell'attendibilità dei miracoli. Tuttavia, "in una prospettiva infinita una religione puramente etica avrebbe potuto assorbire completamente la religione storica e rendere non più necessari i miracoli". Un approccio in qualche modo ripreso in seguito dal gesuita Theilard de Chardin. Voltaire, invece, "non si perdeva in discussioni erudite o nell'esame delle testimonianze, ma attaccava direttamente la storia sacra, accettata anche dai deisti", oltre che le superstizioni, parenti strette, anche oggi, delle credenze religiose nella concreta e diffusa pratica corrente, come ci ha documentato Alfonso M. Di Nola.
Il romanticismo segnò una ripresa nella credenza dei miracoli, soprattutto con l'abbandono di un approccio scientifico e con la trasfigurazione mitica dei fenomeni ai quali si assegnava però una non minore concretezza. Il simbolo della svolta romantica può essere considerato Schelling, che metteva da parte qualsiasi apprezzamento scientifico, "liberandosi della scienza della natura moderna", e storicizzando tutto. Per cui i miti storici (comprensivi dei miracoli) rivelerebbero "la realizzazione di un piano" e perciò "non devono essere messi a confronto con i fatti naturali". Del resto, la natura nasconderebbe segreti che la scienza non è in grado di spiegare, sostenevano gli esponenti di questa tendenza, come la telepatia il mesmerismo, le azioni psicologiche a distanza. Con un gioco di prestigio retorico – come del resto continua ad accadere – ecco che scompariva la scienza e qualsiasi fenomeno reale o supposto tale veniva messo sullo stesso piano di verità. Di questo clima risentiva persino un hegeliano radicale come Feuerbach che, con un tipico rovesciamento logico, tuttora molto frequentato, assegnava la pratica del soggettivismo agli scienziati, mentre gli uomini di fede avevano una certa superiorità "perché la religione anticipa la filosofia, mentre la scienza rimane imprigionata nelle ombre del sapere soggettivo". Tanto che, se i miracoli erano un modo ingenuo per "rappresentare la superiorità dello spirito sulla materia", era altrettanto ingenuo "immaginare il mondo come una macchina".
David Friedrich Strauss, invece, cercava di storicizzare sia il cristianesimo sia i miracoli, respingendo i tentativi di spiegazioni naturalistiche e osservando che "si trattava di tradurre il linguaggio di un'età precedente in quello dei nostri giorni", senza confondere i miti "con le favole, le finzioni premeditate e le falsità volontarie", poiché essi sono "il veicolo indispensabile di espressione dei primi sforzi della mente umana". La sua Vita di Gesù del 1835 fece epoca, come del resto quella successiva di Ernest Renan.
Contro Strauss e contro i tentativi in qualche modo scientifici o storicistici di dare un senso alla religione e ai suoi miracoli, Nietzsche riteneva che la scienza "dipendesse completamente da idee filosofiche". Il che voleva dire che la filosofia doveva riprendere il dominio sulla scienza. Una pretesa che è all'origine delle discrete deformazioni e dei danni culturali di molta parte degli approcci filosofici contemporanei, se pensiamo che Nietzsche trovò il modo non solo di aggiungere nei Frammenti postumi [Milano, Adelphi, 2004-2005, 4 voll.] che "la fioritura delle scienze è resa possibile in una civiltà resa barbara", ma anche che "la scienza respira una sua propria aria vitale in una civiltà al tramonto (come quella alessandrina) e in una inciviltà (come la nostra)". Ora, osserva Viano, non è che a Nietzsche importasse molto del cristianesimo e dei miracoli, ma aveva in antipatia tutti gli approcci scientifici (oltre che, personalmente, David F. Strauss) e riteneva che tra i miti e le leggi naturali, fossero le seconde a dover soccombere. In sostanza, la sua idea, come quelle di altri del suo tempo, era che "se la credenza nei miracoli era venuta meno, ciò era dovuto non al fatto che la critica illuministica della superstizione avesse avuto successo, ma alla diffusione di una nuova mentalità, incapace di credere nei miti e di credere nel soprannaturale, prigioniera di un sistema di cultura non più dominato da una visione unitaria della realtà, che solo la religione poteva dare".
Tutto ciò, nonostante l'inglese John Stuart Mill, verso la metà dell'Ottocento, avesse riformulato i termini e le metodologie della logica e avesse chiarito piuttosto bene il principio di causalità, per cui "riteneva impossibile ciò che è contrario a una legge di natura causale, stabilita con un'induzione completa, che neppure cento testimonianze potevano smentire". Mill aveva anche riformulato l'idea di probabilità utilizzata da alcuni per giustificare l'esistenza dei miracoli, osservando che esiste "la bassa probabilità antecedente attribuibile a un fatto casuale, come l'estrazione di un biglietto con un certo numero da un'urna che ne contiene un milione", mentre "l'improbabilità antecedente del miracolo è una vera e propria impossibilità, perché un miracolo contrasta con le leggi della natura".
Più difficoltoso è il riferire in poche battute i passi dedicati da Viano alle posizioni di Wittgenstein, il quale riteneva la credenza nelle cause "una superstizione moderna, con cui si rinnova la fede arcaica in Dio e nel fato". Oltre a ciò, Wittgenstein riteneva che non si può richiedere "a una scienza di dire qualcosa sul significato ultimo della vita e nei suoi Quaderni [Torino, Einaudi, 1998, pp. 270] affermava che "credere in Dio significa vedere che la vita ha un senso". Forse avrebbe detto meglio che significava immaginarsi un senso della vita. Tuttavia, riconosceva una netta separazione tra la sfera del naturale e quella del soprannaturale, per cui "soltanto il soprannaturale può esprimere il soprannaturale". Perciò la fede non ha nulla a che fare con l'intelletto; essa a che fare con il fatto "di essere stati allevati in un certo modo, di modellare la vita in un certo modo, di avere avuto sofferenze di vario tipo". Con la sua teoria dei giochi linguistici, tutti sostanzialmente equivalenti, Wittgenstein riaprì una strada "per recuperare esperienze religiose, riti e credenze nei miracoli" e così la rivoluzione logicistica – osserva Viano – "metteva capo a una soluzione cara alla filosofia accademica ottocentesca e novecentesca, ponendo una accanto all'altra le diverse forme di esperienza, ciascuna legittima di per sé". Del resto, rimanendo imprigionato nei giochi linguistici e avversando la teoria darwiniana, l'esito dato da Wittgenstein a questo aspetto della sua filosofia non era particolarmente originale. Tra l'altro è curioso osservare come, essendo secondo lui le leggi scientifiche forme generali "nelle quali si possono costruire proposizioni che descrivono il mondo senza stabilire un nesso tra quelle proposizioni", si apre la strada a un intervento continuo e invasivo della divinità nei fatti del mondo, anche i più minuti. Un'idea assai simile a quella praticata nell'islam, come abbiamo visto in un percorso precedente.
A partire da James Frazer e dal suo ancora fondamentale libro Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione [Roma, Newton Compton, 2006, pp. 816] (criticato da Wittgenstein), lo studio sulle religioni e sui miracoli ha assunto invece un connotato antropologico ed etnologico più preciso e sistematico, che ha avuto una notevole importanza nel Novecento, seppure non secondo le linee tracciate da Frazer. Ciò nonostante, anche attraverso la breccia aperta da Wittgenstein, teologi e filosofi si sono industriati a parlare delle credenze religiose non in termini di realtà fattuale ma di significato. "Il significato – scrive Viano – era la sede appropriata: quando le Scritture riferiscono eventi prodigiosi ci si deve domandare non se siano realmente accaduti, ma quale sia il loro significato. Kant, Schleiermacher, Hegel lo avevano tanto raccomandato: non domandarsi se a Cana l'acqua si fosse davvero trasformata in vino".
Il fatto è come hanno sostenuto Jόrgen Habermas e altri "che la cultura occidentale moderna non ha del tutto assorbito nemmeno la rivoluzione copernicana". Forse è per questa ragione che Habermas - come sostiene Paolo Flores D'Arcais nell'ultimo numero monografico di MicroMega, Per una riscossa laica – che il filosofo francofortese cerca da anni, invano, di conciliare l'ispirazione illuminista con la fede. Certamente questo ritardo culturale anche rispetto ad un evento così remoto come la rivoluzione copernicana è vero per l'Italia e per il modo di pensare comune (figurarsi, poi, a proposito dell'evoluzionismo), ma a questo esito ha contribuito tanta parte della filosofia contemporanea (e della parte prevalente della mentalità cattolica, aggiungo) che si è ingegnata "a considerare sempre più la scienza come una forma particolare di sapere, riservato a specialisti, eventualmente utile (e pericolosa) per la sua fecondità nel generare tecniche di manipolazione, ma incapace di dare accesso alla realtà, di scoprirne le leggi, di esplorare l'esperienza e di suggerire i modi di interpretarla". Ciò che è poi il problema e l'interrogativo di fondo che sottostanno come una trama costante a tutta questa serie di Labirinti dedicati alla religione.
Infatti, il problema attuale del postmoderno è proprio quello del tentativo costante e assai diffuso – anche nella mentalità corrente - di mettere fuori gioco la validità della conoscenza scientifica, senza la quale rimane solo una teoria dell'esperienza condivisa che, "in mancanza di elementi comuni e del tutto frantumata in tipi di esperienze differenti, risulta priva di qualsiasi efficacia critica". Insomma, come ho citato altrove, Topolino e Monna Lisa starebbero sullo stesso piano.
La sfida, per concludere su Viano, è di far diventare esperienza pubblica la scienza e, aggiungo, di trovare un'occupazione più appropriata a gran parte dei filosofi-teologi, se mi è permesso il sarcasmo.
Ovviamente, il più grande miracolo, secondo la religione cristiana, è stata la creazione del mondo, finalizzata alla creazione dell'uomo, da parte di un dio la cui natura non è molto chiara e appare spesso contraddittoria. L'esistenza di un dio dovette essere quasi evidente di per sé, agli inizi della coscienza umana, di fronte allo stupore di un cielo stellato, all'accadimento di eventi naturali catastrofici, al dolore e all'angoscia della morte, alla scarsa capacità del tempo di controllare gli eventi. Ancora oggi, di fronte alla bellezza della natura e alla complessità del mondo, si tende a riprendere la riflessione del rev. Paley, di cui abbiamo parlato nel secondo percorso: "Un orologio implica un orologiaio." Che, in buona sostanza riprende un'argomentazione di Agostino di Ippona.
Come si sa, Isaac Asimov, umanista e razionalista, è stato non soltanto uno straordinario scrittore di fantascienza ma, essendo anche un biochimico, è stato anche un eccellente divulgatore. I suoi testi hanno avuto successo per la chiarezza e la semplicità con cui è riuscito a spiegare i fenomeni studiati dalla scienza e dai suoi percorsi per arrivare alla verità. Perciò, è un vero peccato che non sia stato ancora ristampato il suo brillante testo In principio. Il libro della Genesi interpretato alla luce della scienza [Milano, Mondadori, 1989, pp. 273]. Per la verità, ci sarebbe anche un più recente libro che affronta, sia pure con una struttura diversa, lo stesso argomento, però esteso a tutto l'ambito religioso. Si tratta del testo di Piergiorgio Odifreddi, Il Vangelo secondo la scienza. Le religioni alla prova del nove [Torino, Einaudi, 1999, 2005, pp. 223]; ma siccome di un altro libro di Odifreddi dovrò dire nel prossimo percorso, rinvio ad altra sede la sua recensione.
Quello di Asimov non è un saggio di controversie. La sua efficacia risiede proprio nel fatto che Asimov esamina la Genesi in dettaglio e con molto distacco, mettendone asetticamente a confronto le affermazione con i risultati a cui è invece approdata la scienza. Sta all'intelligenza del lettore, che non deve necessariamente essere spumeggiante, tirare le conclusioni di una serie di stravaganti affermazioni contenute nel libro più letto del mondo e per cominciare a riflettere sull'attendibilità di tutto il resto. Naturalmente, nel capitolo iniziale Asimov non si sottrae ad alcune argomentazioni preliminari che oppongono credenti e non credenti, tra le quali il fatto che la scienza non sia riuscita a dimostrare la non esistenza di Dio. Ma, obbietta l'autore, "non è ragionevole pretendere la prova di una negazione, e in mancanza di questa prova accettare l'affermazione contraria". Dopotutto, aggiunge, la scienza non riuscirebbe nemmeno a dimostrare la non esistenza di Zeus o di una qualsiasi delle migliaia di divinità in cui gli esseri umani hanno creduto o credono. In buona sostanza, quello della creazione è uno dei punti di maggiore frizione tra la scienza e la religione. "La Bibbia – scriveva Asimov – descrive un Universo creato da Dio, tenuto in piedi da lui, e da lui intimamente e costantemente diretto; mentre la scienza descrive un Universo in cui non è affatto necessario postulare l'esistenza di Dio". Ma riprenderò tale questione quando parleremo dell'ultimo libro di Richard Dawkins.
Per essere ispirata direttamente da Dio (e per essere interpretata alla lettera da molte sette cristiane), il confronto tra la Genesi e ciò che con certezza sappiamo su come funzionano e di che cosa dicono la fisica, la chimica, la biologia e tutte le altre scienze naturali, assume spesso un andamento comico; che non era certo nelle intenzioni degli autori del Libro produrre. Così come, solo per fare qualche esempio, l'indicazione dell'altezza delle acque raggiunta dal diluvio universale, che non avrebbero coperto nemmeno le colline più basse (c'è qui forse la memoria di ciò che non è comunque stato un diluvio); oppure, in altra lettura dello stesso testo, che avrebbe coperto persino il Monte Everest; o, ancora, le dimensioni dell'arca di Noé, che sfidano la legge sulla non compenetrabilità dei corpi nel nostro mondo fisico e il fatto che nel natante avrebbero dovuto trovare posto anche gli animali degli antipodi, che naturalmente l'estensore del testo non sapeva che esistessero (ma neppure il suo Dio? e come si saranno salvati? e se si sono salvati nell'arca, come possono esservi arrivati partendo dall'altra parte del mondo?); oppure il fatto che lo sviluppo della specie umana, discendente da due soli progenitori, ha come suo evidente fondamento la pratica dell'incesto; per non parlare di un Dio vasaio e chirurgo che crea l'uomo dall'argilla e la donna da una costola di quest'ultimo; oppure, che viene creata prima la Terra e poi il resto dell'Universo. È anche un Dio un po' debole in demografia perché – osserva Asimov – "se Adamo fece figli con la stessa nostra frequenza, ed ebbe ottocento anni per farli, potrebbe facilmente aver messo al mondo quattrocento maschi e quattrocento femmine [che fecero figli tra loro, nda]. Se ognuno di questi fu altrettanto longevo e altrettanto prolifico, nel giro di quattro generazioni soltanto sarebbero nate venticinque miliardi di persone." Ma questo Dio è anche un fisico dell'atmosfera un po' approssimativo, visto che crea l'arcobaleno dopo il diluvio universale come segno di pace tra gli uomini, come se prima di allora non vi fossero state piogge e vapore acqueo, equindi l'arcobaleno.
Naturalmente, intere generazioni di commentatori si sono sforzate di distillare interpretazioni che rendessero credibili le storie della Genesi, magari descrivendole come una grande allegoria, oppure in modo simbolico. Vedremo in seguito che la composizione della Bibbia risente non solo di redazioni diverse, messe insieme attorno al 600 dell'Evo antico ma – come la critica storica e filologica ormai ammette – vi sono state trasferite di sana pianta pezzi di storie, leggende e credenze dei popoli che gli ebrei conobbero e frequentarono, che credevano in altre divinità e che erano ben più avanti di loro quanto a civiltà.
La cosa più semplice è storicizzare il racconto e leggerlo in chiave di antropologia culturale. Ma, come ha osservato Sam Harris, di cui parlerò tra poco: "Le porte che conducono al di fuori del significato letterale delle Scritture non si aprono dall'interno". Esse sono piuttosto il frutto di un'assimilazione almeno parziale della democrazia, del pensiero scientifico, dei diritti umani, della fuoriuscita dall'isolamento geografico e culturale. Dopotutto, la scoperta dell'immensità dell'universo e del fatto che la galassia in cui noi viviamo è piuttosto periferica nella configurazione del cosmo, ha creato qualche trauma al tradizionale pensiero religioso, quello che deriva da una Bibbia che "colloca l'umanità al centro di un grande dramma cosmico di peccato e salvezza", per usare un'osservazione del premio Nobel per la fisica Steven Weinberg. Ma è del tutto evidente che il trauma più forte, quello che incide direttamente sulla vulgata religiosa della creazione e sulla sua concezione dell'umanità deriva dalle scoperte di Darwin che, infatti, non sono state ancora assimilate. Sempre Weinberg ha osservato che "il darwinismo fu diverso. Non solo perché la teoria dell'evoluzione, come la teoria di una terra sferica che si muove, era in conflitto con il letteralismo biblico; non solo perché l'evoluzione, come la teoria di Copernico, negava centralità agli esseri umani; e non solo perché l'evoluzione, come la teoria di Newton, forniva una spiegazione non religiosa per fenomeni naturali che fino allora sembravano inspiegabili senza l'intervento divino. Molto peggio: tra i fenomeni naturali che venivano spiegati dalla selezione naturale c'erano quelle caratteristiche dell'umanità di cui andiamo più fieri. Divenne plausibile che il nostro amore per i figli e compagni, e (dopo il lavoro dei moderni biologi evoluzionisti) anche principi morali più astratti come la lealtà, la carità è l'onestà, abbiano origine nell'evoluzione, anziché in un'anima creata da un essere divino". In un recente dibattito (la cui traduzione, come anche le citazioni di questi passi sono dovute al blog di Maurizio Colucci), Richard Dawkins ha, tra l'altro, affermato: "Non c'è ragione di supporre che alcuna religione, alcun libro religioso, alcun insegnante di religione, abbia alcunché da dire su domande come "da dove viene l'universo", "da dove veniamo", "perché esiste la vita", "a cosa serve la vita". Oggi sappiamo che tutte le risposte date dalla religione a queste domande, che una volta erano le migliori risposte disponibili, sono completamente sbagliate. Non c'è assolutamente alcuna evidenza per esse".
Sarà il progresso cumulativo della scienza, se non verrà arrestato da qualche tragedia culturale e/o politica mondiale, a ridurre la portata e il significato delle Scritture. So bene che questa convinzione è subito attaccata come fondamentalismo ateo, ma l'accusa è una sciocchezza, come quella di accusare gli scienziati non credenti di fare della scienza una religione.

Decimo percorso
cristianesimo e dintorni

Ora riprendo in modo più ravvicinato (ma non esclusivo) il tema del cristianesimo, soprattutto nella sua versione cattolica, per parlare di alcuni libri che recentemente hanno segnalato una volontà da parte dei laici di opporsi alla sempre più preoccupante invadenza della religione nella sfera politica e statuale. Lascio in primo luogo da parte le curiose distinzioni tra laici e laicisti che, originariamente formulate da uno studioso laico come Norberto Bobbio, sono state di recente elevate a pulpito giudicante da parte della gerarchia religiosa e dai laici dotati da una scarsa voglia di difendere le proprie idee e di contrastare le incursioni religiose nella vita politica, cercando di distingure tra laici sani e altri laici (insani=laicisti?). Il che sarebbe come se io mi mettessi a discettare di religione sana e di religione insana, assegnando alla prima il privilegio di poter parlare. In secondo luogo, non mi occuperò qui specificamente del tema cristianesimo e democrazia, come pure sarebbe necessario (se non altro per simmetria con il quarto percorso sull'islam), perché il discorso ci porterebbe troppo lontano. Ma ci tornerò brevemente sopra nel prossimo Labirinto. Per ora, me la cavo con un rinvio agli altri due Labirinti che trattavano argomenti connessi: qui e qui; e con la menzione della recensione del libro di Pietro Scoppola La democrazia dei cristiani, che è tanto più doveroso citare in ricordo della recente scomparsa del più lucido tra i cattolici democratici italiani della seconda metà del Novecento.

Odifreddi Harris Hitchens

Un libro che esamina la religione da un punto di vista ateo e tuttavia confinante nelle sue conclusioni con certi temi New Age, e che naturalmente ha subito attacchi pesanti da parte dei religiosi è quello di Sam Harris, La fine della fede. Religione, terrore e il futuro della ragione [San Lazzaro di Savena, Nuovi Mondi Media, 2006, pp. 264]. Un testo che spazia dalla ricognizione della psicologia dei credenti, alle questioni attualmente sul tappeto della politica internazionale, ai problemi della scienza, all'analisi di costume. Un libro molto ambizioso, a tutto campo, e discretamente polemico. Ma le critiche di Harris, che spesso raggiungono il bersaglio, sono a mio avviso indebolite dal tentativo di dimostrare che si può essere religiosi e spirituali senza religione ricorrendo, nel finale del libro, ad allusioni orientaleggianti, piuttosto che alla robustezza di un'etica laica nella versione più matura. Certo, non sembrano ormai esserci dubbi sull'efficacia terapeutica della meditazione, quale che sia la religione in cui si crede e anche se non si crede in nessuna religione. Ma qui parlo di orientamento civile dell'impianto dell'autore; il quale, tra l'altro, effettua una strana piegatura verso l'intolleranza, visto che scrive: "l'ideale stesso della tolleranza religiosa – sorto dal concetto che ogni essere umano deve essere libero di credere ciò che vuole riguardo a Dio – è una delle forze principali che ci sta spingendo verso l'abisso". Messa così, l'affermazione risulta parallela e inversa all'altra osservazione critica, questa volta giusta, riferita ai credenti, i quali concorderebbero sul fatto che un'altra fede o un punto di vista diverso "non è un atteggiamento approvato da Dio". Il fatto è che l'autore non adotta il principio unico e autoconsistente della intolleranza solo verso l'intolleranza.
Ma i credenti, sono capaci di tolleranza? L'esperienza quotidiana dice di sì, ma è anche vero che esistono forze religiose, come abbiamo fin qui visto, e di notevole potenza, che spingono in direzione contraria. Harris, comunque, sembra avercela in particolare modo con i religiosi moderati perché pensano che tutto quello di cui abbiamo bisogno consista in "un semplice annacquamento dell'età del ferro". Li reputa anzi in larga parte responsabili dei conflitti religiosi attuali perché con le loro credenze costruiscono il contesto entro il quale integralismo e violenza religiosa "non possono mai essere adeguatamente contrastati".
C'è poi, al di là delle affermazioni di Harris, una considerazione poco conosciuta nel giudicare negativamente un atteggiamento moderato nei confronti della religione. In generale, viene fatta una rappresentazione corrente dell'ateo o del non credente come una persona infelice, triste e tormentata che paga un prezzo assai caro alla propria incredulità, già durante la propria vita. Una ricerca empirica non viziata da manipolazioni, condotta più di una decina di anni fa in Germania, ha mostrato che, a proposito di depressione psichica, le persone strettamente osservanti vanno incontro a fenomeni di depressione più degli atei decisi, mentre l'essere semplicemente meno religiosi o aver conservato sensi di colpa nei confronti della religione abbandonata o non essersi resi del tutto indipendenti dalle chiese, induce una maggiore depressione. Come dire? rimanere a metà del guado fa male alla salute. Interessante il fatto che la stragrande maggioranza (92%) degli intervistati abbia dichiarato che il proprio processo di separazione dalla religione è stato sostenuto da un aumento della conoscenza scientifica e che per una robusta maggioranza (66%) la ribellione alla "repressione dell'autodeterminazione sessuale" di stampo religioso abbia giocato un ruolo determinante. Insomma, sesso e scienza fanno male alla fede. Ma questo la religione lo sa da millenni e non è un caso che l'intervento della Chiesa su questi due temi sia continuo e martellante.
Naturalmente, Harris ritiene che non vi siano motivi perché la sfera emotiva della nostra mente non si sviluppi di pari passo con la tecnologia, la politica e la cultura. Il suo è un allarme simile a quello di Jervis perché scommette sul fatto che una tale evoluzione debba accadere "se vogliamo avere qualche speranza per il futuro". Spera nello sviluppo della scienza che, già oggi, comincia ad occuparsi delle questioni spirituali e dell'etica, e auspica un approccio razionale anche per esaminare l'esperienza mistica in un ambito non dogmatico ma scientifico. Anche per Harris, comunque, la risposta ai dilemmi etici risiede nella biologia connaturata al nostro cervello, tanto da sostenere che invece di parlare di libero arbitrio, sia opportuno parlare di libero veto (nei confronti delle decisioni automatiche che il nostro cervello elabora continuamente), dimostrandosi piuttosto informato sui più recenti studi di neurobiologia.
L'autore espone poi un interessante esempio di ragionamento circolare che sarebbe alla base delle credenze, nel senso che "credere in Dio significa credere di avere qualche legame con la sua esistenza in modo che la sua stessa esistenza sia il motivo del mio credo". Un modo di pensare molto frequentato dalla teologia. L'autore sviluppa un esame discretamente efficace dei meccanismi mentali che presiedono e rafforzano l'esistenza delle credenze, i quali non interdicono un doppio comportamento: del tutto impermeabili a qualsiasi argomentazione sulla falsità di ciò in cui credono e viceversa attenti ai dati di fatto e alla verifica della loro autenticità quando si tratta invece di prendere decisioni importanti riguardanti la vita quotidiana. Del resto, il fatto che "la fede abbia motivato molte persone a fare cose buone non implica che la fede di per sé sia una motivazione necessaria per giustificare la bontà".
Per fornire qualche assunto a sostegno di questa tesi, Harris fa alcuni esempi storici riguardanti le pesanti responsabilità della Chiesa a proposito di antiebraismo, di persecuzione in massa degli eretici, di pratica religiosa della tortura. Ma non si limita al cristianesimo perché fa sue, in pratica, le tesi più radicali dei fondamentalisti cristiani contro l'islamismo, affermando, tra l'altro, che "Islam e liberalismo occidentale restano inconciliabili". Tesi di cui ho già parlato in un precedente percorso.
Ora, non si può che convenire con Harris che "se vivete in una terra in cui non si possono esprimere giudizi sul re (o su chi detiene il potere), o su un essere immaginario, o su certi libri, in quanto tali esternazioni sono punite con la pena di morte, con la tortura o la detenzione, allora non vivete in un paese civile". Ma la sua ricetta per contrastare queste situazioni è la guerra permanente, ossia la stessa ricetta proposta e anche praticata dai teocon e dai cristiani rinati americani: l'isolamento economico, l'intervento militare (esplicito o segreto) o la combinazione di entrambi, seguiti da una fase di "dittatura illuminata". Harris non ha alcuna idea, o meglio, non crede nei processi di democracy building, che combinano invece la fermezza politica, la costruzione di infrastrutture culturali, la rimozione delle strozzature economiche e sociali con il rispetto pieno dei principi della Carta dei diritti dell'uomo.
L'autore sarebbe d'accordo con la costruzione di una forza armata dell'ONU e con la costituzione di un Tribunale internazionale, che del resto c'è già, ma al quale gli Stati Uniti non hanno aderito, ma ci crede molto poco. Osservo che, per fortuna, c'è anche chi, tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, come Barack Obama, dichiara che "non possiamo esportare la democrazia occupando militarmente un paese e piazzando un'urna elettorale".
Ma con una buona dose di contraddittorietà rispetto alle ricette di politica internazionale appena formulate, subito dopo l'autore attacca i teoconservatori al governo degli Stati Uniti denunciando, tra l'altro, le deliranti dichiarazioni dell'ex comandante delle truppe americane in Somalia, William G. Boykin, il quale ha sostenuto che la presenza americana ha incontrato il fallimento a causa di "un tale di nome Satana" e che certe ombre nelle immagini fotografiche scattate a Mogadiscio gli hanno rivelato la presenza "delle schiere delle tenebre... una presenza demoniaca in quella città che Dio mi ha rivelato essere nemica". Ora, commenta Harris non è che Boykin, pericoloso a sé e agli altri, sia stato licenziato su due piedi; anzi, è stato cooptato nella compagine del Governo USA. Poi, l'autore attacca anche Antonin Scalia, giudice conservatore della Corte Suprema americana, il quale riallacciandosi alla convinzione che gli americani sono un popolo religioso "le cui istituzioni presuppongono l'esistenza di un Essere Supremo", ha aggiunto che tutto ciò "contribuisce a spiegare perché il nostro popolo sia il più propenso a capire, come fece San Paolo, che il governo impugna la spada in quanto ministro di Dio, per scagliare la sua ira contro i malfattori". Un governo ministro di Dio! Vorrei sapere dov'è la differenza culturale (se non politica) rispetto alle pretese teocratiche iraniane. La cultura della Bibbia può produrre conseguenze drammatiche, quando chi la possiede è la prima potenza mondiale con una tendenza egemonica piuttosto spiccata. Quello che preoccupa è che, secondo un sondaggio Gallup, la grande maggioranza della popolazione americana, considera l'intera Bibbia come un libro divino: il 35% ritiene che essa sia letteralmente la parola di Dio e il 48% che sia ispirata da Dio. Una convinzione che lascia più che perplessi se abbiamo presente certe efferatezze e crudeltà che sono alla base della fede nel Dio di Abramo, come nel caso del Deuteronomio (13, 1-19), di cui non sarà inutile riportare qualche passo, nella convinzione che gran parte dei cristiani (anche protestanti, nonostante tutto) la Bibbia non l'hanno nemmeno letta, almeno nella sua interezza:

"[...] Qualora si alzi in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti proponga un segno o un prodigio (3) e il segno e il prodigio annunciato succeda ed egli ti dica: Seguiamo dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuti, e rendiamo loro un culto, (4) tu non dovrai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore; perché il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima. [...] (6) Quanto a quel profeta o a quel sognatore, egli dovrà essere messo a morte, perché ha proposto l'apostasia dal Signore, dal vostro Dio [...] Così estirperai il male da te. (7) Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l'amico che è come te stesso, t'istighi in segreto, dicendo: Andiamo, serviamo altri dèi, dèi che né tu né i tuoi padri avete conosciuti, (8) divinità dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani da una estremità all'altra della terra, (9) tu non dargli retta, non ascoltarlo; il tuo occhio non lo compianga; non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. (10) Anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi la mano di tutto il popolo; (11) lapidalo e muoia, perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. [...] (13) Qualora tu senta dire di una delle tue città che il Signore tuo Dio ti dà per abitare, (14) che uomini iniqui sono usciti in mezzo a te e hanno sedotto gli abitanti della loro città dicendo: Andiamo, serviamo altri dèi, che voi non avete mai conosciuti, (15) tu farai le indagini, investigherai, interrogherai con cura; se troverai che la cosa è vera, che il fatto sussiste e che un tale abominio è stato realmente commesso in mezzo a te, (16) allora dovrai passare a fil di spada gli abitanti di quella città, la voterai allo sterminio, con quanto contiene e passerai a fil di spada anche il suo bestiame. (17) Poi radunerai tutto il bottino in mezzo alla piazza e brucerai nel fuoco la città e l'intero suo bottino, sacrificio per il Signore tuo Dio; diventerà una rovina per sempre e non sarà più ricostruita. 18 Nulla di ciò che sarà votato allo sterminio si attaccherà alle tue mani, perché il Signore desista dalla sua ira ardente, ti conceda misericordia, abbia pietà di te e ti moltiplichi come ha giurato ai tuoi padri, [...].

Quello che è sicuro, leggendo questo passo della Bibbia, è che un integralista cristiano non può essere tanto scandalizzato dalle prescrizione coraniche, a proposito di apostasia. O, forse, ancora meglio, gli estremisti jihadisti possono fare delle facili chiamate di correità, storica, se non altro. La lettura della Bibbia è insomma come un virus e il suo vaccino: a leggerla e a crederci fa male alla salute, mentre si è premuniti contro la malattia leggendola e facendosene un'idea critica.
La Chiesa cattolica se la cava, con il Concilio Vaticano II (Costituzione DEI Verbum del 18 novembre 1965), riaffermando l'unità dei due Testamenti e con un gioco di parole lascia intendere che anche il Vecchio è da assumere integralmente alla luce di quello Nuovo:

"16. Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell'uno e dell'altro Testamento e ne è l'autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo (29: il rinvio è ad Agostino di Ippona). Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo (cfr. Lc 22,20; 1 Cor 11,25), tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica (30: il rinvio è ad alcuni Padri della Chiesa), acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 5,17; Lc 24,27), che essi a loro volta illuminano e spiegano."

C'è da dire che il concetto è piuttosto contorto e interpretabile in vari modi, come sempre in teologia, specialmente nel campo cattolico, nel quale il doppio registro dell'assoluta continuità con il vecchio, che tuttavia viene svelato dal nuovo, rappresenta tuttavia quel tenue filo evolutivo che, come abbiamo visto nel settimo percorso, differenzia il cristianesimo dall'islam. Quel filo che i magisteri dei papi recenti e regnanti sembrano molto impegnati a recidere, anche attraverso retromarce attentamente studiate rispetto al Vaticano II.
La critica di Harris nei confronti della religione e delle sue pretese di dominio sul comportamento di tutti gli esseri umani continua con una rassegna assai efficace, dosando il sarcasmo con la puntuale denuncia. Come nel caso della ricerca sulle cellule staminali, per cui "coloro che si oppongono alla ricerca terapeutica sulle staminali per motivi religiosi costituiscono l'equivalente biologico ed etico di una società che crede che la Terra sia piatta". In sostanza, l'autore attacca la vecchia idea riciclata dal tomismo (ma mi pare di ricordare che Tommaso d'Aquino fosse molto più aperto e problematico dei rigoristi attuali circa il quando una vita diventa essere umano) della vita in potenza, per cui osserva sarcasticamente che "a voler considerare il potenziale di ogni cellula, dobbiamo riconoscere che ogni volta che il Presidente si gratta il naso è coinvolto in un diabolico massacro di anime".
Ma Harris non si limita al sarcasmo. Affronta anche argomenti piuttosto complicati come l'esistenza di diverse comunità morali e i conflitti che ne discendono, concretamente e in via teorica. L'autore sviluppa, soprattutto in una lunga nota in fondo al libro ("per non far morire di noia il lettore medio", dice), il confronto tra le tendenze relativistiche, pragmatiche e realistiche, per appoggiare, mi sembra di aver capito, una giustificazione empirica della morale, avendone scartato come irrilevanti anche le motivazioni evolutive. In sostanza, servendosi marginalmente del principio evoluzionistico e tagliandone fuori la componente culturale. Sicché, affrontando il tema della connessione tra amore e felicità (e dell'empatia come meccanismo neurobiologico: "in questo momento non ci interessa approfondire la questione"), il pacifismo gli appare come una falsa scelta. Debbo dire che alcune delle sue argomentazioni e la denuncia delle contraddizioni etiche in cui si dibatte l'umanità sono molto acute. Così come non si può che essere d'accordo quando sostiene che non può essere la biologia a dettare l'etica, "perché siamo proprio noi a decidere".
Mirato maggiormente alle basi documentarie della religione cristiana e con un taglio non giornalistico è invece il libro di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) [Milano, Longanesi, 2007, pp. 264], che ha avuto un notevole successo. L'autore, come difesa preventiva agli attacchi che in effetti gli sono stati mossi all'uscita del libro, osserva che oggi l'anticlericalismo costituisce "più una difesa della laicità dello Stato che un attacco alla religione cristiana". Del resto, l'anticlericalismo può esistere solo se esiste il clericalismo, il quale, in forme morbide o sfacciate, ritiene la Chiesa sovraordinata rispetto allo Stato e, quindi, abilitata a dirigerne le scelte attraverso l'espressione del magistero ecclesiastico; nonché, attraverso lo Stato, a regolare la società civile come suprema custode dell'etica pubblica e privata. Insomma a riesumare l'idea di uno Stato etico, che è una mostruosità antiliberale e liberticida, quale che sia la religione che lo persegue o tenta di favorirne l'esistenza. In una dichiarazione di qualche mese fa (la Repubblica del 16 maggio 2007) il cardinale Rino Fisichella, vescovo ausiliare di Roma, ha detto che "l'uomo appartiene a Dio". Questa discussione sulla proprietà delle nostre persone è piuttosto fastidiosa e assurda (e discretamente arrogante), se non fosse che, subito dopo, la conseguenza inevitabile è che, quindi, essendo noi - come dire?- gli amministratori di Dio... Mi fa un certo effetto sapere che appartengo in qualche modo e in via mediata a un papa, quale rappresentante ufficiale di Dio in terra. Ci sarebbe persino da sorridere se non fosse che in base a quell'affermazione un prelato, come anche un cristiano militante, mi dicono cosa debbo fare della mia vita e del mio corpo e, per sovrappiù, mi impongono le loro idee in proposito, attraverso leggi emanate da uno stato laico.
Tra i tanti attacchi mossi al libro di Odifreddi, a parte i puntini sulle i messi talvolta a sproposito dagli esegeti cattolici su questa o quella interpretazione opinabile delle Scritture, quelli più curiosi e anche più volgari (un giro sul Web ne fa raccogliere a centinaia) riguardano il fatto che essendo Odifreddi un matematico, dovrebbe tornare a occuparsi della sua materia (riferisco in modo gentile gli improperi connessi). Come se esistesse una specializzazione e una competenza specifica in materia di "divinità" e ci fossero quelli autorizzati a parlarne e quelli che debbono solo ascoltare. Vecchio vizio del cattolicesimo.
Ma il cuore del libro di Odifreddi, dal Vecchio al Nuovo Testamento, per continuare con una parte dei dogmi, è nella critica testuale e nell'esame delle evidenti contraddizioni dei testi, spesso falsificati dalle traduzioni e adattati alle circostanze, come nel caso del Decalogo, che ha perso per strada un comandamento, nonostante l'ordine divino di non mutare di una virgola il testo. Oppure, la critica dell'autore si appunta alle vicende pseudo storiche farcite di miracoli e di comportamenti divini non proprio consoni a un Creatore del mondo o, almeno, all'idea che se ne può fare una persona moderna e non un pastore di un'area semidesertica di millenni fa. Dalla ricostruzione delle contraddizioni e delle origini assai diverse dei primi libri della Bibbia, ai rimaneggiamenti sacerdotali successivi dei testi, l'implacabile ricognizione di Odifreddi è esposta in maniera serrata. Comunque, per una buona rassegna delle contraddizioni e degli errori di storia in cui incorrono il Dio degli ebrei e i suoi angeli si può anche consultare il sito Alaxemenos Il Libro che avete letto male. Un'altra raccolta di testi sul Web, che tratta con molta competenza e in modo aggiornato la questione dei Vangeli, e in generale i problemi della religione, è in Homolaicus di Enrico Galavotti.
Così come, continuando con Odifreddi, la stessa critica esegetica applicata al cristianesimo, fino agli anatemi lanciati a chi non crede all'infallibilità del papa, e oltre, mette a nudo incongruenze imbarazzanti. Per esempio, i "dilemmi in cui ci si invischia quando si concepisce un vero Dio che si fa vero uomo e viene partorito da una vera donna, essendo per giunta già nato dal Padre prima di tutti i secoli". La quale donna, come si sa, è vergine e rimane vergine anche dopo il parto. Inoltre si scopre che è stata assunta fisicamente in cielo mille novecento anni dopo, secondo il dogma emanato nel 1950, anche se fin dai primi secoli esisteva nel cattolicesimo una tale tradizione. Mi chiedo se il fatto che il suo catasterismo ossia la sua ascesa in cielo, a somiglianza di tanti personaggi mitici del mondo classico, sia monco della sua identificazione con un astro è perché nel frattempo c'è stato Copernico. Ma il termine di vergine usato per Maria (e questa non è di Piergiorgio Odifreddi, ma di Paula Fredriksen, affermata storica della religioni, ma è ben nota anche tra tutti biblisti) in ebraico significa semplicemente giovane ragazza, tradotto poi nel greco vergine, appunto. Dunque un dogma fondato su un equivoco linguistico, a parte la credibilità dell'intera vicenda?
Del resto, lo stridente contrasto esistente tra la nostra morale e quella disegnata dalla Bibbia non è affatto ridotto dalla reinterpretazione che ne ha dato il Concilio Vaticano II (ancora la Costituzione DEI Verbum del 18 novembre 1965), secondo cui:

"[...] 15. L'economia del Vecchio Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente (cfr. Lc 24,44; Gv 5,39; 1 Pt 1,10) e a significare con diverse figure (cfr. 1 Cor 10,11) l'avvento di Cristo redentore dell'universo e del regno messianico. I libri poi del Vecchio Testamento, tenuto conto della condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti chi è Dio e chi è l'uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso [corsivo mio] agisce con gli uomini. Questi libri, sebbene contengano cose imperfette e caduche, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina (28: si riferisce a un'Enciclica di Pio XI). Quindi i cristiani devono ricevere con devozione questi libri: in essi si esprime un vivo senso di Dio; in essi sono racchiusi sublimi insegnamenti su Dio, una sapienza salutare per la vita dell'uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza.."

Quanto possa essere considerato giusto e misericordioso il Dio del Deuteronomio e di altri passi biblici, rimane un mistero. Certo, tenuto conto dei tempi... Insomma, la morale divina sarebbe una morale evolutiva che cambia con la storia, come è ovvio. Poiché la Chiesa non può riconoscere un tale relativismo, è costretta ad assumere l'intera tradizione, mettendo la sordina a questo o a quell'aspetto non più presentabile, e consumando le intelligenze di schiere di commentatori nello sforzo di ridurre il potenziale eversivo (per la fede) delle contraddizioni accumulate. Finché la Chiesa, pressata dall'avanzare della storia, non cambia l'approccio, avendo prodotto sofferenze (e persecuzioni), senza nemmeno riconoscere di aver sbagliato, se non secoli dopo e in modo molto circoscritto. Sarebbe comunque interessante se islam e cristianità dichiarassero esplicitamente, senza troppi giri di parole, che respingono quei passi delle rispettive Scritture non più sopportabili dall'etica moderna.
Per non parlare, riprendendo il libro di Odifreddi, di tutte le complicazioni successive all'avvento del cristianesimo, delle controversie anche sanguinose e, insomma, della storia della Chiesa. Impossibile ricapitolare efficacemente le argomentazioni dell'autore; la cosa migliore che posso fare è di rinviare alla lettura del libro come a un'esperienza da fare. Ma il punto specifico che interessa ai fini di questo Labirinto è soprattutto il capitolo finale, intitolato Laici e loici, perché alla fine e implicitamente si ripropone il tema delle domande iniziali e cioè: come mai le religioni? L'autore non pone problemi evoluzionistici, ma procede per così dire per via culturale, con l'ambizione di contribuire a colmare quel deficit di conoscenza di merito e di riflessione critica che connota, secondo tutte le ricerche sul campo, la maggior parte dei credenti. Nell'area cattolica media è assai difficile incontrare chi la Bibbia l'ha letta davvero (non le pillole ricevute dall'educazione religiosa) e che dei Vangeli, che il caso o una scelta incomprensibile ha deciso che siano quattro, abbia messo a fuoco le incongruenze. Forse l'autore eccede qua e là nel sarcasmo, il che viene immediatamente colto dai suoi critici per scantonare dalle obiezioni che muove al cristianesimo. Ma l'indignazione di Odifreddi si può capire, di questi tempi italiani di invasione massmediologica e politica delle gerarchie religiose nella vita pubblica.
Naturalmente, l'autore sa bene che non esiste argomentazione (razionale, linguistica, storica) in grado di smuovere chi ha deciso di credere e infatti, puntualmente, sono arrivate le accuse che l'autore non riesce a distinguere tra piano storico e piano della fede, la seconda – come abbiamo visto in precedenza – sottratta a qualsiasi esame di verificabilità. E poi, proprio sul piano storico illustri esponenti religiosi e semplici credenti non fanno che chiedere: come mai il cristianesimo ha avuto successo per duemila anni? Con l'implicita risposta che solo una religione veritiera può durare tanto. Anzi, recentemente Fr. Raniero Cantalamessa, predicatore ufficiale della Casa pontificia, l'ha proprio messa in questo modo, in un dibattito pubblico con alcuni laici. Peccato che si tratti della stessa argomentazione che propongono i seguaci dell'islam. Cosa dovrebbero dire poi i buddisti che vantano una maggiore anzianità?
Un personaggio controverso come Christopher Hitchens è l'autore del libro Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa [Torino, Einaudi, 2007, pp. 275]. Hitchens è un radicale che si schiera spesso con la destra politica, dopo essere stato un radicale di sinistra, anticlericale militante e, in particolare, avverso al cattolicesimo. Hitchens ha assunto una certa notorietà anche per il suo precedente libro La posizione della missionaria.Teoria e pratica di Madre Teresa [Roma, Minimum Fax, seconda edizione, 2003, pp. 128], una documentata denuncia dei metodi e dell'uso disinvolto delle donazioni ricevute. Ma il Vaticano ha sostenuto che le accuse di Hitchens non erano basate su prove. L'autore non si è dato per vinto, sostenendo di aver ricevuto tanti e tali testimonianze a favore delle sue denunce da gente che ha conosciuto davvero i metodi e le attività di Teresa di Calcutta, da poter scrivere un altro libro, come ha ripetuto anche in una vecchia intervista, ora tradotta in italiano.
Peraltro, Hitchens attacca frontalmente anche l'islamismo e i suoi esponenti, come abbiamo visto che ha fatto nei confronti di Tariq Ramadan al Festival di Mantova [sesto percorso]. Un'analisi del fenomeno del radicalismo laico guerrafondaio, penso a Daniel Pipes (che peraltro l'autore non apprezza) e ad altri, ci porterebbe troppo lontano, ma Hitchens è un esponente di primo piano di quella linea che predica il pugno duro nei confronti dei paesi islamici, con un'dea piuttosto messianica di democrazia come bene esportabile sulla bocca dei cannoni. Del resto, è un polemista acceso, oggetto di duri attacchi anche personali, ma altrettanto sprezzante e feroce nelle sue risposte.
Ovviamente il suo ultimo libro ha suscitato accese discussioni, anche se l'appena citato Raniero Cantalamessa, in un articolo pubblicato su l'Avvenire del 18 settembre 2007 lo ha stroncato sostenendo che "della religione egli considera solo i frutti marci, mai i frutti buoni", ma che "non si può non ammirare la straordinaria cultura dell'autore e la pertinenza di certe sue critiche". Tanto da fargli aggiungere che "molti rimproveri che Hitchens rivolge ai credenti di tutte le religioni (l'Islam non riceve nel libro un trattamento migliore del cristianesimo, ciò che rivela una buona dose di coraggio da parte dell'autore) sono fondati e vanno presi in considerazione per non ripetere gli stessi errori del passato". Alla fine, però, il rimprovero risolutivo, per Cantalamessa, è che Hitchens non ha fede e che ha rinunciato a convincere per stravincere. Mi pare di capire che una critica dell'autore più in punta di piedi, più rispettosa, sarebbe stata bene accetta.
In fondo, tutta la posizione di Hitchens nei confronti della religione potrebbe essere riassumibile nella sua dichiarazione che "i critici della religione non vogliono in realtà negarne l'effetto balsamico", ossia che essa risponde ad un bisogno di consolazione e di sicurezza, ma "piuttosto intendono mettere in guardia contro la sua funzione di placebo e l'effetto bottiglia di acqua colorata". A questo proposito – oltre che Freud - cita Karl Marx e la sua famosa frase sulla religione come oppio del popolo; ma la cita integralmente, con tutto il contesto che non viene mai naturalmente riportato e che esprime un ben più articolato pensiero politico. Tuttavia, il problema della religione, continua l'autore, si pone in modo radicale non per la sua funzione di effetto placebo, ma per il fatto che "la religione non si accontenta – e sul lungo periodo non può farlo - delle proprie straordinarie pretese e delle proprie sublimi certezze. Essa deve cercare di interferire con la vita dei non credenti, degli eretici o degli adepti di altre fedi". Da questo punto di vista, le distorsioni che vengono generate dalla interpretazione dei fatti che accadono nel mondo, attraverso il filtro religioso producono degli effetti tremendi.
Per esempio, durante la recente mattanza nei Balcani, la stampa occidentale ha sempre parlato, a proposito di Sarajevo, di milizie serbe e croate opposte ai musulmani, per non tacere della popolazione ebraica della città. Perché mai in un caso si debba definire una popolazione in termini di identità religiosa e nell'altro tacere che gli assedianti massacratori e stupratori fossero cattolici e ortodossi, chiamandoli invece con il loro appellativo nazionale, rimane una mistero. Così come, venendo al noto caso di Salman Rushdie e della sua condanna a morte da parte dell'ayatollah Khomeini a causa di un libro, Hitchens se la prende con le autorità religiose occidentali, perché "con meditate dichiarazioni, il Vaticano, l'arcivescovo di Canterbury e il sommo rabbino sefardita di Israele assunsero tutti una posizione di simpatia verso l'ayatollah". Il problema principale non sembrava essere la taglia messa sulla testa di un cittadino inglese dal capo di un paese straniero, ma la supposta blasfemia dei Versi satanici. Oppure, il modo con cui hanno reagito all'11 settembre di New York, sul versante dell'integralismo cristiano, i predicatori Pat Robertson e Jerry Falwell, che negli Stati Uniti sono delle vere e proprie potenze, persino ascoltati dalla Casa Bianca. Tutti e due dichiararono immediatamente "che il sacrificio di tante creature era il giudizio divino su una società secolare e permissiva verso l'omosessualità e l'aborto". Insomma, siamo ai terroristi come strumento divino, mentre il nemico principale è tra noi. Del resto, l'idea di un ruolo esecutore di Satana non è affatto nuovo nella tradizione cristiana, specialmente protestante.
Il libro è ricco di informazioni puntuali sulle posizioni assunte dalle varie autorità religiose nelle vicende più orribili degli ultimi decenni e dell'odio interreligioso che a livello popolare circola abbondantemente. Hitchens sintetizza la situazione con una batteria di espressioni correnti nelle varie parti del mondo: "I cristiani e gli ebrei mangiano carne di maiale contaminata e tracannano alcol velenoso; [...] i musulmani si riproducono come conigli e si puliscono il sedere con la mano sbagliata. Gli ebrei hanno i pidocchi nella barba e bramano il sangue dei bambini cristiani per aromatizzare e insaporire il pane azzimo di Pasqua. E avanti così".
Le interferenze della religione nel caso della medicina e della salute umana sono note, ma vale la pena ricordare il caso della vaccinazione contro la poliomelite a Calcutta, dove musulmani intransigenti diffusero la favola che si trattava di un complotto occidentale per ridurre all'impotenza la popolazione; oppure la vicenda di una fatwa emessa in Nigeria secondo la quale "il vaccino antipolio era un complotto degli stati Uniti (e, sorprendentemente delle Nazioni Unite) contro la fede musulmana"; o, ancora, il caso del cardinale Alfonso Lσpez Trujillo, presidente vaticano del Pontificio consiglio per la famiglia, il quale "avvisa con paterna sollecitudine il suo uditorio che tutti i preservativi vengono fabbricati con molti fori microscopici, attraverso i quali può passare il virus dell'Aids" (ripresa video esistente, dichiara l'autore). In questo caso il cardinale è in buona compagnia con altri vescovi africani. Del resto, non è stato forse l'allora cardinale e arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri, a sostenere che l'Aids "è un castigo di Dio, evidentemente, perché prima non c'era"?. [Il Sabato, 23 marzo 1987] Un'occasione perduta per meditare sull'evoluzionismo e sulle continue mutazioni genetiche che avvengono sotto i nostri occhi (e talvolta sulla nostra pelle).
Per non parlare del concetto di naturalità, variamente tirato per un verso o per l'altro. Per il vescovo ausiliario di Rio de Janeiro, Rafael Llano Cifuentes "la Chiesa è contro l'uso del preservativo. I rapporti sessuali tra uomo e donna debbono essere naturali. Non ho mai visto un cane usare un preservativo in un rapporto sessuale con un altro cane". Mentre parecchi vescovi anglicani hanno sostenuto che l'omosessualità è innaturale "perché non la si riscontra in altre specie", affermazione che possono fare solo degli ignoranti completi di etologia. Per tacere del comportamento estremo delle sette di qualsiasi ambito religioso, dai fondamentalisti chassidici, ai seguaci della Christian Science, ai mormoni, ai Testimoni di Geova e di tutte le altre strane e spesso barbariche usanze che pretenderebbero di essere rispettate in nome di non sa quale valore culturale.
Hitchens critica poi le pretese metafisiche della religione, ripercorrendo sinteticamente le vicende di un dibattito che parte dall'assurdità della dichiarazione del padre della Chiesa, Tertulliano (e che ho sentito spesso ripetere nel XX secolo): "Credo perché è assurdo"; e arriva all'essenza della questione, al "paradosso fondamentale nel cuore della religione". "I tre grandi monoteismi – sottolinea l'autore – insegnano agli uomini a considerarsi spregevoli, quali miserabili e colpevoli peccatori prostrati di fronte a un dio irato e geloso, il quale, secondo racconti discrepanti, li avrebbe creati o dalla polvere o dal fango o da un grumo di sangue". Il che viene accompagnato paradossalmente dall'idea di essere fondamentali e centrali nel grande disegno dell'universo e dalla convinzione di avere a disposizione un dio personale. Naturalmente l'autore, a proposito di disegni, affronta anche la questione del "disegno intelligente" o del "creazionismo", di cui ho parlato diffusamente nel primo percorso, ma vale la pena rileggerne la critica anche in questo libro per il brio e la sagacia con cui l'autore affronta l'argomento.
Anche Hitchens, come gli autori precedenti, sottopone poi la Bibbia a un'analisi dettagliata, specialmente dei primi libri, e non c'è bisogno di sottolineare che "dobbiamo essere felici che nessun mito religioso esprima una verità", perché "la Bibbia può contenere, anzi contiene, giustificazioni per il traffico di esseri umani, per la pulizia etnica, per la schiavitù, per il prezzo della sposa, per il massacro indiscriminato, ma non siamo tenuti a nulla di ciò perché si tratta di pratiche di mammiferi rozzi e privi di cultura". Del tipo della prescrizione contenuta nei Numeri, dove il Signore si infuria perché i suoi generali hanno risparmiato troppi civili:

"Adesso, quindi, uccidete ogni maschio tra i piccoli, e uccidete ogni donna che ha conosciuto l'uomo giacendo con lui. Ma tutte le bambine che non hanno conosciuto l'uomo per aver giaciuto con lui, tenetele vive per voi".

Di recente, c'è stata una polemica sul Corriere della Sera tra Sergio Romano e il gesuita Corrado Marucci. Il primo aveva scritto di non vedere sostanziali differenze tra la violenza presente nell'Antico Testamento e quella contenuta nel Corano. Il gesuita ha obiettato che la rivelazione divina è stata progressiva e che, in buona sostanza, quel che fa fede ed è vincolante è il Nuovo Testamento. È stato facilmente obbiettato che è piuttosto incredibile che una morale divina rivelata ammetta (anzi prescriva) prima che gli esseri umani "si sbranino a vicenda", e in seguito "dica loro che sbranarsi a vicenda è un male".
Ma anche il Nuovo Testamento è oggetto della severa critica di Hitchens, per le contraddizioni evidenti tra le varie versioni, per il fatto di essere stato scritto (assemblato) parecchio tempo dopo la morte di Cristo, per il fatto che i primi testi sacri sono gli scritti di Paolo di Tarso e non quelli degli evangelisti, per il fatto che i Vangeli riconosciuti sono solo quattro perché... perché – così giustificò la cosa Ireneo, padre della Chiesa – "i punti cardinali del mondo sono quattro"... Del resto, qualsiasi studioso serio del Nuovo Testamento - anche quelli credenti: e magari si tratta di gesuiti o di francescani - riconosce ormai il bricolage che è stato fatto per assemblarlo e tira fuori tali ammissioni in merito che il credente comune o troppo distratto sui casi della sua religione lo riterrebbe senz'altro un eretico.
Poi tocca al Corano, che l'autore sottopone ad una ricostruzione storica della sua compilazione e su cui conclude che "lungi dall'essere nato nella limpida luce della storia, come si espresse molto generosamente Renan, l'islam, nelle sue origini, è invece torbido e approssimativo come le religioni dai cui trasse i suoi prestiti [giudaismo e cristianesimo]. Ha immense pretese per sé, chiede ai suoi seguaci una sottomissione o una resa totali, ed esige per soprammercato deferenza e rispetto dai non credenti". Ma lo stesso giudizio di costruzione attraverso un bricolage di citazioni dal altri testi e di tradizioni antecedenti riguarda anche gli hadith (i detti del Profeta), che avendo raggiunto la bella cifra di circa trecentomila furono poi ridotti a diecimila da Bukhari vissuto più di duecento anni dopo il Profeta. "Siete liberi di credere – commenta Hitchens - che [...] "Bukhari [...] sia riuscito a selezionare solo quelli in grado di superare il vaglio della purezza e della genuinità". Non aggiungo osservazioni nel merito di certe prescrizioni contenute nelle Scritture sacre dell'islam, non meno inaccettabili di quelle contenute nel Vecchio testamento.
La questione dei miracoli, il modo di formazione delle religioni (anche nei tempi recenti), fanno poi da premessa ad una domanda fondamentale e cioè se la religione induce gli uomini a comportarsi meglio. La risposta dei credenti, dopo aver messo da parte la collezione delle storie del tutto improbabili che accompagnano la nascita delle religioni, sarebbe che senza la religione gli uomini "si abbandonerebbero a ogni genere di licenza ed egoismo". Facile dimostrare che così non è, e Hitchens porta una serie di documentati casi contemporanei in cui la religione non è affatto servita a frenare massacri e altri delitti, senza parlare dell'intera storia umana. Per esempio, come si giustifica il fatto che "il 25% dei membri delle SS fossero cattolici praticanti e che nessun cattolico sia mai stato minacciato di scomunica per la sua partecipazione ai crimini di guerra"? Il caso Goebbels, spesso tirato in ballo, non conta, visto che la scomunica gli era stata comminata molto tempo prima. "Dopo tutto – aggiunge maliziosamente l'autore – se l'era cercata per aver commesso l'oltraggio di sposare una protestante". Per non parlare di quanto accadde in Germania con la firma del concordato. Ma riprenderò la questione dell'etica nel prossimo e ultimo Labirinto dedicato alle religioni.
Ovviamente, per Hitchens, nemmeno quelle che lui chiama la soluzione orientale, ossia la tendenza a considerare l'Oriente come sorgente di una spiritualità più profonda e umana, è davvero frequentabile. In pagine precedenti aveva riportato l'esempio dei buddisti e dei musulmani dello Sri Lanka, che diedero ai festeggiamenti alcolici per il Natale 2004 la colpa dello tsunami che seguì immediatamente.
La conclusione dell'autore è che sia del tutto corretto applicare alla religione, almeno alle tre grandi religioni monoteistiche, il termine di totalitarismo, definizione che condivido del tutto. Del resto fu Pio XI a sostenere che "se c'è un regime totalitario - totalitario di fatto e di diritto - è il regime della Chiesa, perché l'uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle". Certo, all'epoca, il termine totalitario non era ancora carico delle tragedie umane che sappiamo, ma la pretesa di quel papa si commenta da sola.
La resistenza della razionalità e la necessità di un nuovo illuminismo concludono il libro di Hitchens. "Tuttavia – scrive – solo il più ingenuo utopista può credere che tale nuovo stadio di civiltà si svilupperà, come certi sogni di progresso, in maniera lineare. Dobbiamo prima andare oltre la nostra preistoria e sfuggire alle mani nocchiute che si allungano per trascinarci indietro alle catacombe, agli altari fumanti e ai colpevoli piaceri della soggezione e dell'abiezione".

Undicesimo percorso
riepilogo Dawkins

Dawkins

Concludo questa pare della rassegna con il recente libro di Richard Dawkins, L'illusione di Dio. Le ragioni per non credere [Milano, Mondadori, 2007, pp. 400] che rappresenta un riepilogo e una riproposizione di alto profilo di molte delle osservazioni e delle critiche fin qui sviluppate, ma con argomentazioni anche nuove. Il libro ha già fatto molto discutere e sta incontrando un buon successo mondiale. Naturalmente, la pubblicazione ha subito scatenato delle polemiche e persino una risposta critica scritta a tamburo battente, come quella di Alister McGrath, L'illusione di Dawkins. Il fondamentalismo ateo e la negazione del divino [Caltanissetta, Alfa&Omega, 2007, pp. 96], al quale lo stesso Dawkins ha dato una riposta al vetriolo. Tra l'altro, all'accusa di credere in una scienza onnisciente, obbietta: "McGrath immagina che io non sarei d'accordo con il mio eroe Sir Peter Medawar su I limiti della scienza [Torino, Bollati e Boringhieri, 1985, pp. 96]. Al contrario. Non mi stanco mai di enfatizzare quante cose noi non sappiamo. The God Delusion si conclude proprio con un tema del genere. Da dove vengono le leggi della fisica? Come è cominciato l'universo? Gli scienziati stanno lavorando su questi profondi problemi, con onestà e pazienza. Alla fine potrebbero risolverli. Oppure potrebbero non farcela mai. Non lo sappiamo. Ma mentre io ed altri scienziati siamo abbastanza umili da dire che non lo sappiamo, che fanno i teologi come McGrath? Lui sa. Lui ha abbracciato il Credo di Nicea. L'universo è stato creato da un'intelligenza soprannaturale molto particolare, che è in realtà tre in uno. Non quattro, non due, ma tre. La dottrina cristiana è notevolmente specifica: non solo nelle sue risposte secche e sicure ai problemi profondi dell'universo e della vita, ma circa la natura divina di Gesù, sul peccato e la redenzione, il paradiso e l'inferno, la preghiera e la moralità assoluta. Eppure McGrath ha l'incredibile coraggio di accusare me di avere l'ingenua, "fuorviante", "spicciola" fede che la scienza abbia tutte le risposte".
Ora, Richard Dawkins non ha certo bisogno di presentazioni e debbo dire che ha scritto un libro quasi perfetto. Qualche caduta di stile o qualche eccesso, qua e là, sono dovuti alla passione e al fatto che "il cortile dei non credenti è molto più nutrito di quanto non si pensi". Perché, aggiunge l'autore, il problema è proprio quello degli atei e degli agnostici che non vogliono infilarsi in discussioni scabrose per quieto vivere o per convenienza sociale. E magari tirano fuori l'osservazione che in fondo la religione serve come fondamento dell'etica. Oppure, è il problema di quelli che ribattono alle critiche contro la religione: "Ma la religione è consolante, come se ciò implicasse automaticamente che sia anche vera". "E poi non si sa mai – osservano altri agnostici". A tutti costoro in particolare è diretto il lungo saggio di Dawkins, ma anche ai credenti che continuano ad interrogarsi, non accontentandosi dell'educazione religiosa conculcata loro fin dalla prima infanzia, oppure che "non vivono la religione come un ornamento sociale che si indossa per tradizione e magari solo in alcuni passaggi importanti della vita". Ma Dawkins non dispera che lo leggano anche i credenti militanti, magari per misurarsi con le osservazioni e le critiche contenute nel libro.
Nonostante l'estrema chiarezza del testo e la sua eccellente leggibilità è davvero difficile riassumerne in qualche modo il senso a causa della ricchezza di argomentazioni e della vastità dei temi affrontati. Tanto che tornerò ad utilizzarne la parte dedicata all'etica nel prossimo Labirinto. Forse si potrebbe iniziare con la citazione che l'autore fa di un passo dell'astronomo Carl Sagan, a proposito dell'esistenza di Dio: "Se per Dio si intende una serie di leggi fisiche che governano l'Universo, senza dubbio Dio esiste. Ma è un Dio che non appaga dal punto di vista emotivo... non ha molto senso pregare la legge di gravitazione universale".
Ad un certo punto delle impostazioni, per così dire, preliminari dirette a inquadrare il problema oggetto del libro, Dawkins stila una specie di tabella delle convinzioni diffuse a proposito dell'esistenza di Dio, "ai cui estremi stanno opposte certezze". La riporto – adattata – in modo che ciascuno possa trovare la sua collocazione:

Credenti Agnostici Non credenti
1. Sono certo che Dio esiste   5. Non so se Dio esiste, ma tendo allo scetticismo
2. Non lo so per certo, ma vivo come se Dio esistesse 4. L'esistenza e la non esistenza di Dio hanno la stessa probabilità 6. Improbabile che Dio esista e vivo dando per scontato che è così
3. Sono molto incerto ma tendo a credere in Dio   7. Sono certo che Dio non esiste

Dawkins dichiara di collocarsi nella sesta categoria con inclinazioni verso la settima, che è di parecchio meno nutrita della prima. Ovviamente, l'oggetto delle sue critiche sono le categorie che vanno dalla prima alla quarta, con una speciale attenzione per quest'ultima, quella degli agnostici, dichiarando ironicamente che anche lui sarebbe agnostico "riguardo a Dio come lo sono riguardo all'esistenza delle fate in un angolo del giardino".
Poi l'autore contesta l'idea assai diffusa che l'argomento della fede religiosa sia molto delicato e che "debba per questo essere oggetto di un rispetto esagerato, ben superiore a quello che qualsiasi essere umano deve al suo simile". Eppure la religione, anzi, i credenti in carne e ossa non si peritano "di mettere il naso nelle vite private altrui", anzi se ne arrogano il diritto. I casi di vera e propria isteria di ambienti islamici quando si parla male della loro religione o ci si scherza sopra sono troppo noti per ricordarli qui.
Dawkins definisce l'ipotesi di Dio in modo più difendibile di quanto si possa fare riferendosi alle personalizzazioni delle religioni esistenti o passate, nel senso che "esiste un'intelligenza sovraumana e soprannaturale che ha deliberatamente progettato e creato l'universo con tutto quanto vi è compreso, inclusi noi". Una definizione che dovrebbe trovare d'accordo tutti i credenti, senza distinzioni di appartenenza. Ebbene, la sua ipotesi, quella che sostiene nell'intero libro, è che "qualsiasi intelligenza creativa abbastanza complessa da progettare qualcosa è solo il prodotto finale di un lungo processo di evoluzione graduale". In buona sostanza, un qualcosa di ipoteticamente complesso come Dio non può essere all'origine di tutto. La mia opinione, al termine della lettura, è che le sue argomentazioni sostengano in modo robusto la sua ipotesi.
"Forse – premette Dawkins, con un concetto ripreso nella sua replica al teologo Alister McGrath – vi sono alcuni interrogativi davvero pregnanti e importanti cui la scienza non potrà mai rispondere. Può darsi che la meccanica quantistica stia già bussando alla porta dell'insondabile. Ma se la scienza non può dare una risposta ad alcuni quesiti fondamentali, come si può pensare che possa dargliela la religione?".
L'autore, d'altra parte, non è nemmeno d'accordo con la ormai celebre frase dello scienziato e divulgatore Stephen Jay Gould, ripresa spesso nelle polemiche tra credenti "creazionisti" e evoluzionisti; il quale, a proposito di Dio, dichiarò che: "Non confermiamo né neghiamo; semplicemente, in quanto scienziati non possiamo esprimere un giudizio di merito". Ora, a parte il fatto che Gould era un evoluzionista e – dice Dawkins – "uno scienziato molto vicino all'ateismo de facto", perché mai - si chiede – la scienza non può nemmeno emettere giudizi probabilistici sulla questione? Secondo l'autore la presenza o meno di una superintelligenza creatrice è inequivocabilmente una questione scientifica, così come lo è "la verità o la falsità di tutti i miracoli su cui fa assegnamento la religione per impressionare la moltitudine dei fedeli". Oltre tutto, la non sovrapposizione dei due magisteri avrebbe un senso se ci fosse una reciprocità, ma dal momento che la religione cerca di spiegare il mondo e si immischia al mondo reale parlando di miracoli, l'amichevole concordia di cui parlava Gould "è spezzata".
Dawkins passa poi in rassegna gli argomenti principali e più noti spesi per dimostrare l'esistenza di Dio, da Tommaso d'Aquino e da Anselmo d'Aosta (quello dell'inconsistente argomento ontologico) alle fole diffuse sui grandi scienziati credenti (come la leggenda di una fantomatica conversione di Darwin in punto di morte), alla famosa scommessa di Pascal (il quale consigliava di credere, in buona sostanza, per opportunità politica), ai più recenti pasticci probabilistici impiegando con criteri soggettivi le teorie statistiche bayesiane. Le argomentazioni sul perché è quasi certo che Dio non esiste si affidano sostanzialmente all'evoluzionismo, che è davvero una teoria controintuitiva (come la relatività di Einstein o la meccanica quantistica, del resto), per cui è forse questa la ragione per cui stenta a diventare senso comune. In genere – come ha osservato Daniel Dennett – pensiamo "che ci vuole una cosa bella e grandiosa per produrne una più piccola". Così, non pensiamo certo che un ferro di cavallo possa fabbricare un fabbro o un vaso un vasaio. Invece, "Darwin ha scoperto un processo concreto che agisce proprio in tale modo controintuitivo": cioè che procede dal più semplice al più complesso, con "rampe graduali di complessità crescente". Le storie principali sulla complessità irriducibile, di cui Dawkins parla, le abbiamo già in parte viste nel secondo percorso. Qui l'autore, in particolare, prende in esame la questione del meraviglioso funzionamento dell'occhio o dell'ala, cavalli di battaglia dei creazionisti per sostenere che la loro complessità non può essere spiegata se non con un intervento divino. Naturalmente, con riflessioni di merito e con la sua ironia basata persino sul buon senso logico e scientifico, Dawkins smonta anche questi argomenti. Proprio mentre scrivevo queste pagine, mi sono imbattuto nella notizia che un gruppo di ricercatori dell'Università della California ha scoperto su un tipo di polipo la proteina partecipante alla capacità di ricezione della luce e antecedente all'organizzazione di fotorecettori più complessi, il che permette di datare l'apparizione dei primi organi della vista a circa 600 milioni di anni fa. I creazionisti, osserva Dawkins, "cercano affannosamente una lacuna nelle conoscenze attuali. Se ne trovano una, sia pure apparente, assumono che Dio debba colmarla per default, ossia automaticamente". Salvo, come nel caso della vista, essere sloggiati dalla provvisoria lacuna. Alla fin fine, questo Dio dei creazionisti rischia di diventare un Dio delle lacune, "che cerca di farsi largo tra fenomeni che fanno benissimo a meno della sua esistenza". Insomma se i mistici "esultano nel mistero e vorrebbero che restasse misterioso", gli scienziati esultano per motivi diversi, quando si imbattono in un mistero, perché "vi trovano motivo di ricerca".
Ma i creazionisti più avveduti, dopo aver rinunciato a falsificare le informazioni e i dati che di solito vengono spacciati da questo tipo di letteratura, e a cercare di capovolgere in negazione totale della teoria le controversie esistenti nell'ambito della scienza su questo o quel punto, si rifugiano nella questione dell'origine della vita, sposando il principio antropico, con l'idea che esso sostenga la loro causa. Cosa molto strana, osserva Dawkins, perché tale principio non sostiene affatto l'ipotesi di Dio, ma è al contrario "un'alternativa all'ipotesi del progetto, in quanto fornisce una spiegazione razionale e non finalistica al fatto che ci troviamo in una situazione propizia alla nostra esistenza". In modo chiaro e folgorante, l'autore prende in esame la versione cosmologica del principio, che si riferisce alle costanti fisiche universali, mostrando come – proprio sulla base delle teorie fisiche esistenti e della loro straordinaria creatività, che non hanno nulla da invidiare, quanto ad emozionalità, a altre attività umane come l'arte - non sia possibile che Dio tenga "costantemente un dito su ciascuna particella, frenando i suoi assurdi eccessi e mettendola in riga assieme alle colleghe perché resti sempre uguale a se stessa". A meno che non siamo vicini a identificare Dio con le costanti fisiche universali, il che ci ricorda la battuta del "pregare la legge di gravità".
Sul problema delle origini della religione, Dawkins non crede alla teoria di Daniel Dennett sul suo effetto placebo come presupposto della sua naturalità e nemmeno esamina l'ipotesi neurologica. Peraltro, le più recenti ricerche dell'Università di Chicago sull'influenza della fede nelle guarigioni hanno dato risultati contraddittori, come tutte le ricerche precedenti. L'autore non sembra nemmeno prestare molta attenzione all'indirizzo neuroteologico che cerca nel cervello un centro deputato all'esperienza mistica. Certo che dal punto di vista evoluzionistico l'ipotesi è affascinante, tanto da aver spinto il Dalai Lama, sia pure per ragioni diverse, a creare un centro di ricerca che studia le esperienze mistiche dal punto di vista neurologico e degli effetti medici. Il fatto è che dal punto di vista evolutivo la selezione avrebbe favorito la cooperazione tra gli individui e la definizione di un ordine morale affinché la socialità potesse svilupparsi. E la forma arcaica, come abbiamo visto nel primo percorso, potrebbe essere stata l'affermazione di una proto religione, poi evolutasi con lo sviluppo delle società umane. C'è anche chi, come il genetista Dean Hamer si è spinto fino a ipotizzare la controversa esistenza di un gene di Dio.
Piuttosto, Dawkins, anche sulla scorta dei dati derivanti dal funzionamento dei meccanismi evolutivi, pensa che si tratti di un prodotto indiretto di qualcos'altro, seguendo gli indirizzi della psicologia evolutiva. Lo psicologo dello sviluppo infantile Paul Bloom, in particolare, nel suo Il bambino di Cartesio. La psicologia evolutiva spiega che cosa ci rende umani [Milano, il Saggiatore, 2005, pp.254], sostiene infatti che i bambini tenderebbero per natura a un atteggiamento mentale dualistico (un conto è la cosa, un conto sono le sue intenzioni, anzi la sua animazione). Insomma, la realtà è sdoppiata. Così come i bambini sarebbero per natura esseri teleologici, ossia attribuiscono uno scopo a tutto, cosa che molti adulti non smettono di continuare a fare. Mi sembra proprio che si tratti, come ho già in precedenza osservato, di una misura evolutiva necessaria per la sopravvivenza, se si vogliono scoprire per tempo le intenzioni del predatore che ci sta puntando. Dawkins fa invece un parallelo con i comportamenti di altri animali (le falene attratte dalla luce, nel caso specifico) per spiegare il meccanismo, che sarebbe troppo lungo riferire qui, ma che è molto interessante, a proposito del funzionamento dell'evoluzione. In sostanza, dualismo e teleologia ci predisporrebbero alla religione, sia nel senso di credere in un'anima che abita il corpo "anziché esserne parte integrante", sia nel senso che se tutto ha uno scopo, allora deve esserci un Dio. "Senza dubbio – conclude questo capitolo Dawkins – la religione ha molti tratti che favoriscono la sopravvivenza sua e delle sue peculiarità, nel vivaio della cultura umana". Per progetto intelligente o per selezione naturale? Probabilmente per entrambi, risponde l'autore. Laddove il progetto intelligente appartiene però interamente ai capi religiosi e ai profeti, ossia a questa Terra, ossia all'organizzazione culturale della società umana.
Sarebbe interessante approfondire la questione soprattutto sotto il profilo della psicologia evolutiva, nonché degli studi più recenti di antropologia religiosa che utilizzano il cognitivismo, come nel caso del libro di Robert Hinde, Why Gods Persist [London, Routledge, 1999, pp. 304]. Non si tratta di un libro recente ma non è stato tradotto in italiano, nonostante sia un testo fondamentale al quale molti continuano ad attingere, Dawkins compreso. Soprattutto in relazione alla funzione, diciamo così, consolatoria della religione e all'incremento della fiducia e del controllo in presenza di situazioni difficili. In buona sostanza, la religione funzionerebbe come una sorta di training autogeno o di auto assicurazione. Questo naturalmente è solo un aspetto della questione, poiché ci troviamo qui in un vasto campo di studi di origine soprattutto anglosassone che rimettono in questione, da una più avanzata base di conoscenze e di nuove metodologie di indagine, un fenomeno a cui viene sottratta l'aura si sacralità e di mistero ultimo. Un'operazione che viene seguita con attenzione dai teologi, anche se lamentano la non novità di questi tentativi (si risale alla solita denuncia dell'illuminismo) e se accusano questi studi del solito riduzionismo che taglierebbe fuori l'esperienza religiosa più intima, negando anche il ruolo dei teologi stessi. Insomma, una specie di difesa corporativa della propria condizione lavorativa.
Segue poi, nel libro di Dawkins, una parte dedicata all'etica (perché siamo buoni?) che, come ho già detto, riprenderò nel prossimo percorso. L'autore affronta in particolare il tema dell'intolleranza con un confronto tra integralisti cristiani (quelli che Dawkins chiama i talebani americani) e quelli islamici, investendo temi quali l'aborto e l'eutanasia e ai metodi di azione e di propaganda seguiti dai primi. Degli islamici appare qui superfluo riparlare. Gli esempi dell'autore sono tutti tratti dalle cronache e dai movimenti americani, ma non per questo suscitano meno preoccupazione, visto il posto occupato dagli Stati Uniti nella geopolitica. Sono impressionanti le parole di Randall Terrry, fondatore di Operation Rescue, un'organizzazione assai nota arroccata attorno alla Christian Coalition, "impegnata a intimidire i medici che praticano l'aborto". Randall ha incitato così i militanti: "Voglio che vi lasciate sommergere da un'ondata di intolleranza. Voglio che vi lasciate sommergere da un'ondata di odio. Sì, l'odio giova... Il nostro obiettivo è una nazione cristiana. Abbiamo un dovere biblico: siamo chiamati da Dio a conquistare questo paese. Non vogliamo la par condicio. Non vogliamo il pluralismo. Il nostro obiettivo deve essere semplice. Dobbiamo essere una nazione cristiana edificata sulla legge di Dio, sui Dieci comandamenti. Non ci sono scuse". Dawkins commenta che l'ispirazione è di "creare quello che si può solo definire uno Stato fascista cristiano". Una sorta di progetto parallelo a quello che alcuni commentatori occidentali hanno definito come fascismo islamico, riferendosi confusamente agli integralisti. Su questo punto della definizione dell'estremismo religioso islamico sarà bene fare riferimento all'articolo di Timothy Garton Ash (la Repubblica del 22 novembre 2007), il quale contesta il termine di islamofascismo, molto usato soprattutto in ambito americano, e suggerisce la più corretta e pregnante definizione di estremisti o terroristi jihadisti.
Anche Dawkins, come Sam Harris, ritiene che la fede religiosa non possa essere rispettata, come dire, a prescindere. Come ad esempio nel caso dei terroristi dell'11 settembre, visto che "queste persone credono veramente in ciò in cui dicono di credere". E, come Harris, ritiene che il più largo e accogliente contenitore in cui può prosperare l'integralismo sia costituito proprio dalla fede moderata, che favorirebbe il fanatismo. Cosicché - osserva – "finché accetteremo il principio secondo il quale la fede religiosa va rispettata in quanto tale, sarà difficile negare rispetto alla fede di Osama bin Laden e dei terroristi suicidi".
Il saggio di Dawkins continua poi con un impressionante capitolo su Infanzia, abusi e fuga dalla religione. "Sono convinto – scrive tra l'altro – che non è esagerato parlare di abuso di minore quando insegnanti e preti spingono i bambini a credere per esempio che se non si confessa un peccato mortale si bruci all'inferno per l'eternità". Ma forse qui il lettore potrà più agevolmente fare ricorso alla propria memoria infantile, se ha ricevuto un'educazione religiosa. D'altra parte, ritorna qui il tema del multiculturalismo di cui ho parlato nell'ottavo percorso, commentando il libro di Amartya Sen sulla questione dell'identità. Secondo Dawkins non si possono esaltare gli "strani costumi religiosi delle varie etnie e giustificare le crudeltà commesse nel loro nome". Come le pratiche atroci e barbariche dell'infibulazione, dell'escissione del clitoride, ad esempio, che "metà delle brave persone liberali e perbene vorrebbe abolire, ma l'altra metà rispetta" perché si tratta di un'altra cultura e "ritiene che non si debba interferire se loro vogliono mutilare le loro bambine". Dawkins denuncia che si tratta di una pratica corrente in Inghilterra, sulla quale le autorità chiudono un occhio per evitare problemi con le comunità interessate. Ma, sul sito medici&salute, si denuncia che in Italia vi sarebbero tra le quattro e le cinquemila bambine che rischiano l'infibulazione.
Sarebbe davvero opportuno che nelle scuole, piuttosto che finanziare la segregazione culturale di quelle religiose o l'insegnamento di una religione in quelle pubbliche, si potesse insegnare la comparazione tra le religioni, con l'obbligo di informare che c'è una parte non piccola della popolazione mondiale che non è di nessuna religione. Non sarebbe un modo corretto di lasciare liberi i futuri cittadini di fare una scelta cosciente? Meglio ancora, visto lo stato disastroso della cultura scientifica esistente in Italia, causa non ultima del nostro declino, sarebbe bene riprendere la recente proposta di Umberto Veronesi e Piergiorgio Odifreddi che "al posto dell'ora di religione a scuola ci vorrebbe l'ora di pensiero scientifico". (la Repubblica del 29 novembre 2007).
Nell'ultimo capitolo Dawkins ritorna sul tema dello statuto della religione dal punto di vista neurobiologico e psicologico. "La religione – si chiede – colma forse una lacuna intrinseca" esistente nel nostro cervello? Nel passato si riteneva che la religione svolgesse quattro importanti funzioni: 1. spiegazione del mondo e dell'esistenza, oggi soppiantata dalla scienza; 2. esortazione come etica, messa seriamente in discussione dall'etica laica; 3. consolazione di fronte alle difficoltà della crescita e a quelle dell'età adulta; 4. ispirazione, come soddisfazione dell'emotività e della nostra esigenza di elevazione.
Ora, scrive l'autore, avendo trattato ampiamente i primi due punti nel corso del libro, non rimane che affrontare gli ultimi due. Il terzo punto rinvia subito al tema della formazione della coscienza. È frequente che i bambini si inventino un amico immaginario, un alter ego, una compagnia permanente, una voce interiore percepita come altro da sé. "Pur esistendo solo nell'immaginazione, un essere appare del tutto reale a un bambino, e gli dà un conforto e un consiglio reali" – scrive Dawkins, chiedendosi se la credenza negli dei ancestrali si sia evoluta da questa esperienza di sdoppiamento, di proiezione esterna della propria autocoscienza. E qui l'autore, con tutte le cautele del caso, cita un libro, che ha fatto molto discutere, di Jiulian Jaynes, uno psicologo americano che scrisse Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza [Milano, Adelphi, 1996, 2002, pp. 582], nel quale si ipotizza che prima del 1000 dell'Evo Antico "gli esseri umani non si rendessero conto che la seconda voce [...] proveniva dalla loro stessa mente, e credevano fosse quella di un dio. Il pregio dell'ipotesi di Jaynes è di affrontare il problema dell'emersione della coscienza dal punto di vista evolutivo, che comprenderebbe anche una spiegazione dei mutamenti della religiosità umana. In un articolo ora disponibile in italiano La coscienza e le voci della mente, Jaynes aveva anticipato la sua teoria. "Secondo dati raccolti sia da me che da altri ricercatori (Singer & Singer, 1984) almeno un terzo dei ragazzi moderni attraversa questa esperienza – scriveva Jaynes, a proposito dell'amico immaginario - che sembrerebbe implicare vere e proprie allucinazioni verbali. Nei rari casi in cui il compagno di giochi immaginario prosegue la sua esistenza oltre la fase infantile, esso cresce con il bambino e, nelle situazioni di stress, dà indicazioni sul da farsi. È inoltre possibile che proprio questa sia stata l'origine del dio personale nell'era bicamerale: un compagno immaginario che cresce con l'individuo, in una società le cui aspettative incoraggiano il bambino ad ascoltare voci, in età adulta come nell'infanzia". È necessario spiegare che l'era bicamerale era quella in cui non c'era ancora introspezione o coscienza della propria coscienza, per cui essa sembrava provenire da un'altra persona.
Dawkins si mostra piuttosto scettico in proposito, dando la preferenza all'ipotesi già illustrata della religione come "prodotto secondario psicologico". Però mi piacerebbe approfondire la questione anche alla luce delle funzioni dei neuroni-specchio esistenti nel nostro cervello, che sembrano rivestire un ruolo sempre più importante, man mano che la ricerca progredisce. Per esempio, a proposito delle visioni riportate in alcune situazioni di pre-morte, nelle quali i pazienti riferiscono di essersi visti abbandonare il proprio corpo e di guardare la scena dall'alto, cosa che viene di continuo citata come indizio dell'esistenza di un'anima o di un'individualità extracorporea che sarebbe dentro di noi, Vilayanur S. Ramachandran, uno dei neuroscienziati più accreditati, ha sostenuto in una conferenza tenutasi nello scorso mese di agosto che "di recente è stato dimostrato che se a un paziente cosciente viene stimolato il lobo parietale durante un'operazione neurochirurgia, si ha a volte un'esperienza di "fuori del corpo" - come se egli fosse un ente staccato che guarda il proprio corpo dal soffitto. Propongo che questo fenomeno sia interpretato come una disfunzione nel sistema dei neuroni specchio nello svincolo parieto-occipitale, causata dalla stimolazione dell'elettrodo". Peraltro, proprio Ramachandran nel 1997 annunciò di aver individuato nel lobo temporale del cervello la sede in cui si elaborano le esperienze mistiche (una specie di modulo di Dio). Il che, come ha subito chiarito lo scienziato, non ha nulla a che vedere con la dimostrazione dell'esistenza o meno di Dio: "Qualcuno può dire che l'uomo, unico nel creato, ha il privilegio di avere nella propria testa una macchina in grado di metterlo in contatto con il divino, ma altri potrebbero vederla in senso opposto: Dio è tutto nella testa di chi crede". Comunque, la chimica del cervello ci è in gran parte ancora ignota ma sarebbe bene che teologi e filosofi fossero un po' più prudenti, se non modesti, nelle loro apodittiche affermazioni e interpretazioni.
Tornando a Dawkins, l'autore passa poi in rassegna quelle che chiama le pretese consolatorie della religione e le contraddizioni che gli esseri umani vivono tra l' attesa di un ipotetico paradiso e il timore della morte.
L'ultimo argomento, quello dell'ispirazione, dipendendo "dal gusto e dal giudizio personale", obbliga Dawkins a ricorrere non alla logica ma alle metafore, che tuttavia, nella sua scrittura, si rivelano ancora una volta affascinanti. Come quando cita il biologo Lewis Wolpert (che ha posizioni diverse da Dawkins sul ruolo della religione) per dire "che la stranezza della scienza moderna [è] solo la punta dell'iceberg"; o parla del nostro mondo come di un Mondo Intermedio, cioè quel mondo che i nostri sensi sono in grado esplorare, "in cui gli oggetti importanti per la nostra sopravvivenza non [sono] né molto grandi né molto piccoli". E sul quale il nostro cervello, frutto anch'esso dell'evoluzione, lavora attraverso un modello, differente da quello in possesso di un animale volante o di un predatore o di un'ape che deve scegliere il fiore su cui posarsi. Insomma, senza gli strumenti forniti dalla scienza, noi concepiremmo il mondo solo attraverso la feritoia di un burka, e invece "la scienza spalanca la stretta finestra attraverso la quale siamo soliti contemplare lo spettro delle possibilità". La scienza, il resto è incontrollabile fantasia. Naturalmente la fantasia è importante e necessaria per la nostra sopravvivenza e anche per la nostra felicità; ma, per riprendere il discorso di Amleto:

"Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose
di quanto ne sogna la tua filosofia."

Esattamente, annota Dawkins, delle "più cose" di cui si sta occupando la scienza moderna, in primo luogo la fisica, con le sue ipotesi apparentemente assurde e controintuive, oggetto di una revisione e di un approfondimento continui e non di verità imprescrutabili, per cui "un evento chimico quasi impossibile come la nascita della vita può verificarsi ove si disponga di un numero sufficiente di anni planetari", per non parlare del fatto "che esiste uno spettro di universi possibili ciascuno con la sua serie di leggi e costanti, e che per necessità antropica noi ci troviamo in uno dei pochi posti ospitali".
A conclusione di questa parte dei percorsi, mi sembra che l'ipotesi di Daniel Dennett – di cui ho parlato nel primo percorso - che la religione vada studiata come fenomeno naturale, come un frutto del processo evolutivo, ne esca tutto sommato confermata. Al di là delle diverse interpretazioni ancora aperte sul suo significato e sui meccanismi neurobiologici che la determinano. Il che è importante anche per gli aspetti etici, e anche politici, che vedremo nel prossimo Labirinto.

(continua al Labirinto n. 15)

Torna in biblioteca
Torna all'indice dei labirinti