15. Labirinti di lettura
V. Il trono, l'altare (e al-minbar)"Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d'uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un'altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro".
Norberto Bobbio, AutobiografiaTredicesimo percorso – il partito di Dio
Ma come fare a costringere le società moderne a costituzionalizzare i fini ultimi amministrati esclusivamente dalla Chiesa? Cioè, a creare un surrogato moderno dell'antico stato della Chiesa che era, per l'appunto, uno stato nel cui DNA era inscritti i fini ultimi?
"Il problema della trasmissione della fede non è risolvibile soltanto all'interno della comunità cristiana, senza porsi il problema del divenire della società e della sua cultura, in particolare della cosiddetta cultura pubblica, e delle nostre capacità di orientare questo divenire. [...] Per essere in grado di orientare tutto il divenire socio-culturale è molto importante oggi la presenza nel mondo della comunicazione e rappresentazione: su questo versante abbiamo impegnato molte energie ma la strada da percorrere è ancora assai lunga." Con una delle numerose prolusioni dell'allora presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI) cardinale Camillo Ruini si apre l'analisi di quello che Marco Milano, definisce Il partito di Dio. La nuova galassia dei cattolici italiani [Torino, Einaudi, 2006, pp. 217].
Le parole di Ruini sono molto esplicite: i.) nell'ammettere che senza l'intervento attivo di quello che una volta veniva definito il braccio secolare la fede cattolica non può mantenersi; ii.) nell'affermare che occorre avere la capacità e la forza di orientare le scelte pubbliche del braccio secolare; iii. nel tracciare il programma della prepotente e asfissiante presenza di argomenti e di personale cattolico nei media pubblici e privati italiani. Un vero e proprio programma all'insegna della negazione della famosa distinzione date a Cesare quel che è di Cesare..., spesso strumentalmente rispolverata dalle gerarchie cattoliche, quando si tratta di marcare la differenza con altre confessioni. E non si tratta di un programma transitorio, legato a una presidenza pro-tempore, ma di un progetto integralista e neoclericale che continua in modo ancora più robusto nel papato attuale, poco incline, a differenza del precedente, a dedicarsi ai problemi ecumenici.
La nuova ondata, (forse si può parlare meglio di una controffensiva del cattolicesimo) ha caratteristiche diverse, apparentemente meno virulente e pericolose, da quella del cristianesimo americano e di altre ramificazioni cristiane. Qui mi concentro ovviamente sulla Chiesa cattolica e, in particolare, sul caso italiano. Non solo a causa di una più diretta conoscenza da parte mia, ma perché appare sempre più evidente che l'atteggiamento e le azioni della Chiesa in Italia hanno una peculiarità irripetibile altrove, almeno non con l'intensità che assumono nel nostro paese. Dove, altra peculiarità, il personale politico, con l'eccezione di forze minoritarie, si dimostra assai più recettivo e pronubo alle richieste ecclesiastiche che in altri paesi europei. La situazione italiana ha indotto il sociologo francese Alaine Touraine a parlare di una teocrazia a democrazia limitata, perché la Chiesa, come nel caso dei DICO, "si attribuisce dei poteri che non sarebbero mai permessi altrove". Il fatto è che la base strategica del cattolicesimo è qui in Italia, con la presenza del suo stato maggiore e come base logistica principale per la propria azione nel mondo. Un paese in cui si dà per scontata la continua intromissione cattolica nei più diversi ambiti di vita, dovuta alla grande diffusione e al radicamento popolare.
Non deve trarre in inganno che esista uno scarto molto ampio tra le statistiche ufficiali del cattolicesimo italiano (all'incirca il 90% si definisce cattolico) e la pratica e l'adesione effettiva alla religione (solo il 30% si può definire praticante, mentre il 17% va a messa una volta all'anno e il 9% una volta). Permane un uso diffuso delle cerimonie religiose in occasione di nascite matrimoni e morti (seppure in diminuzione, essendo in forte aumento le convivenze di fatto e il rifiuto del battesimo precoce), nonché una deriva inerziale che considera normale il predominio cattolico nei più svariati campi del costume e delle scelte che appartengono alla sfera individuale. Per riprendere un passaggio dell'ultima enciclica papale che tenta, tra l'altro, di tracciare la differenza nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo nel mondo antico, se "la religione di Stato romana si era sclerotizzata in semplice cerimoniale, che veniva eseguito scrupolosamente, ma ridotto ormai appunto solo ad una religione politica", nel caso italiano attuale la religione cattolica assume nella popolazione più che altro un valore di costume trasmesso, che ripete una tradizione sociale e culturale, senza possedere necessariamente contenuti specifici di credenza: un'usanza sociale, insomma. Mentre l'incontro tra le pretese ecclesiastiche è l'arrendevolezza del ceto politico alle richieste avanzate dalla gerarchia cattolica, che non deve più mediare la sua presenza politica attraverso un partito da lei riconosciuto come esclusivo o principale rappresentante dei cattolici, ci dicono che anche il cattolicesimo italiano ha assunto lo statuto che Benedetto XVI rimprovera alla declinante religione pagana, ossia quello di una religione politica. Di qui l'esistenza del partito di Dio, che non si identifica più, per l'appunto, in un solo partito cattolico ma taglia tutti gli schieramenti politici, compresa ormai l'estrema sinistra, e tende a definire un baricentro centrista verso il quale richiamare, nelle forme che solo l'evoluzione dei rapporti di forza e le dinamiche della politica potranno definire, tutto il centro sinistra. Il fatto e che quasi più nessuno si pone l'obbiettivo di una riforma culturale e morale degli italiani. Invece, il programma principale della religione politica, ridotto ai punti essenziali, si identifica con quelli che il papa ha definito principi non negoziabili: le questioni bioetiche, la famiglia e l'educazione. Su questi punti, qualsiasi forza politica voglia ottenere il favore (anche elettorale) del Vaticano e della maggioranza del presunto elettorato cattolico deve piegarsi all'impostazione delle gerarchie ecclesiastiche. Su questi punti (che però non sono poi i soli) l'autonomia dello stato laico è un ostacolo; per cui, per usare un eufemismo ormai invalso nel linguaggio politico para-modernizzante e fumogeno, lo stato laico dovrebbe essere aggiornato, dando spazio e riconoscimento pubblici (ulteriori) alla religione.
Ma la tecnica di intervento e di discussione negli affari pubblici da parte del cattolicesimo ufficiale è abnorme – come mette in evidenza Telmo Pievani nel suo articolo su Micromega (ne riparlerò più avanti) – perché quando qualcuno critica la Chiesa per il suo fare politica, cioè per il suo ingresso diretto nello spazio dei soggetti pubblici, subito i difensori cattolici e laici protestano, cercando di far passare la critica come un attacco alla fede; a qualcosa, cioè, che meriterebbe assoluto rispetto da parte di tutti, e perciò non assoggettabile a censura "in quanto esperienza spirituale, voce del silenzio" e quindi "incommensurabile, intangibile, insondabile". Traduzione: io posso intervenire su di te, ma tu non puoi dire nulla che io non accetti su di me. Capisco che questa modalità riflette in pratica lo schema gerarchico abituale del cattolicesimo, ma volerlo estendere a un consorzio civile mi sembra davvero troppo. Tanto più che in questa costellazione sociale sono presenti non solo altre confessioni e religioni, ma anche un discreto numero di persone che della religione proprio non ne vogliono sapere. A dir poco, questa pretesa dimostra un'inveterata idiosincrasia per le regole democratiche ed è semplicemente una piccola furbizia quella di pretendere che non si debba reagire e che si accusi chi lo fa di rozza aggressività. Per quanto mi riguarda, se la fede non si facesse politica (traduzione dell'eufemistico spazio pubblico), non avrei avuto ragioni per scrivere questi percorsi o, meglio, mi sarei fermato ai primi tre. E non è un caso che la bestia nera del Vaticano sia attualmente il Presidente del Consiglio spagnolo Zapatero, al quale viene rimproverato – osserva Damilano – di non riconoscere "alla Chiesa un potere di rappresentanza politica".
Tutto ciò, non è tuttavia niente di molto diverso, come ho già segnalato più volte, dal programma dell'integralismo islamico nella sua versione non armata. Del resto, ancora papa Ratzinger era stato assai esplicito nell'indicare il terreno dello scontro in corso nel suo manifesto elettorale, ovvero l'orazione pro eligendo pontefice, tenuta in San Pietro davanti ai vescovi prima di chiudersi in conclave nell'aprile del 2005. Il candidato, aveva sorpreso tutti, anche gli alfieri dello scontro di civiltà tra area cristiana e area islamica, dicendo che "la vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella tra diverse culture religiose [...] Se si arriverà a uno scontro delle culture non sarà per lo scontro delle grandi religioni – da sempre in lotta le une con le altre ma che, alla fine, hanno anche sempre saputo vivere le une con le altre – ma sarà per lo scontro tra questa radicale emancipazione dell'uomo e le grandi culture storiche". Dove, evidentemente, le grandi culture storiche sono quelle tradizionaliste di stampo religioso, mentre la radicale emancipazione dell'uomo è la sua libertà, la sua autonomia di giudizio e di scelta, ampliate da una progressiva espansione delle conoscenze generali, in particolare scientifiche. E, infatti, tutti gli interventi papali successivi si sono mossi nel solco di questo programma, fino all'emanazione dell'ultima enciclica Spe salvi, di cui parlerò tra poco.
Certo, l'avanzare dell'odiata secolarizzazione nelle società moderne, ossia l'abbandono della religione come criterio guida nelle scelte politiche, sociali e culturali, con la perdita di potere pubblico in senso ampio delle gerarchie religiose, all'insegna del declino del dominio del sacro, non induce più la Chiesa a tuffarsi nella modernità per capirla e per ricuperare una sua più intima spiritualità e uno spazio umano davvero comprensivo e solidale. Questo era il progetto di una parte della Chiesa dopo Pio XII e prima di papa Woityla, pur se portato avanti con molte esitazioni e contraddizioni. Da qualche decennio, invece, è stata messa in atto una strategia diversa, che in qualche modo si ricollega, sia pure con toni meno ruvidi, allo storico antimodernismo ecclesiastico dei due secoli precedenti. Magari il lettore potrebbe sobbarcarsi non so se la noia o la fatica di una lettura delle encicliche degli ultimi due secoli dedicate ai problemi delle società moderne e alla scienza, in particolare quelle di Pio IX, Leone XIII e di Pio X.
Questa nuova (o vecchia) strategia del Vaticano richiede un'impostazione combinata tra la direzione centrale, attraverso la messa in campo di tutte le armi disponibili - in modo da non lasciare dubbi a nessun cattolico e di restringerne l'autonomia di comportamento -, e l'appello alla minoranza dei praticanti a non desistere dal dare battaglia, a non arrendersi alla ineluttabilità di una società la cui democrazia contiene in nuce la laicità, perché, ha detto ancora il cardinale Ruini, il futuro è delle minoranze: "solo da loro può venire una vera spinta, un'animazione in senso cristiano della culture e della società. Sono le minoranze motivate che orientano il cammino delle maggioranze". Una vera e propria acquisizione della teoria delle avanguardie. È quella che Damilano definisce una strategia movimentista contro quella che Ruini e lo stesso Ratzinger hanno definito la cultura naturalista che mette a repentaglio le colonne portanti della nostra civiltà. Si chiude così in parte l'ellissi dei percorsi delineati in questa serie di Labirinti dedicati alla religione.
Il libro di Damilano continua con un intero capitolo dedicato al ventennio italiano del cardinale Ruini, una figura chiave per capire l'evoluzione del cattolicesimo ufficiale italiano e per comprendere che la sua non è stata una strategia locale, ma un disegno politico pienamente condiviso dalla curia vaticana nelle sue massime gerarchie, che ha trovato nel nuovo papa la sua più compiuta espressione. La nuova strategia messa progressivamente a punto – sottolinea l'autore – ha comportato a suo tempo il prezzo di una spaccatura del cattolicesimo secolare: "da un lato ci sono gli esponenti del cattolicesimo democratico, figli della tradizione montiniana e dossettiana. Dall'altro, gli esponenti di CL [Comunione e Liberazione] impegnati in politica", una spaccatura che sancisce la fine del partito unico dei cattolici - di cui Ruini non ha però responsabilità - e che apre la strada alla presenza diretta della Chiesa nello spazio politico, con il progetto culturale orientato in senso cristiano lanciato dallo stesso cardinale. Si approda così al concetto di Chiesa extraparlamentare, come la definì Sandro Magister, il vaticanista più volte citato nel corso di questi percorsi, "attenta a non farsi schiacciare su uno degli schieramenti in campo [...] pronta pragmaticamente a scegliersi di volta in volta l'interlocutore più utile ai suoi fini", il cui obbiettivo primario è di rimettere in moto "una macchina gigantesca, ricca ma spesso impotente". Una tattica che ha avuto un certo successo, inducendo gli attori politici a confrontarsi in ordine sparso sul terreno delle migliori concessioni alle richieste ecclesiastiche. Altro che la vecchia tattica politica dei due forni di andreottiana memoria! Qui i forni sono quasi tanti quanti sono i soggetti politici in campo, e ognuno di essi funziona secondo una pratica specifica. Il discorso sarebbe da articolare meglio, ma esulerebbe dall'economia di queste note. Lo riprenderò in altra circostanza.
Il capitolo del libro di Damilano sui cosiddetti funzionari di Cristo (il villaggio dei vescovi e dintorni) completa la rassegna per quanto riguarda le gerarchie ecclesiastiche italiane, per poi aprire gli scenari sulla cosiddetta armata bianca, quella vastissima e ramificata costellazione di associazioni, di movimenti, di congregazioni, di scuole che tocca tutte le sfere e le sfaccettature del vivere sociale, ivi compresa, ovviamente, la sfera economica. Tutti soggetti unificati o quasi sotto quella che potremmo definire la missione generale che la Chiesa si è data secondo le parole di monsignor Rino Fisichella, rettore della Lateranense: "la Verità supera in autorità ogni sistema politico e ogni singola coscienza di ogni singolo politico". Quando la Chiesa parla di difesa della società intermedia parla in primo luogo della difesa dei propri possedimenti sociali. Una vasta galassia che comprende neo-fondamentalisti, neo-crociati e tradzionalisti estremi, ormai non più isolati e tenuti in sospetto. Tanto che alcuni dei suoi esponenti hanno occupato posizioni di vero potere, magari persino nominati vice Presidenti del più importante ente di ricerca nazionale. Insomma, si parla di quella che l'autore definisce l'ala destra del partito di Dio.
Anche se non si tratta di un'analisi nuova, è pur sempre impressionante ripercorrere infine l'armata dei media (radio, giornali e Web, in cui i siti cattolici sono oltre diecimila) direttamente o indirettamente gestiti per sostenere la battaglia in corso. Per non parlare della produzione cinematografica influenzata e della presenza continua su tutte le reti televisive.
Non esiste alcun altro paese al mondo in cui una gran parte dei telegiornali sembra una succursale della sala stampa vaticana, tanto che l'abitudine all'apparizione continua di esponenti religiosi ha oscurato ormai il senso critico e delle proporzioni. È di nuovo il francese Alaine Touraine a dichiarare che "appare inaccettabile che i vertici dell'episcopato italiano, intervengano nella televisione pubblica,come se quella italiana fosse una società di tipo teocratico". Ma come se tutto ciò non bastasse gli attacchi alla stampa rimasta laica sono continui e tendono a scolpire nel cervello delle convinzioni comuni l'idea di un sistema "in mano a lobby economiche e culturali che hanno in testa un solo obbiettivo. Ridimensionare la Chiesa, le sue idee, la sua concezione di vita. Dare spazio a messaggi opposti a quelli trasmessi dalla verità cristiana." Se fosse vero, allora sarebbe lobby contro lobby, ma immagino che a questo punto per la lobby di matrice religiosa verrebbe immediatamente chiamata in ballo la sacralità e la missione superiore. Lobby? quale lobby? Qui parliamo di fede...
Naturalmente, Damilano non dimentica nemmeno di analizzare il ruolo dei cosiddetti atei devoti, in primo luogo dell'ex Presidente del Senato Pera, attualmente un po' messo da parte. Il libro prende ovviamente anche in considerazione la potenza economica della Chiesa italiana, sulla base degli intrecci (e degli scandali) bancari, degli enormi patrimoni mobiliari e immobiliari accumulati (è stato calcolato che, solo a Roma, gli immobili riconducibili al Vaticano siano pari a un terzo), dell'enorme flusso diretto e indiretto di denaro che affluisce dalle casse dello stato, del consistente apporto di attività commerciali contrabbandate come servizio alla religione, delle erogazioni liberali private. Il grandioso fiume di denaro pubblico e privato viene convogliato in due Fondazioni che, con scarso senso dell'umorismo, sono intestate a San Francesco d'Assisi e a Santa Caterina. Insomma, se alla formidabile disponibilità economica associamo la sua enorme influenza, la Chiesa italiana "appare una grande potenza, anzi, l'unico potere forte rimasto in circolazione. Mai come negli ultimi due anni le gerarchie ecclesiastiche sono state così temute e considerate. Blandite, corteggiate, sovraesposte nelle interviste e nelle apparizioni televisive. Consultate per la stesura delle leggi e per la composizione delle liste elettorali." Se la gerarchia ecclesiastica continua a lamentarsi che la religione è tenuta ancora troppo alla periferia della vita italiana, non rimane che pensare che il suo progetto totalitario sia quello di impadronirsi anche del comportamento e del cervello di tutti i cittadini. Anche di quelli recalcitranti
Non è un caso che, come ho già accennato in precedenti percorsi, l'attuale papa insista molto sul fatto che la scienza senza la religione è una minaccia per l'umanità e che, pertanto essa deve essere controllata. Tanto da aver dedicato uno spazio ben delineato, su questo problema, nell'ultima sua lettera enciclica, Spe salvi. Ovviamente, quando parla di controllo, Benedetto XVI non si riferisce alla società civile e alla sua laicità, ma al magistero ecclesiastico. Attraverso una società cristiana che comporta, di fatto e in via di diritto, uno Stato cristiano, il papa assegna a se stesso pro tempore e alla Chiesa in via istituzionale il compito di vigilare e di decidere cosa può essere indagato dalla scienza e cosa la scienza non può ricercare. Come ho già osservato, continua su un altro versante il vizio antico della gerarchia ecclesiastica, il cui paradigma simbolico fu la condanna di Galileo Galilei.
Tra le molte risposte all'enciclica apparse sulla stampa, scelgo come la più sintetica e tra le più efficaci, quella a firma di Pietro Greco, apparsa su l'Unità del 2 dicembre 2007 con il titolo Etica contro ragione: la sfida sbagliata di Papa Ratzinger. A meno di ventiquattro ore dalla sua pubblicazione, poi, l'enciclica ha trovato la sua prima applicazione concreta con l'attacco che sempre Benedetto XVI ha sferrato all'ONU e alle sue agenzie, accusati di relativismo perché, in sostanza, non si oppongono nei vari paesi assistiti all'aborto e ai metodi contraccettivi, come ha scritto Luigi Accattoli sul Corriere della sera del 2 dicembre 2007.
Ora, nell'articolo di Pietro Greco, appoggiandosi all'ottimo testo di Antonio Damasio, L'errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano [Milano, Adelphi, 1995, pp. 404], si contesta l'idea che l'etica venga prima della ragione. In sostanza, si mette in evidenza come ragione e elaborazione dei giudizi umani siano due funzioni coevolutesi nella storia umana e che non sia "quindi possibile separare la ragione dall'etica"; né sia dunque "possibile proporre una gerarchia di valori", per cui l'etica verrebbe prima della ragione. Quell'etica di cui la Chiesa si riterrebbe titolare esclusiva. Greco ricorda anche il testo del biologo Marc Hauser, che ho già citato in un precedente percorso, Menti morali. Le origini naturali del bene e del male [Milano, il Saggiatore, 2007, pp. 505], per cui lo sviluppo di una sfera etica nell'uomo non è il frutto della religione ma dell'evoluzione e rappresenterebbe perciò una funzione naturale dell'uomo, a meno che si non intenda regredire assegnando alla cultura un significato antitetico a quello di una naturalità primigenia, come per la verità molti ingenuamente fanno. Il che comporterebbe anche una in naturalità della religione, che però continua a protestare di essere la vera interprete della natura umana. Nell'enciclica si insiste nell'idea di redenzione (continuo a chiedermi: da cosa?) e sul fatto che la scienza non può redimere l'uomo. Una pretesa che la scienza, se laicamente intesa, non ha mai avuto e non ha e che non può servire, comunque, a rivendicare una fuoriuscita dell'umanità dall'essere dentro la Natura. Se poi ci si vuole riferire alle terribili vicende novecentesche, per sottolineare che la ragione lasciata a se stessa, senza una guida della Chiesa, per l'appunto, può produrre drammi immani, i pochi esempi già fatti nei precedenti percorsi sulla irrilevanza della religione (ma talvolta sulla sua complicità, si veda il caso del Ruanda) e, comunque, sulla partecipazione piena di credenti alle carneficine, fanno giustizia di una pretesa eticità religiosa, mai realizzata nella storia, anche quando l'egemonia della religione organizzata era assoluta.
Comunque, l'idea che Benedetto XVI ha della scienza è che essa, come ha sostenuto nel discorso tenuto a Ratisbona, "deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico". Naturalmente ciò significa che l'ipotesi Dio deve essere presente in tutta la sfera scientifica e che sbaglia qualora non lo presupponga (come ad esempio il darwinismo) e, se ciò avviene, allora non è vera scienza. E, infatti, non esita a chiederne (e talvolta a ottenerne) la limitazione, quando tocca aspetti che alla Chiesa stanno a cuore. Per fortuna il mondo è grande e vario, anche se Roma ora è più piccola, visto il cedimento del Campidoglio ai diktat religiosi in materia civile.
Si fa più stretto anche il sentiero che considera l'evoluzionismo come un dato di fatto: "Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l'uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l'universo; non le leggi della materia e dell'evoluzione sono l'ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l'inesorabile potere degli elementi materiali non è più l'ultima istanza; allora non siamo schiavi dell'universo e delle sue leggi, allora siamo liberi." In altra sede, Benedetto XVI ha tenuto a sottolineare che quella evoluzionistica è solo un'ipotesi, una teoria non dimostrata, dimostrando una scarsissima comprensione dei metodi e delle procedure scientifiche, e degli stessi risultati ottenuti in questo campo. Forse qualcuno dovrebbe richiamare la sua attenzione che – come sottolinea Francisco Ayala – il termine teoria, in campo scientifico – non significa un'ipotesi da provare e che potrebbe essere campata per aria. Dovrebbe essere noto che in campo scientifico anche una spiegazione ben definita e consolidata, viene chiamata teoria. L'uso scientifico del termine è ben diverso da quello invalso nella speculazione filosofica o nella chiacchiera corrente.
Per non parlare del fatto che viene riesumata una convinzione del padre della Chiesa Ambrogio, secondo il quale "la morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di natura [...] A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L'immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia". Dunque, i miliardi e miliardi di organismi viventi, in origine non sarebbero mai morti (oppure, se si vuole adottare un senso più ristretto, almeno gli uomini non sarebbero mai morti); ma, poi, in seguito a una faccenda descritta nella Bibbia, avrebbero cominciato a morire... Non c'è bisogno di commento, mi sembra.
Del resto, anche in questa enciclica si riproduce, a proposito della fede, il vecchio ragionamento circolare di Tommaso d'Aquino, per cui "la fede è la sostanza delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono". Per cui, in buona sostanza, anche se si crede in qualcosa di incredibile, il fatto stesso di crederci la rende vera. Credere nell'assurdo è la condizione della sua esistenza, come ripeteva un antico padre della Chiesa. Strano, poi, che da quella affermazione non si evinca la conseguenza più ovvia: che ciò in cui si crede è, per l'appunto, una creazione umana che non c'entra perciò nulla con supposte trascendenze. A questo argomentare circolare ne segue immediatamente un altro e cioè che "siccome io credo, questo credere ha un effetto non solo nella mia vita futura dopo la morte ma produce effetti già nella mia vita attuale; e poiché produce questi effetti, essa mi conferma nella fede". Con il che, qualsiasi giudizio umano è estromesso dalla possibilità di esaminare la questione.
È difficile immaginare un antirazionalismo maggiore di questo, nonostante si insista molto su un supposto nesso tra fede e ragione. In un contesto del genere, ragione diventa solo l'esercizio autosufficiente e incontrollabile di schemi di ragionamento il cui presupposto è praticamente il niente. La causa di questo corto circuito logico risiede nello sforzo estremo di associare la fede alla ragione. Si chiede nel testo: "La ragione del potere e del fare è già la ragione intera?". Si risponde ovviamente di no, ma non si aggiunge che c'è anche una ragione del conoscere; piuttosto si devia immediatamente verso il tema religioso, per accreditarlo come il mezzo per non naufragare. "Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male". La ragione del conoscere è troppo ingombrante (e pericolosa). Così ingombrante che Benedetto XVI attacca Francis Bacon come uno dei pensatori responsabili della sostituzione della fede con la scienza; quel Francis Bacon che, non a caso – osserva Ayala – "ebbe un ruolo importante e influente nel modellare la scienza moderna, con la sua critica sulle speculazioni metafisiche dei filosofi scolastici medievali". Stiamo parlando di un uomo, coetaneo di Galileo Galilei, vissuto tra il 1561 e il 1626.
A questo punto, per segnare ancora più chiaramente la differenza tra l'impostazione cattolica proveniente dalla sua massima espressione e un'etica laica per quanto riguarda la questione della conoscenza, forse è utile riproporre la lettura del Manifesto di bioetica laica del 1966. Gli anni trascorsi non lo hanno fatto invecchiare, ma le questioni della procreazione e della genetica sono andate nel frattempo assumendo una centralità crescente nel confronto con l'oscurantista e antiscientifica posizione ufficiale della Chiesa sugli embrioni. Per cui, nel novembre 2007 è uscito il Nuovo Manifesto di bioetica laica, che aggiorna i contenuti del precedente.
Penso in particolare ai tre principi di base del primo Manifesto:
"In primo luogo, diversamente da quanto fanno la gran parte delle etiche fondate su principi religiosi, la visione laica considera che il progresso della conoscenza sia esso stesso un valore etico fondamentale. L'amore della verità è uno dei tratti più profondamente umani, e non tollera che esistano autorità superiori che fissino dall'esterno quel che è lecito e quel che non è lecito conoscere.
In secondo luogo la visione laica vede l'uomo come parte della natura, non come opposto alla natura. Essendo parte della natura, egli può interagire con essa, conoscendola e modificandola nel rispetto degli equilibri e dei legami che lo uniscono alle altre specie viventi.
In terzo luogo, la visione laica vede nel progresso della conoscenza la fonte principale del progresso dell'umanità, perché è soprattutto dalla conoscenza che deriva la diminuzione della sofferenza umana. Ogni limitazione della ricerca scientifica imposta nel nome dei pregiudizi che questa potrebbe comportare per l'uomo equivale in realtà a perpetuare sofferenze che potrebbero essere evitate."
Ma penso che vada sottolineato anche uno dei principi contenuti nel Nuovo Manifesto, per cui "la bioetica laica è parte di un impegno per una società in cui, oltre allo sviluppo dell'accesso alla conoscenza (ed in particolare di quella scientifica) inteso come uno dei nuovi diritti di cittadinanza, cresca lo spettro dei modi di vita possibili e diminuiscano le sofferenze dovute all'imposizione di un certo tipo di atteggiamento di pensiero, piuttosto che di un altro, soprattutto per una società in cui nessuno possa imporre divieti ed obblighi in nome di un'autorità priva del consenso delle persone sulle quali pretende di esercitarsi".
Infine, c'è nell'enciclica di Benedetto XVI un ricupero forte dei meccanismi comunitari per cui la salvezza può realizzarsi per ogni singolo solo all'interno di un noi. Qui non discuto l'ispirazione antiegoistica delle affermazioni, che mi pare tendano in qualche modo ad opporsi a un individualismo sfrenato e irresponsabile, quanto il fatto che quel noi si riferisce testualmente al popolo di Dio, non a un'umanità universale che, in quanto tale, è soggetta a una condizione che prescinde da qualsiasi aggettivazione (di razza, di credenze, di sesso e così via.). Si applicano così a questa concezione del comunitarismo le osservazioni e le critiche fatte recensendo il libro di Amartya Sen.
Il tutto (la speranza) è legato al ritorno di una pedagogia della paura (il giudizio universale) con uno strano slittamento per quanto riguarda il tema del male nel mondo. Per l'enciclica "l'ateismo del XIX e del XX secolo è, secondo le sue radici e la sua finalità, un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale. Un mondo, nel quale esiste una tale misura di ingiustizia, di sofferenza degli innocenti e di cinismo del potere, non può essere l'opera di un Dio buono. Il Dio che avesse la responsabilità di un simile mondo, non sarebbe un Dio giusto e ancor meno un Dio buono. È in nome della morale che bisogna contestare questo Dio. Poiché non c'è un Dio che crea giustizia, sembra che l'uomo stesso ora sia chiamato a stabilire la giustizia". Sembrerebbe una mezza ammissione della inutilità della religione nello spiegare il male, sennonché, "se di fronte alla sofferenza di questo mondo la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l'umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera". E come dimostrazione di ciò Benedetto XVI denuncia che da una tale "premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia". Beh, certo, i mezzi tecnici a disposizione dell'umanità per trucidarsi non hanno precedenti nella storia, mentre i precedenti storici sulle crudeltà e sulle ingiustizie non è che abbiano visto la religione impedire un granché, quando non ne è stata la causa.
Come ha scritto Eugenio Scalfari, "Benedetto XVI ha voltato le spalle al Concilio Vaticano II". Ma si tratta di un orientamento preparato e coltivato da lungo tempo dall'allora cardinale Ratzinger, con assicurazioni e incontri tranquillizzanti con associazioni tradizionaliste, alle quali suggeriva di portare pazienza di fronte agli eccessi del Concilio e dei suoi predecessori perché la loro correzione avrebbe richiesto tempo. Ora, con il suo pontificato, il tempo è venuto. Anzi, è venuto il tempo di un papato preconciliare, di un ricongiungimento con quella tradizione antimodernista che sembrava superata con Giovanni XXIII e con il Concilio Vaticano II.
Cito ancora Scalfari per dire che "un Papa celebrato soprattutto per la sua finezza teologica" ha una "teologia, almeno per quanto riguarda il rapporto tra speranza-fede-certezza [che] è in realtà una tautologia". Ma questa tautologia serve esattamente a Benedetto XVI per rivendicare il primato della Chiesa nei confronti dell'etica, per pretendere un più ampio spazio pubblico di esercizio (fino a dove?, mi chiedo), per far prevalere l'idea comunitaria (presieduta dalla gerarchia ecclesiastica) nei confronti della coscienza individuale. Insomma, per rivendicare potere tornando agli argomenti ontologici di Anselmo d'Aosta, cioè a quel tipo di ragionamento circolare della teologia che giustifica se stessa partendo da se stessa e ritornando a se stessa, come ho già accennato nel parlare del creazionismo. Può darsi che si tratti di fine teologia, ma certo come logica lascia un po' a desiderare, tanto più che nell'enciclica c'è un attacco diretto a quei tentativi cattolici di acquisire integralmente l'evoluzionismo spostando il potere divino ad un atto originario che avrebbe messo in moto (o creato) l'universo, comprensivo dell'apparizione successiva dell'umanità: "di un Dio – dice il testo - che non costituisce una lontana "causa prima" del mondo, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: "Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me". Se c'è stata un'eccezione, non c'è motivo di credere che non ce ne siano continuamente. E torniamo qui alla questione dei miracoli e allo spianamento della strada (a questo punto, perché no?) che porta al dio che interviene continuamente nelle faccende umane come nel funzionamento dell'universo. Se c'è una cartina di tornasole per confermare le critiche mosse alla religione in questi percorsi, questa è data proprio dall'ultima enciclica: guardando la sua trama emerge la convinzione che la storia sarebbe accompagnata da una maledizione costante, ossia che la libertà dell'uomo e il male sono due facce della stessa medaglia.Torna in biblioteca
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