Recensioni e commenti di saggi
a cura di PierLuigi Albini
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Loretta Napoleoni - Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale
il Saggiatore
pagine 310
anno 2008Potremmo iniziare a parlare di questo importante libro da dove è terminata la recensione precedente, dicendo che la seconda marina mercantile del mondo, quella cinese appunto, pressata da una domanda interna in crescita esponenziale, trasgredisce alle regole di pesca internazionali – come la maggior parte delle altre – compiendo veri e propri atti di pirateria e di assoggettamento degli equipaggi a un regime di schiavitù. Tra non molto tempo, ai ritmi di prelievo attuali, i mari saranno deserti di pesce commestibile. Si tratta di veri e propri racket (tra Mediterraneo, Baltico, Atlantico e Pacifico) che coinvolgono la Triade cinese, la mafia russa e quelle siciliana e marsigliese. Per il Mediterraneo si tratta di un quadrilatero (Spagna, Francia, Italia, Libia) che ha il suo epicentro di smercio nelle Isole Canarie.
Il caso della pesca non è nemmeno il più scioccante in un libro che mostra in modo documentato come l'altra faccia oscura della globalizzazione, quella illegale, delle truffe, del contrabbando, della tratta e della riduzione in schiavitù degli esseri umani, dei traffici illeciti, delle speculazioni criminali, del riciclaggio di denaro sporco e persino della moderna pirateria sono legati per mille fili all'economia ufficiale. Anzi, ne rappresentano non solo l'altra faccia ma un elemento costituente e ormai perfettamente integrato nel sistema. Mentre parliamo di diritti della persona e di democrazia il mondo intorno a noi (anzi, con noi), sotto una coltre di belle parole, di concetti astratti e di complicità mediatica sembra essere in preda a un delirio criminale. Indifferenza, distrazione colpevole, disinformazione, quieto vivere, mondi immaginari appositamente costruiti e anche tacite convenienze di consumatori e spesso convenienti connivenze, formano come una barriera nebbiosa che impedisce una drammatica presa di coscienza sui prezzi che l'umanità (e i nostri posteri) sta pagando a causa di un modello di globalizzazione iniquo e criminogeno. Un mondo di colletti bianchi e di manovali dell'esecuzione (spesso prigionieri di meccanismi infernali) in cui sembra di essere tornati, sotto il trionfo di una pseudo-modernità e di un consumismo patinato, al peggiore immaginario medievale. Anche dal punto di vista di un'accresciuta e a questo punto intollerabile disparità dei redditi.
L'autrice sa bene di cosa parla. Consulente di governi sulle strategie e sui meccanismi del terrorismo, esperta di economia internazionale, collaboratrice di numerose forze dell'ordine, Napoleoni individua nel passaggio dallo Stato-nazione allo Stato-mercato il varco attraverso il quale l'anarchia dell'economia ha assoggettato la politica, spalancando anche le porte a vecchie e nuove criminalità. I politici, afferma l'autrice, sono perciò diventati inetti e ridotti a deviare l'attenzione dai veri problemi verso cause e iniziative immaginarie, in cui peraltro fanno più danni che altro, come nel caso del regime degli aiuti ai paesi poveri. Sembra così che l'equazione + mercato = + democrazia, che ha forse funzionato un po' per un certo periodo dell'ultimo dopoguerra, stia andando in frantumi. Un nuovo ordine mondiale è di là da venire e, probabilmente, abbiamo di fronte un lungo periodo di instabilità e di turbolenze internazionali, finché la mercatizzazione universale non sarà governata e regolata da un controllo internazionale. Purché non sia troppo tardi. Ma nel frattempo, miliardi di persone saranno passate attraverso il tritatutto di un'economia oscura e anarchica.
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Renata Pisu - Cina. Il drago rampante. Tra modernità e tradizione un paese alla ricerca di una nuova identità
Sperling&Kupfer
pagine 289
anno 2007"In Occidente le campane suonano a martello. Nessuno le ascolta. In Cina ululano le sirene d'allarme. Nessuno pare farvi caso". Ma il punto, secondo l'autrice è che "la Cina ci coinvolgerà tutti, più dell'Islam". Alla fine di un libro che è una riuscita corsa ad ostacoli rappresentati dalla difficoltà di comprendere una storia e una civiltà così diversa da quella occidentale e che l'autrice riesce a compiere grazie alla sua lunga frequentazione del paese e alla conoscenza della lingua, il quadro che il lettore si fa di questo vero e proprio continente è, a dire poco, problematico. Se nessuno in Occidente sa per davvero dove stiamo andando, la velocità con cui la Cina sta cambiando, senza anch'essa sapere se ci sarà qualche fermata o un capolinea, lascia aperte tutte le possibilità. Quella di una dissoluzione statale, quella di un'esplosione selvaggia della profonda Cina contadina, quella di una destabilizzazione internazionale, quella di un disastro ambientale e economico senza precedenti, oppure, come accade da millenni, quella di un riassorbimento delle sconvolgenti novità degli ultimi decenni nella Cina eterna e sempre uguale a se stessa. Credo poco a quest'ultima possibilità perché l'esauriente rassegna culturale, sociale, storica, politica e di costume di Renata Pisu, ci suggerisce che l'introduzione selvaggia del mercato e la crescita esponenziale dei consumi stanno già producendo effetti prima impensabili in tutto il mondo (si pensi al costo delle materie prime schizzate alle stelle, alle destabilizzazione dei mercati del lavoro occidentali, all'accumulo spaventoso del debito americano nelle riserve monetarie cinesi e così via). Ma stanno anche moltiplicando un fenomeno nuovo e pericoloso per la stessa democrazia: quello della scissione tra consumatore e cittadino, dove la qualità del secondo è sempre più depressa, svuotata di contenuti, e quella del primo sempre più esaltata e manipolata.
Il deragliamento della situazione cinese e internazionale potrebbe essere questione di poco. Quando pensiamo alla Cina siamo impressionati dalla sua improvvisa prosperità accompagnata da un'illusoria stabilità (anche per colpa dei taciturni e tacitati media) e, in effetti – come ci ricorda l'autrice – non c'è dubbio che tre o quattrocento milioni di cinesi o stanno bene o hanno reali speranze di migliorare la loro condizione. Già, ma sono solo circa un quarto della popolazione: gli altri tre quarti sono tagliati fuori, campano a stento e nelle campagne le condizioni sono tornate ad essere quelle di una condizione diseredata e spesso al limite della sopravvivenza. L'autrice definisce questa situazione come la prigione delle campagne. Per non parlare del fatto che negli anelli esterni delle stesse città in tumultuoso ammodernamento e crescita si accampano milioni di miserabili le cui condizioni economiche e sociali ricordano quelle della prima feroce industrializzazione occidentale. Dove porta questo sviluppo disuguale? E se il regime riuscisse a portare la maggior parte dei cinesi al livello di consumi medi occidentali, seguendo il suo modello di viluppo, le risorse della Terra non basterebbero. Questo per dire che forse siamo già arrivati al capolinea, in Occidente come in Oriente. Per dirne una, chi potrà fornire alla Cina i due o trecento milioni di tonnellate di cereali di cui avrà presumibilmente bisogno nel 2020? Nessuno, ci ricorda l'autrice, citando il rapporto dell'attendibile Worldwatch Institute. Ma il libro non va letto solo in questa chiave: esso rappresenta soprattutto un riuscito sforzo per introdurre gli occidentali nei meandri della diversa mentalità cinese e per tentare di superare gli stereotipi di cui siamo prigionieri. A cominciare dal fatto che negli appellativi cinesi il cognome viene prima del nome proprio e che, quindi, gli stessi giornalisti dovrebbero cominciare a capire che non possono citare personaggi cinesi chiamandoli familiarmente con l'equivalente di John o di Mario.
Questo, oltre ad essere scritto in una lingua veloce e precisa, è un libro da cui si può imparare molto.Altri commenti di PierLuigi Albini ->
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