Consiglio dell'autrice: prima di leggere dotatevi di una buona forza d'animo
Sono ormai ore che passeggio ai piedi di questo convento. E guardo quella finestra lontana, oltre il cancello sbarrato, spengersi e riaccendersi da quando il sole è tramontato.
Sento le voci vivaci delle novizie che chiacchierano e si rincorrono nel giardino dietro l'edificio, ma non riconosco la sua voce. I rumori si affievoliscono sempre di più man mano che la luce cala e si nasconde dall'altra parte del mondo; il vento scompiglia i miei capelli e punge sulle mie guance appena rasate, screpola e mi artiglia le mani. Ma io sopporto anche quello.
Mia madre non sa che oggi sono qui. Pensa che mi trovi n qualche locale a divertirmi con gli amici, dopo una mattinata di lavoro, a parlare di calcio e di belle donne, a bere alcolici e fumare, e confidarci gli ultimi sogni erotici sulle nostre vicine di casa e le ultime avventure condivise con persone lontane, estranee. Siamo tutti soli noi amici, non abbiamo nessuna che ci scaldi il cuore e ce lo tenga stretto tra le sue braccia per non farlo scappare. Tutti single, tranne Luigi. Lui, dopo una lunga storia di passione con Sabrina crede di essersene innamorato. E speriamo sia corrisposto, lo spero davvero.
Io invece sono qui, e le sigarette non servono più. E l'alcool è solo un cerotto che inumidisce il mio sangue coagulato.
Guardo la sua finestra che ora è accesa da qualche minuto. Alzò gli occhi al cielo guardando le rondini che migrano verso le terre calde, mentre una folata di vento mi riporta alla realtà. Mi penetra negli occhi e mi genera una lacrima salata, addolorata. Il naso si arrossa e cerco invano un fazzoletto nelle tasche. Allora mi domando cos'è che ancora mi trattiene qui, isolato su di una zolla di terra ed erba, lontano dalla gente, dalle loro altre vite, da un posto caldo in cui rintanarmi. E' la nostalgia che mi attanaglia. La coscienza di saperla lì, a pochi metri da me mi dona l'unica felicità che mi rimane nella vita. L'unica e l'ultima proprio quando un'ombra prende vita sulla luce della finestra e resta fissa a guardare qualcosa in lontananza.
Chissà, forse lei scruta un sogno lontano, o talmente recondito che risulta sfibrato, polverizzato, illuso e perduto nel sospiro dello scorrere delle lancette. Percepisco quel sospiro, lo stesso che invade il mio cuore. Un giorno io avevo una ragazza a cingermi il cuore e a pervaderlo di un calore insostituibile. Adesso lei non lo tiene più tra le sue braccia, ma le sue mani lo sospendono nel vuoto e a volte lo stringono talmente forte da farlo sanguinare, e premerlo quasi fino a spappolarlo. Anche se lei non lo sa, anche se lei non lo vorrebbe ogni volta che piange insieme a me.Mi accuccio ai piedi di un albero e mi stringo la testa tra le mani. La mia testa è pazza ma anche razionale, mi suggerisce di tornare a casa a mangiare e riposarmi e magari dimenticare questa storia maledetta, perché nata per errore.
Ma non posso. Il mio cervello recita una parodia che non riesco a sopportare, non lo sopportano neanche le mie lacrime. Il vento non c'è più ed io, uomo apparentemente sano ed energico, che potrebbe soddisfare il desiderio di tante altre ragazze al mondo, io mi trovo sotto un albero, steso sulle sue radici. E piango sottovoce, timido, come un bambino abbandonato. Piango dapprima mugolando, poi realizzo che nessuno può sentirmi, ed i mugolii diventano lamenti. E' una malinconica tortura, un supplizio che assume forma nella mia gola. E mi duole e mi lacera la carne se non esce. Esce ma non va via, mai più per sempre.
Perché il vuoto non ha fondo. La vita trascorre sgranellandosi nella realtà più inutile che ci sia, ed io resto solo col mio rimpianto. «Mi manchi».
Nella solitudine più fredda e sconfinata.Marta era il suo nome. Non mi rassegno a perderla. Ci siamo trovati in un caldo pomeriggio di primavera, lei frequentava la mia stessa università e mai mi confidò del suo vero amore. Mai, almeno fin quando non capii che scorreva già nelle mie vene.
Il suo sorriso gentile, il suo umorismo, i suoi occhi vivi ed innamorati sotto il sole e la luna e le stelle, la sua intelligenza, il suo profumo, le sue labbra calde e morbide, la sua pelle liscia. Neanche il suo modo infinitamente tenero di rendere il suo corpo a me tradiva il suo amore eterno. L'amore per Dio. Per lei io ero una creatura inviata da Dio sulla terra per renderla felice, e donarle tutti i bambini che sarebbero venuti.Ma io non ne vidi neanche uno di figlio. Ero una sorta di angelo caduto in terra per lei, me lo disse mille volte. Ma allora perché ha lasciato andare via il suo dono? Perché utilizzarlo così -brutta bambina viziata- per poi abbandonarlo per sempre? Avrebbe dovuto riflettere di più... Che avesse saputo sin dall'inizio la decisione che avrebbe poi intrapreso?
Prima di salutarmi mi disse: «Si ama solo una volta nella vita». Ed io ora le rispondo dentro di me: «Si è vero, ma l'amore non si spreca in questo modo».
No, non posso crederla capace di un simile inganno. Il suo amore per me è stato più forte di lei, anche se per poco tempo. E' stata sincera, mi ha amato ingenuamente, senza mescolare nient' altro tra noi. Solo noi. Marta è umana, ha sbagliato.
No, non la credo capace di ingannare, soprattutto quando ogni sera la vedo sulla finestra del convento avvolta dal suo amore, dalla mia incessante presenza, coi suoi occhi che scrutano l'orizzonte in cerca di me. La vedo racchiusa nella sua tristezza che le spezza il respiro e che lo spezza anche a me.
Allora io mi rifugio nel posto in cui non può vedermi. Mi stringo la testa e piango tra i singhiozzi.
Le lacrime bastano per tutti e due.Sono trascorsi otto mesi da quel giorno. Per altri due mesi mi ero recato ai piedi di quel convento, senza mai ottenere nulla se non la sua immagine nera e lontana sotto le nuvole rosse del crepuscolo.
Allora capii che era davvero finita. Marta non era mai scomparsa da quella finestra, non aveva mai messo il naso fuori da quel convento, non mi aveva raggiunto sul mio pezzo di terra tanto caro e ricoperto di baci e detto che mi amava più di ogni altra cosa, più di Dio.
Marta stava diventando ogni giorno sempre più del suo Signore. L'unica cosa che mi sollevava era sapere che Lui non fosse un uomo.
Lui me l'ha presa perché la ama, ma ama anche me e credo nel suo disegno. Non volli scoraggiarmi, Lui riserva qualcosa di bello anche per me.
Passai l'intero inverno ad attenderla con gli occhi lucidi e le mani graffiate dal freddo nelle tasche del giubbotto. Gli amici mi cercavano, ma io li ignoravo. Mia madre mi implorava di smetterla di rovinarmi in quel modo e di smetterla col mio sciopero della fame e di smetterla di andare su e giù per la stanza di notte anziché dormire.
Veniva di tanto in tanto a casa mia quello che avrebbe dovuto diventare mio suocero, e mi dava notizie di Marta perché l'andava a trovare puntualmente, ogni settimana. Allora mi sentivo sempre uno sciocco e mi chiedevo come mai non mi fosse passato in testa di entrare in quel convento per vederla.
Il padre di Marta mi esprimeva spesso il suo dispiacere per la situazione in cui mi trovavo, ma io odiavo suscitare compassione in qualcuno. Diceva che avevo il viso pallido e scarno e mi consigliava di dimenticarla, per carità con tutta la delicatezza possibile, perché tra pochi mesi lei sarebbe diventata suora.
Un giorno in cui sembrava che la primavera fosse imminente decisi di farmi coraggio e di vederla per l'ultima volta. Avevo raggiunto l'albero che per tanto tempo era stato l'unico testimone delle mie sofferenze, ed avevo sostato all'ombra della sua chioma smeraldo ad ammirare il ritorno delle rondini. Il cielo azzurro punteggiato di nero incorniciava quell'ultimo sguardo. Il convento. Sembrava che tutti i vecchi dolori si fossero assopiti. Mi restavano soltanto gli occhi lucidi per l'agitazione e la dolce consapevolezza di un addio. Sapevo che dopo averla vista per l'ultima volta il mio cuore si sarebbe calmato, pronto a non tornare più indietro.
Mi ero avvicinato al cancello quando dovetti arrestarmi. Mi ero illuso e adesso odiavo più che mai la mia rassegnazione. Ero pronto a salutarla per sempre, ma al dovere di non amarla più, no, a quello non mi sarei mai rassegnato. E amarla per sempre significava star male per sempre. Non volevo piegarmi alla rassegnazione. Un tempo, quando eravamo stati felici insieme non conoscevo quella parola. Il nostro amore mi dava la forza per non abbattermi mai. Se adesso sentivo di dovermi accontentare significava che non ero pronto per essere felice.
La rassegnazione è il dolore e la debolezza di un uomo.
Con grande sacrificio recuperai la stima di me stesso e cominciai ad amarmi come non avevo fatto fino a quel momento. Per troppo tempo avevo vissuto in Marta, mentre di me non era rimasto più nulla.
Raccolsi tutte le mie forze per tornare sotto l'albero. Avrei dovuto iniziare a costruire la mia felicità, come ogni essere umano sa fare, e per riuscirci dovevo cancellare dalla memoria il viso di Marta.Ieri è stato il mio compleanno. Mia madre, mio padre e mio fratello mi hanno preparato una festa a sorpresa. C'era anche Paola, la ragazza che ho conosciuto al mare qualche settimana fa.
Il tempo era splendido e l'aria ancora calda nonostante l'autunno fosse alle porte, per questo ci eravamo spostati tutti nel giardino. Ed eravamo proprio tutti. Io, i miei amici, la mia famiglia, qualche vecchio compagno di superiori e Paola. Erano mesi che non mi sentivo così circondato dall'affetto.Fino a ieri non avevo ancora riconosciuto la solitudine.
Il primo pomeriggio era trascorso veloce e piacevole. Mi ero riempito lo stomaco di una grande varietà di cibi. Paola mi era stata sempre vicina e spesso l'avevo presa in disparte per darle un lungo bacio. Quante volte avevamo sentito la tentazione di lasciare lì tutti gli invitati e di salire in camera mia a condividere la nostra passione per la prima volta. Paola non era ancora stata mia, attendevo di amarla sul serio perché potesse finalmente accadere, e sentivo che la distanza non sarebbe stata molta.
Avvertii una strana e sprovveduta malinconia quando Luigi venne da me, teneva stretta la sua donna per mano e mi disse che ad aprile si sarebbe sposato.
Deglutii involontariamente tentando di mandar giù un nodo in gola. Non seppi perché, ma la notizia mi rendeva felice e al tempo mi turbava.
Stentai un sorriso facendo loro gli auguri più sinceri. E non incrociai mai lo sguardo di Paola, per tutta la durata di quei minuti.
Improvvisamente mia madre era venuta da noi con un'espressione preoccupata. Ed io conoscevo bene quel suo volto, era stato sempre portatore di cattive notizie.
Alle sue spalle avevo scorto mio fratello accompagnato da una ragazza. Questa portava un lungo abito nero nonostante la calura estiva, ed il viso era coperto da un largo cappello di paglia.
Sostarono proprio di fronte a me e Paola, mentre mio fratello Luca guardava apprensivo mia madre che gli stava accanto. La ragazza aveva un crocifisso appeso al collo ed io trasalii prima di vederla bene in viso. Il viso di Marta.
Mi salutò e mi sorrise dolcemente, ed io avvertii che la sua dolcezza non faceva più parte di questo mondo, ma proveniva dal suo cuore pervaso da un immenso amore per l'umanità. E in quello sciocco e distratto attimo capii e mi domandai perché non le era bastato amare soltanto me.
In pochi minuti mi scusai con Paola ed i miei parenti congedandomi temporaneamente da loro.
Siamo stati soli per un po' di tempo ieri pomeriggio. Paola era stata comprensiva e si era messa da parte; sapeva di Marta e non la temeva affatto, sicura che lei avrebbe tenuto fede alla sua decisione.
L'accompagnai dentro casa, nel mio salotto e la feci accomodare su di una poltrona. Lei si era tolta il cappello e fatto cadere i capelli neri sulle spalle. Per un attimo mi parve una visione, e mi chiesi sconvolto se fosse vera la sua presenza lì, a pochi passi da me. L'avevo desiderata per tanto tempo, avevo agognato anche solo un istante della sua pelle sotto le mie dita, ed ora che avevo ripreso in mano la mia vita lei stava tornando ad impossessarsene.
Decisi di calmare la mia agitazione. In fondo si trattava solo di una semplice visita e un augurio di buon compleanno, ma quell'idea mi faceva rabbrividire.
Il sentimento mi divorò e fu troppo tardi quando mi accorsi che Marta non l'avevo mai dimenticata. Come uno stupido sperai che fosse venuta da me per non andarsene più, ma lei alzò gli occhi verso i miei e vi riconobbi l'amore di un tempo, mentre mi diceva: «Domani sarà il momento. Prenderò i voti». Avvertii una fitta allo stomaco, poi un intenso freddo invadermi il corpo, ma feci di tutto per non darglielo a vedere. Marta era tornata per un solo attimo da me, era tornata soltanto per riaprirmi le ferite e lacerare ancora la mia carne.
«Perché sei venuta qui a dirmelo?» le avevo chiesto allora con rabbia.
Lei si era alzata e venuta contro di me. Aveva menzionato il mio compleanno ed un ultimo saluto, lo stesso al quale io ero riuscito a rinunciare con tanto sudore. «Ho chiesto di te a mio padre». Mi aveva poi guardato con una strana luce negli occhi, era meravigliosa. «Mi ha detto che non stavi tanto bene». Io assentii con distacco. Un pensiero mi turbava: con quale diritto lei andava e veniva dalla mia vita strappandomi ogni volta una parte di me? Se la portava via lontano, senza restituirmela più.
«Non sopportavo l'idea che stessi male per me» mi fece con voce rotta.
Le sue guance stavano prendendo colore e gli occhi si riempivano di lacrime. Mi pose una mano sul viso. «Massimiliano». Fu un'estasi udire il mio nome dalle sue labbra. Un trionfo incomparabile. «Io ci ho pensato per mesi, ti ho guardato ogni sera dalla mia stanza finché non sei scomparso...» «L'ho fatto solo per non soffrire più» mi affrettai a chiarirle.
«Lo so, lo so. E la cosa mi ha sollevato, ma io ho fatto la mia scelta, anche se il desiderio di rivederti prima di domani è stato più forte di ogni mia volontà».
L'avevo guardata un istante prima di stringerla forte a me. La sua consistenza così tenera premeva tra le mie braccia e l'odore che emanava la sua pelle calda mi fece venire voglia di piangere. Piangere per un triste rimpianto, per l'impossibilità di gettarla sul divano e di avvolgerla col mio corpo e di farla mia, anche se per l'ultima volta nella vita. La baciai gentilmente sulle labbra e mi sentii mancare. Ma stavolta fu lei a prendermi e a poggiare la mia testa sulla sua spalla, ad accarezzarmi la nuca, mentre avvertivo il tremore nella sua mano. Sorrisi accorgendomi che stavolta l'umanità non aveva nulla a che fare con noi due, Marta stava amando soltanto me nel migliore e peggiore momento della nostra storia.
«Ti amo Marta» le dissi piangendo.
«Anch'io, amore mio» rispose lei. Nella sua voce intuii una forza d'animo che io non ero mai riuscito a raggiungere.
Mi chiese perdono per il dolore che mi aveva procurato ed andò via pochi minuti dopo.
Ero solo nel salotto di casa mia. Era accaduto tutto così rapidamente che per poco non dubitai che fosse stato reale. Ma avevo ancora il suo tepore ed il suo profumo impressi sul mio volto ed il cuore gonfio di nostalgia. Marta mi manca già e mi mancherà per l'intera vita. Il nostro amore è stato vissuto, anche se per poco, nel modo più straordinario che io avessi mai potuto realizzare.
Uscendo nel giardino ieri pomeriggio ho pensato che Marta si era portata via con sé la mia parte più dolorante, ma anche la migliore.
A chi donarla se non a lei.
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