Aspettando la sposa

A Giorgio Fidelesi piacevano i luoghi silenziosi e solenni. Le biblioteche, i musei, le chiese gli davano una rassicurante sensazione di dignità.
La chiesa che stava guardando adesso, per esempio, circondata dal verde di un borghetto e situata sopra una base candida alta diversi metri, gli piaceva da morire. Gli piaceva la parete frontale con due scalinate separate e opposte, che portavano ad un piccolo spiazzo di raccolta, di fronte all'ingresso della chiesa; gli piaceva affacciarsi da quello spiazzo, al di sopra dell'ampio giardino sottostante; gli piaceva ascoltare il cinguettìo degli uccellini e il fruscìo di sottofondo delle foglie smosse e delle auto di passaggio oltre la cinta di protezione.
Le mura coperte di rampicanti separavano il borghetto dalla volgarità della strada comunale; il venticello del pomeriggio attenuava il fastidio del colletto stretto della sua camicia da sposo.
Che spettacolo di armonia e di bellezza della natura! Valeva la pena di stare al mondo, quando lo spirito poteva ritemprarsi in questi rifugi costruiti in nome della dignità dell'uomo.
Giorgio inspirò, pronto all'avvicinarsi del momento più importante della sua vita. Si girò verso il portone aperto della chiesa e si avviò con animo leggero e pieno di fiducia.
Soltanto sotto l'ombra del portale antico, il piede destro dentro l'edificio fresco e consacrato, avvertì le note della musica moderna, ritmata, rock.

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Il suo matrimonio. Il suo santo, serio e degno matrimonio.
Si potrebbe dire che aveva atteso questo evento da una vita: ben prima di conoscere la stessa sposa. Fin da quando era bambino e lo portavano a vedere i matrimoni di zii, parenti alla lontana e amici di famiglia vari.
Dal basso della sua statura di bambino, era un'esperienza quasi magica visitare quei luoghi da gigante. Mentre attraversare i lunghissimi corridoi al centro di ogni chiesa e osservava le navate irraggiungibili e intarsiate, provava a misurare a mente gli enormi spazi vuoti e le colonne prodigiose, sentendo un senso di piacevole vertigine e timore.
Niente però era paragonabile all'arrivo della sposa, circondata dall'attenzione generale: entrava in ogni chiesa emergendo dalla luce esterna, bianca di grazia e soffice di passi silenziosi. Sebbene Giorgio fosse soltanto un bimbino ignaro, pur tuttavia già contemplava la bianca sposa con un sorriso esagerato. Nell'intimo più riservato del suo cuore e dei suoi sensi, pensava a quanto doveva essere meraviglioso, dormire accanto a quel batuffolo di pelle morbida e di stoffa profumata.

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«Si può sapere che cosa state combinando?», chiese col tono di voce più basso e pieno di rimprovero che gli riuscì di manifestare.
«Bello, eh? Sono gli U2, album "The joshua three". Pensa che figurone che faresti, con una musica così!»
Giorgio guardò suo fratello Luca con controllata disapprovazione. «Lo so benissimo cos'è. Ma ti ricordo che siamo in chiesa, per la precisione la chiesa del mio matrimonio, e non mi pare che fosse questa la musica che avevo scelto per la cerimonia.»
«Mamma mia... Stai tranquillo. Stavamo solo facendo delle prove», osservò Luca. «Ho messo gli U2 per vedere come funziona l'acustica. Tanto non è ancora arrivato nessuno.»
Un tipo con gli occhialetti tondi e i capelli un po' troppo spettinati, amico di Luca e anche lui musicista, annuì.
Giorgio si guardò intorno e intercettò lo sguardo sospettoso del custode, sacrestano o che cos'altro era. Stava pulendo in terra con la scopa, sul lato destro dell'altare, mentre il fioraio stava sistemando un telo di stoffa sopra la terza fila dei sedili, dando le spalle a tutti loro.
«Non siamo soli», scandì con calma Giorgio. «E ricorda sempre che ci troviamo in una chiesa.»
«Come sei vecchio», rimarcò il fratello scuotendo la testa con compassione, ma Giorgio non gli diede retta e aggiunse: «Fai le tue prove con la musica che ho scelto io, per piacere, e tanto per la cronaca una canzone che si intitola "Whit or without you" , non mi sembra di grande augurio.»
Luca sbuffò, scosse la mano in segno di disapprovazione, però impugnò il violino che tanto affascinava Giorgio, mentre l'amico con gli occhialetti tondi si affrettò a soffiare dentro un flauto dolce con aria molto attenta e professionale. L'ultimo musicista, il più importante, la "voce" del terzetto, dal viso tondo e liscio e dall'aspetto anonimo e curato, si limitò a spostare il peso del suo corpo da un piede all'altro, con lo sguardo del tutto privo d'espressione.
«Dio», pensò con vivida preoccupazione il promesso sposo, «è nelle mani di questi indifferenti, tutto il romanticismo del mio matrimonio?»
Rispose alla sua domanda l'attacco morbido del flauto dolce e del violino, e poi, con molta calma, la voce piena di sentimento e amore continuò.
«Una furtiiiva lagrimaaa,
negli occhi suooo-i spuntò...
Quelle festooo-se giooo-vaniii,
invi-idiaa-ar sembrò.
Che più cercaaaa-ndo io vo,
che più cercando io vooo,
m'aaama, si, m'aaama-a lo veeedo,
lo veee-e-do!»
Che dire: forse più s'invecchia e più si diventa sensibili e sentimentali. Comunque, per tutto il tempo in cui le note si sparsero nell'aria chiusa che li circondava, Giorgio avvertì un familiare brivido di commozione nella schiena. Un formicolìo di nervi sottopelle e di estasi, un desiderio di pianto e baci di passione che sparì di colpo quando Luca domandò: «Soddisfatto, adesso, fratellino?», con il sorriso del potere stampato sul volto giovanile.
Il suonatore di clarinetto lo guardò con aria speranzosa; il cantante dei sublimi versi aveva invece un'espressione vuota.
«Si, va molto meglio», ammise Giorgio, impressionato e deluso allo stesso tempo; quindi si voltò per andare a parlare con il fioraio, che ormai stava arredando anche la sesta fila.

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«Buongiorno. Lei è il signor Di Salvo, vero?», chiese Giorgio, porgendo la mano destra per salutare. «Ci siamo visti due settimane fa.»
«Buongiorno, signor Graziani.» Il fioraio ricambiò la stretta con un sorriso carico di simpatia. «Ho sentito la musica che ha scelto. "Una furtiva lagrima" di Donizetti, un brano molto bello.»
«Si, molto. A me piace molto, almeno, anche se mio fratello dice che ci vorrebbe roba più giovanile.»
«Non gli dia retta, signor Graziani. Questa musica è ancora il massimo, per far venire i brividi nella schiena.»
«Si, la penso così anch'io. Ma siamo rimasti in pochi», concordò lo sposo, colpito dalla coincidenza dell'osservazione con le sue sensazioni di poco prima. «Vedo che ha già sistemato un sacco di teli.»
«Si. Ho quasi finito.» Il fioraio indicò le prime file dei sedili. «Sono ventuno teli coprisedili in tutto, come avevamo concordato.»
«Bene. E poi, cosa è rimasto da fare?»
Il fioraio indicò vari punti della chiesa, che aveva già arredato. «La guida è sistemata, i fiori anche. Mi manca solo il tappeto sull'altare, le quattro sedie per i testimoni e i due pouf per lei e per la sposa.» Il signor Di Salvo sorrise. «Auguri.»
Auguri? Già, auguri per il matrimonio. «Grazie. La ringrazio», disse Giorgio. Strinse la mano al signor Di Salvo sorridendo automaticamente, e un po' in imbarazzo aggiunse: «Vado un momento fuori.»
Giorgio si allontanò con passo lesto, chiedendosi perché dovesse sentirsi imbarazzato con tale facilità. Non c'era motivo o meglio non c'era motivo in genere, eppure gli capitava in continuazione.
Si mordicchiò l'interno delle labbra in modo impercettibile, recuperando un passo controllato. In questo caso, ecco, qualche motivo c'era.
In primo luogo il fatto di essere lo sposo, e come tale con il diritto conclamato di essere nervoso per tradizione. In secondo luogo la faccenda spinosa di Dustin Hoffman... che faceva irruzione urlando come un pazzo, rovinando il suo matrimonio e la sua vita.

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Lo vedeva molto chiaramente, con quei ridicoli capelli a caschetto da adolescente, mentre agitava una gigantesca croce a mo' di alabarda. Del tutto incongruo, del tutto inopportuno. Del tutto assurdo ed improbabile, per quanto lo riguardava, eppure un fantasma persistente, ad onta di ogni valutazione razionale. Il fantasma di un film del '67.
Per l'esattezza si trattava del film "Il Laureato", che fece la fortuna di Dustin Hoffman, dell'Alfa Romeo Duetto e dei cantanti Simon & Garfunkel, ma non di Giorgio Fidelesi.
Nel film il protagonista, Benjamin, è un giovane laureato che non sa che cosa fare nel futuro; così succede che viene adescato dalla signora Robinson, che invece lo sa molto bene. Lei ha il doppio degli anni del ragazzo e il doppio di senso pratico e cinismo; per questo quando lui conosce una coetanea dolce e timida se ne innamora subito, ricambiato.
L'inconveniente è che la ragazza è Elaine, la figlia della signora Robinson, e che quest'ultima la prende molto male. Pur di tenere la sua figliola lontana dall'amante, rivela tutto a tutti e Benjamin perde la ragazza e anche la stima generale.
È un grosso guaio, ma il giovanotto non demorde e insiste. Quando viene a sapere che Elaine si sposerà con un altro uomo, salta sulla sua Duetto e corre per impedire il matrimonio, arrivando però dopo che lei ha già detto "sì".
La reazione di Benjamin è quella di ribellarsi, urlando e battendo i pugni sopra una vetrata per la frustrazione. Poiché c'è parecchia gente che è venuta pensando di assistere soltanto a una cerimonia, i genitori della sposa e il giovane marito si arrabbiano moltissimo, in modo così evidente che Elaine ne ha improvvisamente orrore.
"Ben!", grida la sposa già pentita, e a Benjamin non serve altro per agire: decide di farsi largo con la forza e nella foga atterra il padre della sposa e dà una testata in pancia anche allo sposo.
È qui che, in una sequenza mitica, sfrutta una grossa croce in legno per tenere tutti quanti a bada; usando poi la stessa croce come un paletto, blocca le porte della chiesa alle sue spalle.
Il film finisce con Benjamin ed Elaine che riescono a salire al volo sopra una corriera di passaggio: lei col vestito candido da sposa e lui con gli abiti in cattivo stato.
Mentre in quei tempi ormai lontani le orecchiabili canzoni di Simon & Garfunkel finivano di deliziare gli spettatori in sala, contenti per la coppia in salvo, soltanto Giorgio - lui soltanto - si era immedesimato nei due mariti bistrattati.
Potenza del cinema e di un'abile regia: per mezzo film il protagonista aveva fornicato con la moglie di un amico di famiglia e per l'altra metà si era buttato sulla figlia più giovane e carina, eppure tutto il pubblico lo aveva approvato senza esitazioni, ignorando il fatto che era piombato in una chiesa urlando - cavolo! - e che aveva strappato la ragazza ad un poveraccio, per di più roteando una santa croce.
Un'ingiustizia, secondo Giorgio, visto che alla fine del film il protagonista non sembrava nemmeno soddisfatto: il suo sorriso si spegneva inesorabilmente, lasciando il dubbio che si fosse stancato già. Una violenza, quell'irruzione nell'attimo più sereno di una cerimonia, che aveva gettato un'ombra di minaccia su qualsiasi futuro matrimonio.
Per questo Dustin Hoffman gli era diventato odioso, e il suo sospetto che in quell'attore piccolo e nasuto ci fosse qualcosa di marcio e pericoloso si era rafforzato guardando altri film come "Cane di paglia", "Lenny" e "Billy Bathgate".
A tutto ciò pensava Giorgio, come altre volte prima, affacciato alla balconata della chiesa. La cosa nuova è che stavolta si trattava del suo, di matrimonio; e che la sposa aveva avuto un precedente amore molto travolgente, di cui sapeva ancora troppo poco.

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«A cosa stai pensando? Ti vedo preoccupato.»
«Uh? Oh, a niente d'importante.» Giorgio tirò un'ultima boccata dalla Marlboro e spense la sigaretta sulla pietra rugosa del davanzale.
«Ti è venuta strizza, eh? Ti stai rendendo conto, sì, che stai per dire addio alla tua libertà?» Luca lo guardò con aria seria, ma solo per due secondi; poi gli venne da ridere e gli diede una gran manata sulle spalle. «Tranquillizzati, che poteva andare molto peggio. Ti ricordi Serena, sì, che palle che era? Anche abbastanza bruttarella, senza i suoi tacchi a spillo e il reggiseno rinforzato... Almeno Liliana ha un sedere rotondo come un mandolino», a Luca venne da ridere di nuovo, «e questa ti assicuro che è una buona qualità!»
«La prima osservazione intelligente che ti sento dire da almeno un paio d'anni», osservò Giorgio. «Chissà, forse a forza di frequentarmi stai imparando finalmente qualche cosa.
Ti vedi ancora con quella tipa con gli airbag davanti?»
Luca fece una smorfia disgustata. «Vanessa? No, è roba vecchia, ormai. E poi con quel nome e con quel davanzale esagerato, Cristo santo, rischiavo di passare per un pappone!»
«Oh! Fai attenzione col frasario. Ricorda sempre che siamo a due passi da una chiesa.»
«A due passi, ma fuori. Che avresti una sigaretta anche per me?»
Giorgio ci pensò sopra per un momento. A dire il vero "pensava sopra" a tutto quello che faceva. «Tieni, ti do il pacchetto intero», disse, «così non rischio di puzzare troppo di fumo.»
«Io lo trovo eccitante, l'odore del fumo.»
«Perché ce ne hai il cervello pieno. Ormai non lo senti neanche più.»
Luca prese il pacchetto delle sigarette e ne accese una con molto calma, come faceva Giorgio quando gli veniva voglia di fumare. Ecco: un po' in questi gesti senza fretta, sembrava meno differente da suo fratello.
«E con la faccenda del "laureato" come va?»
Giorgio si irrigidì, seccato di dover parlare della sua fissazione. «Bene, benone. Era soltanto un film di trent'anni fa, a rivederlo oggi sarebbe ridicolo. Certe cose succedono soltanto nei vecchi film.»
Luca sbuffò con aria di saggezza. «Beh, mica tanto, poi. Mi hanno raccontato delle storie, i fotografi che abbiamo preso, che sono più incredibili del tuo vecchio film. A un matrimonio dove lo sposo era un testimone di Geova, per esempio...»
Giorgiò tagliò corto. «Non lo voglio sapere.»
«Ma aspetta, senti: è una storia davvero spassosa.»
«Sarà spassosa quanto vuoi, ma non la voglio sapere. Piuttosto, hai notizie di Davide e la mamma?»
«No. Che notizie devo avere?»
Giorgio si spazientì. «Hanno telefonato? Sono per strada? Hanno trovato traffico e hanno capito dov'è la chiesa?»
«A me non hanno telefonato. Vuol dire che va tutto bene, no? Altrimenti si sarebbero fatti vivi. Lo sai com'è fatta la mamma: se c'erano problemi ci avrebbe bombardato di telefonate.»
«So anche com'è fatto Davide. Quello non telefona neanche se gli spari.»
Luca alzò le spalle, con assoluta indifferenza. «Embè? Deve guidare la macchina: lascia che pensi a quello. Tanto vedrai che qui ci arriva di sicuro.»
Giorgio alzò le spalle, scettico. «Sarà.»

**

La prima macchina degli invitati, una Ford Mondeo SW, entrò nel cortile della chiesa, seguita a ruota da una Renault Scenic.
«È arrivato zio Renato e anche zio Giovanni, credo», disse Giorgio, sollevato dal fatto che cominciasse ad arrivare qualcuno.
Luca sorrise e buttò la sigaretta in terra. «Vedrai che la prima cosa che dice zio Renato sarà: "Auguri e figli maschi!"»
«Già.»
Le quattro porte della Mondeo si aprirono quasi contemporaneamente, e zio Renato, zia Clara e i figli Giacomo e Filippo scesero rumorosamente dalla vettura.
«Fa caldo», si lamentò zia Clara, per prima cosa.
«Ma no, è solo perché stavamo con l'aria condizionata», la rassicurò zio Renato. Poi sollevò gli occhi a guardare suo nipote Giorgio, e sventolando il braccio destro gridò: «Auguri allo sposo e figli maschi!», ridendo pieno di buonumore.
«Che ti avevo detto?», gongolò Luca.
«Ciao, zio», si limitò a dire Giorgio, cercando di alzare il minimo possibile la voce.
Dalla Scenic scese invece con calma zio Giovanni, con la sua nuova compagna, Caterina. Zia Teresa ormai si era trasferita a Viterbo e non stava per niente bene.
«Non credo che verrà a vedere le mie nozze», pensò con un filo di tristezza Giorgio; incontrare la troppo giovane compagna dell'ex marito, non avrebbe certo giovato alla sua salute.
Zio Giovanni si limitò a salutarlo con la mano e Giorgio fece altrettanto, mentre i passeggeri delle due macchine si scambiavano baci ed abbracci di circostanza.
«Quanti anni avrà meno di zio Giovanni, Caterina?», chiese Luca.
«Troppi», rispose Giorgio, senza esitazioni.
Il fratello valutò la donna con attenzione. «Secondo me, una ventina buona.»
«Appunto. Troppi», ribadì con un certo astio Giorgio, al quale quella donna non piaceva.
Luca lo guardò con aria schifata. «Ma sei proprio antico, sai?»
«Ne riparleremo quando ti sposerai una rumena minorenne, finirai in prigione e lei si consolerà con uno stallone slavo molto più giovane di te.»
«Come fai a sapere che frequento una rumena minorenne?», chiese con tono preoccupato Luca, ma quando Giorgio lo guardò perplesso aggiunse: «Sto scherzando», sorridendo con irritante soddisfazione.

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«Tanti auguri, Giorgio. Mamma mia come stai bene!», disse zia Clara, abbracciandolo e baciandolo su entrambe le guance ben sbarbate.
«Profumi come il negozio di parrucchiere dove va tua zia», lo prese in giro zio Renato, dopo averlo avvolto con le braccia lunghe e ossute e averlo strizzato con energia. «Però mi piace. Dovresti vedere che belle sciampiste, che ci sono!»
«Renato! Giorgio si deve sposare fra molto poco», lo rimproverò zia Clara.
«E allora? Per adesso è ancora scapolo, e poi gli occhi gli rimarranno anche da sposato, mica se li dovrà tappare!»
«Che razza di discorsi. Tu non gli dare retta, signorino!»
«Certamente. Stai tranquilla, zia.»
Lo salutarono anche i suoi cugini Giacomo e Filippo. Nonostante i capelli corti e i modi misurati, a Giorgio davano l'impressione di due freddi esattori della malavita, pronti a romperti le ginocchia se non eri in regola con i pagamenti.
«Tanti auguri, Giorgio», disse per primo Giacomo, mentre Filippo aspetta il suo turno con le braccia distese lungo i fianchi.
«Tanti auguri, Giorgio», disse per secondo Filippo, con il sorriso che in un film di mafia sottintendeva una condanna a morte.
E venne il turno anche di suo zio Giovanni.
«Beh, giovanotto, è arrivata l'ora.»
«Già.»
Lo zio Giovanni aveva il volto già abbronzato e i capelli accuratamente pettinati all'indietro. Portava un completo blu dal taglio sportiveggiante, e una cravatta con i pallini rossi come il triangolo del fazzoletto che gli sporgeva dal taschino.
Strinse la mano dello sposo con la destra e mentre la stringeva aggiunse sopra anche la sinistra, preso da una un'improvvisa commozione. «Allora cerca di fare meglio del sottoscritto, eh? Comportati bene. Tanti auguri.»
Giorgio non si aspettava tanto. Cercò di ricambiare con tutto l'affetto che poteva. «Grazie zio.»
«Auguri, Giorgio», disse semplicemente Caterina, dandogli un bacetto di circostanza profumato sopra la guancia più vicina. Il suo vestito da frequentatrice di salotti bene, stretto nei punti giusti e scollato quanto era necessario, le calzava il corpo come un guanto, facendola sembrare una vedova pronti a rifarsi una nuova vita, con la migliore offerta sul mercato.
Cominciava ad arrivare altra gente. Nel giardino del borghetto entrarono un'Opel Astra, una Fiat Punto e una Lancia Dedra.
«Che ore sono?», chiese Giorgio al fratello, anche se aveva un orologio d'oro.
«Le cinque e trentacinque», rispose Luca.
Mancavano ancora venticinque minuti.
«Tu hai fatto le prove, va tutto bene con la musica, gli strumenti...»
Luca annuì tranquillo. «Tutto a posto.»
Bene. È tutto sotto controllo, si ripeté mentalmente Giorgio. Un'occhiata agli addobbi, però, non ci stava male. «Vado a vedere se il fioraio ha finito», comunicò al fratello. «Senti, come vedi arrivare Davide... vienimi a chiamare, prima che entrino in chiesa.»
Luca sorrise in modo affabile. «Va bene. Io sono qui, se ti serve qualche cosa.»

**

Dentro la chiesa, zio Renato e zio Giovanni si erano già seduti nelle panche sul lato destro, mentre il signor Di Salvo non si vedeva più. Le sedie degli sposi e dei testimoni comunque sembravano sistemate e di fronte all'altare era stato disteso un tappeto aggiuntivo di decoro.
Mancava solo il prete, ma gli avevano spiegato che di solito arrivava cinque minuti prima della cerimonia. Giorgio guardò il suo orologio d'oro: ossia tra un quarto d'ora.
«Signor Graziani...»
Giorgio si girò aspettandosi di vedere il prete.
«Ha visto gli addobbi? C'è qualcosa che non la convince?»
Era il fioraio, che vedendolo vicino alle sedie degli sposi si era preoccupato.
«No, mi sembra che vada tutto benissimo. Lei ha sistemato ogni cosa, vero?»
«Si, signor Graziani. Ho preparato tutto come stabilito, non si preoccupi. Vada tranquillamente a salutare la gente che sta arrivando.»
La parte della chiesa dedicata al pubblico, effettivamente si stava riempiendo di persone.
Il signor Di Salvo guardava Giorgio sorridendo.
«Si vede molto che sono nervoso?», chiese lo sposo, ed il fioraio allargò ancora di più il suo sorriso. «Abbastanza. Ma doveva vedere me, al mio matrimonio!»
Anche Giorgio sorrise, rinfrancato, mentre i primi amici più intraprendenti si stavano avvicinando per salutare.
«Ciao, Giorgio. Tanti auguri», disse Pierluigi, porgendogli una mano. Michele invece fu più espansivo: non si accontentò di stringergli la mano, ma volle abbracciarlo e stringerlo con forza.
«Tanti, tanti, tanti auguri. Per te e Liliana», disse con gli occhi che luccicavano in modo preoccupante.
«Grazie, Michele», ringraziò Giorgio sentendosi immediatamente meno nervoso. Il fatto che l'amico fosse così agitato, in qualche modo aveva ridimensionato la sua apprensione.
Poteva fronteggiare le affettuosità di tutti quanti, ora. E in dieci minuti un sacco di gente gli fece gli auguri e lo salutò.
*

**

«Giorgio, è arrivato Davide con la mamma», lo avvertì come d'accordo Luca, mentre stava chiacchierando amabilmente con una coppia di amici di Liliana.
Giorgio allungò istintivamente il collo in alto, per vedere le loro teste tra gli invitati. «Dove sono? Non sono ancora entrati, no?»
«Sono arrivati adesso con la macchina. Ti conviene uscire subito, se vuoi entrare dentro insieme alla mamma.»
Giorgio annuì. «Si, giusto. Andiamo.»
Il protocollo del matrimonio classico prevedeva che lo sposo entrasse qualche minuto prima dell'inizio della cerimonia, accompagnato dalla madre alla sua sinistra. Non che fosse una cosa indispensabile, ma se si riusciva a farlo, beh, tanto meglio.
Giorgio si affacciò di nuovo alla balconata. Dalla Ford Fiesta verde metallizzato di suo fratello Davide, pulita e lucida come se fosse nuova, era scesa solo sua madre; Davide stava ancora sistemando il parasole in tinta con la carrozzeria, in modo da proteggere il meglio possibile dal sole forte e caldo il cruscotto e l'abitacolo della vettura.
Giorgio scese i sedici gradini della scalinata per andargli incontro, insieme a Luca. Stavano salendo anche degli altri invitati, che lo sposo salutò con rapide e cordiali strette di mano.
«Giorgio!»
La voce di sua madre aveva dentro, come avveniva spesso, tutte le potenzialità dell'emozione umana, dalla rabbia alla contentezza, dalla protesta alla più completa approvazione.
Giorgio si limitò a dire: «Mamma...», aspettando che fosse più chiaro cosa rischiava.
«Come stai bene, con questo vestito!»
«Grazie, mamma.»
«Però la cravatta non mi piace. È piccola piccola, sembra che ti manca qualche cosa. Non era meglio una cravatta lunga, come quella che porta tuo fratello?»
«È un cravattino, mamma. I cravattini si portano tutti così.»
La madre l'osservò per niente convinta. «E poi ti sei tagliato i capelli troppo corti. Ti fanno un viso piccolino.»
La voce di Davide portò un po' di tregua alle critiche sul suo aspetto. «Ciao Giorgio. Tanti auguri.»
«Grazie, Davide.»
I due fratelli si abbracciarono quasi con cautela.
«Come è andato, il viaggio? Tutto bene?», s'informo lo sposo.
«Si, abbastanza bene. Non abbiamo trovato un traffico esagerato.»
«Mi sento le ossa rotte», si lamentò la loro madre. «Non si arrivava mai. Secondo me abbiamo fatto un'altra strada. Non mi ricordo che ci voleva tanto, per arrivare a Roma!»
«Abbiamo fatto la strada che facciamo sempre, mamma. Ci mettiamo sempre un'ora e tre quarti, per arrivare», precisò Davide, facendo un grave errore.
«Non era la stessa strada. A una certo punto ho visto dei palazzi grandi che non avevo visto mai.» L'anziana donna si prese un attimo di pausa, per preparare meglio la sua arringa. «E poi c'era una salita che non finiva mai, a un certo punto. Noi una salita così non l'abbiamo fatta mai!»
Davide si risentì immediatamente. «Quale salita lunga? Di quale salita lunga parli?»
Anche la donna si risentì. «Quando abbiamo superato quei palazzi dei mobili. Dove vendono i mobili che costano di meno.»
Giorgio tentò di dargli un taglio. «Dai, mamma, non è importante. L'importante è che siete arrivati qui.»
«Ho fatto la strada che facciamo sempre», ribadì comunque Davide, già incupito in viso.
Luca, che finora era rimasto zitto, disse: «Ciao mamma, ciao fratellino», abbracciando prima la madre e poi il fratello, che si affrettò a portare via sottobraccio.
«Non si può dire niente. È sempre nervoso.» Si lamentò la signora anziana, passando dalla stizza al dispiacere.
«Va be', mamma, dai. Adesso pensiamo al mio matrimonio, no?»
Sua madre lo guardò con occhi improvvisamente lacrimosi.
«Se ci fosse stato anche tuo padre... Ti sei deciso così tardi, figlio mio!»
«Papà è morto da più di dieci anni, mamma.»
«Eh, e se tu ti sposavi prima, forse tuo padre nemmeno moriva.»
Giorgio pensò con rassegnazione: «Andiamo bene...»
*

**

Luca e Davide, che avevano il passo più veloce, entrarono per primi, con gli ultimi invitati. Giorgio e sua madre entrarono per ultimi assoluti, lei stretta al suo braccio come una damigella, come la tradizione richiedeva.
Giorgio attraversò il corridoio centrale della chiesa con animo diverso da quand'era ragazzino. La volta non gli sembrava così distante, ora, né gli sembravano così sconfinati gli spazi circostanti. E tutta quella gente che l'osservava, non gli ispirava alcuna sicurezza. Il passo di sua madre era troppo corto, e lui si sentiva fuori tempo.
Fu un vero sollievo liberarsi dalla stretta della madre, raggiunto il primo banco sulla destra, e salire l'altare con i testimoni.
Un sollievo piuttosto breve: mancava qualche cosa.
«Il prete non è arrivato ancora», gli sussurrò suo fratello Luca.
Giorgio guardò l'aiutante del sacerdote, bianco vestito.
«E l'aiutante cosa dice?»
Luca alzò le spalle, in segno d'impotenza. «Ha detto che sarà in ritardo per qualche contrattempo. Forse ha trovato traffico. Adesso arriva.»
Giorgio guardò l'orologio d'oro. «Sono le sei e trentuno.»
Luca annuì. «Ha detto anche che bisogna fermare la sposa, se dovesse arrivare prima.»
Giorgio guardò l'aitante del sacerdote, che annuì per confermare.
«Che vuol dire, fermarla?», chiese lo sposo, sentendo crescere l'allarme.
«Se il prete non c'è, la sposa non può entrare. Non può arrivare fino all'altare e non trovare nulla: bisogna fermarla prima.»
L'allarme salì alle stelle. «E tu che stai a fare, qui? Sono le sei e trentadue, potrebbe arrivare da un momento all'altro!» La voce di Giorgio si fece improvvisamente dura. «Vai fuori a bloccarla.»
Luca si fece più vicino. «Ci ho già mandato qualcuno, non ti preoccupare.»
Giorgio si sentì un pochino meglio, ma soltanto un poco.
«Chi ci hai mandato?»
«Maurizio e Aniceto.»
Giorgio aggrottò la fronte, perplesso.
«Il flauto dolce e il cantante», chiarì Luca.
La fronte di Giorgio restò aggrottata. «Aniceto?»
Luca annuì, impassibile. «La voce. Ha un nome greco, vuol dire "invincibile".»
Giorgio non riusciva a distendere la fronte. «Invincibile?»
Luca annuì più volte, in segno di approvazione. «È un nome che porta bene.»
L'altro testimone, il fratello di Liliana, Enrico, avvicinò la testa quasi calva alla loro. «Non si può telefonare, a questo prete?»
«Io il numero non ce l'ho», ammise Giorgio, sentendosi in difetto. In realtà non si era portato dietro neanche il telefonino.
Luca fece cenno col capo in direzione dell'assistente del sacerdote. «Mi sa che ce l'ha il suo aiutante. Adesso glielo chiedo.»
Stavolta fu Giorgio ad annuire. Non osava guardare l'orologio, per non lasciare trasparire alla massa degli invitati la sua preoccupazione.
La testa del fratello di Liliana si avvicinò di nuovo. «Che situazione, strana, eh? Ma adesso arriverà, questo prete. Sono già le sei e quarantadue...»
Giorgio stava cercando di sorridere, con il sorriso noncurante di chi non ha problemi gravi. Però non poteva vedersi dal di fuori e aveva la netta sensazione di una paresi in atto, intorno agli angoli della bocca e all'interno della mascella, ma non poteva far altro che continuare a stendere le labbra.
Ciò di cui si rendeva bene conto, invece, è che un sacco di teste erano girate in direzione dell'ingresso della chiesa, in attesa di una sposa che non arrivava ancora.
«È tradizione che la sposa si faccia attendere», si ripeté più volte Giorgio, per rassicurarsi almeno un po'; ma quell'attesa quanto poteva durare ancora? Lui aveva l'impressione che la gente si agitasse già.
«Tuo fratello ha in mano il telefonino», lo informò puntualmente Enrico, mentre Luca stava componendo un numero sul cellulare e faceva segno che andava tutto bene.
Con l'apparecchio appoggiato all'orecchio destro, il fratello di Giorgio si stava allontanando di qualche passo, evidentemente per parlare con più discrezione.
«Adesso sapremo che succede», sentenziò Enrico con tono di condanna. Aveva il modo di fare di un impresario delle pompe funebri, e come tante altre volte Giorgio si stupì di quanto fosse diverso da Liliana.
In molti, adesso, aspettavano l'esito della telefonata che stava facendo Luca. Avevano intuito che fosse determinante, ma siccome dava le spalle a tutti, nessuno era in grado di capire se stesse andando bene oppure male.
Dal portone aperto della chiesa, camminando sul fianco destro della chiesa e bene attento a non incrociare lo sguardo con nessuno, intanto si stava avvicinando il flauto dolce.

**

Luca scostò il cellulare dall'orecchio e tornò accanto a Giorgio ed Enrico, le labbra strette in segno di insoddisfazione.
«Niente da fare. Il cellulare squilla a vuoto.»
Giorgio si rabbuiò. «Squilla a vuoto? Cioè funziona ma non risponde?»
«Esattamente. La linea prende, ma lui non mi risponde.»
«Strano. Gli sarà successo qualche cosa», osservò Enrico.
Nella sua testa di sposo in pericolo e molto nervoso, Giorgio immaginò la spider rossa di Dustin Hoffman che investiva in pieno e lasciava disteso sull'asfalto un prete vestito di nero e con il colletto bianco. A poca distanza dalla mano, il cellulare suonava a vuoto.
L'amico di Luca con gli occhialetti tondi e i capelli un po' troppo spettinati - il flauto dolce, appunto - scelse quel momento per arrivare fino a loro. «Come va? Ci sono notizie?», chiese con un tono di voce chiaro e moderato, ma forse un filino troppo svagato.
Giorgio lo guardò con un odio che non meritava. «Niente. Il prete è sparito», disse. Sarebbe sparito volentieri pure lui.
«Ah. Perché Liliana è un po' preoccupata», spiegò il musicista, per essere sicuro che fossero informati.
Giorgio fece un gran respiro e recuperò la calma. «Se è per questo siamo abbastanza preoccupati anche noi.»
«E adesso che si fa?», chiese Enrico, sollevando in modo esagerato le sopracciglia.
Anche zio Renato e un paio di parenti di Liliana si stavano avvicinando al loro gruppetto, in cerca di spiegazioni.
Capitolo 1. Giorgio fece un altro gran respiro e raddrizzò le spalle. «Niente. Avvertiamo tutti che c'è un problema, poi si vedrà.»

Capitolo 2. Capitolo 3.

- In cerca del prete
Aveva conosciuto Liliana a casa di amici, una serata in cui si festeggiava il compleanno di un collega, amico di Giorgio di vecchia data.
Una serata come tante, ma quella ragazza che non conosceva, Liliana appunto, aveva cominciato a chiacchierare e a scherzare con la familiarità e la naturalezza di chi ti conosce da una vita.
«Mi sono trasferita sull'Ostiense da sei mesi, ma non ho ancora fatto amicizia con nessuno», si era lamentata lei, ben presto, e «Beh, io non sto lontano. Abito in via Marco Polo», aveva fatto notare lui.
Così era scattato il loro primo appuntamento, quindi il secondo e il terzo. Al quarto appuntamento Giorgio, che non era tipo da decisioni rapide, aveva dichiarato i suoi sentimenti. Lei aveva sorriso, comprensiva, e aveva accettato i baci e le attenzioni.
Però c'era stato un uomo, prima, che lei aveva amato con intensità. Un uomo che era sparito di punto in bianco, e di cui Liliana non parlava mai.
Quello che Giorgio conosceva, lo aveva appreso da altre fonti, ossia dagli amici che Giorgio e Liliana avevano in comune.
«Era un bel tipo, un tipo simpatico», aveva detto di lui Michele. «Sai, uno di quelli che con le battute fanno un sacco ridere le ragazze.»
«A me non stava tanto a genio», aveva confessato invece Pierluigi. «Era un fighetto, e per i miei gusti ogni tanto prendeva troppo in giro le persone.»
Secondo Anna Maria, che aveva condiviso casa con Liliana per un anno, il tipo, Bruno, era intrigante e molto intelligente, con uno sguardo intenso che ti leggeva nei pensieri.
«Era uno stronzo», tagliò corto da parte sua Giovanna, facendo capire che si era comportato veramente male. Secondo alcuni il suo giudizio però era piuttosto inattendibile, perché anche lei aveva avuto un debole non ricambiato, per quello stronzo simpatico e intrigante, che prendeva un po' troppo in giro le persone.
Comunque sia, aveva lasciato il segno. Il fatto stesso che Liliana non volesse mai parlarne, faceva temere a Giorgio che non l'avesse dimenticato.
«È stata una storia molto intensa», si era lasciata sfuggire Anna Maria, un'altra volta che, con noncuranza, Giorgio aveva portato la conversazione sul passato. «Poi un giorno Liliana e Bruno hanno litigato, e lui è sparito dalla circolazione e non ne abbiamo sentito parlare più.»
Sparito da un momento all'altro, rifletté Giorgio; di colpo, pam, così. Il che voleva dire che poteva tornare altrettanto all'improvviso; come e quando avrebbe deciso lui.
Lo stronzo simpatico e intrigante inoltre si chiamava Bruno, con la "B" iniziale, come il Benjamin del film "Il laureato". Coincidenza neanche tanto impressionante, se la vogliamo dire tutta: se si fosse chiamato Beniamino, invece di Bruno, allora magari sì, sarebbe stata una bella combinazione. Purtroppo però Giorgio aveva le sue ossessioni poco ragionevoli, e a volte anche il nome di Liliana suonava male alle sue orecchie, perché gli sembrava che somigliasse troppo a Elaine.

**

«Come sarebbe a dire che il prete non arriva?» La mamma dello sposo squadrò l'aiutante del sacerdote con aggressività e disapprovazione. «Le pare bello comportarsi in questo modo? Ma che si fa così?»
L'aiutante del sacerdote allargò le braccia con grande smarrimento. In quanto servitore della chiesa e obiettivamente in perfetto orario, non si aspettava di essere aggredito da nessuno.
Davide intervenne in sua difesa. «Mamma, che c'entra quel signore? Non è mica lui che manca. E poi può darsi che ci sia stato qualche inconveniente.»
La vecchia signora però non cedette. «E che ci stanno a fare i telefonini? Poteva avvertire, no?»
Poiché detto questo squadrò di nuovo l'uomo bianco vestito, quello si affrettò ad annuire subire, in segno di approvazione.
Giorgio, che stava decidendo cosa fare, sbottò con malcelata irritazione. «Mamma, per favore. Abbiamo già abbastanza guai.»
«Dicevo per te, figlio mio.» La voce di sua madre divenne all'improvviso lamentosa. «Proprio al tuo matrimonio, doveva succedere una cosa così!»
Doveva evitare una catastrofe, pensò in un lampo Giorgio, terrorizzato dall'idea di sua madre che cominciava a piagnucolare. C'era il pericolo che coinvolgesse nel nuovo sistema di protesta metà del parentado più sensibile, per cui guardò il fratello e disse: «Per favore Davide, porti la mamma fuori, magari a prendere un caffè?»
Il fratello aggrottò la fronte, ricordando di non avere visto nessun bar nei paraggi; però disse «Va bene» senza storie, quindi con molta pazienza e forza di persuasione convinse l'anziana donna a uscire fuori insieme a lui.
«Ho chiesto al custode, e mi ha detto che c'è una chiesetta a tre, quattro di chilometri da qui», comunicò finalmente Luca. «Dobbiamo uscire dal borghetto, andare a destra, imboccare via Licata e andare avanti dritti, fino a che non superiamo una rotonda e ancora dritti fini all'ingresso del paese.»
Giorgio tirò fuori una penna biro dal taschino e cercò un foglietto di carta su cui appuntare. «Che paese?», chiese.
«Fosso Palese.»
Giorgio annotò la strada e aggiunse diligentemente "Fosso Palese". «Un'altra chiesa d'emergenza?», chiese ancora.
Luca aggrottò la fronte: a un'altra chiesa non aveva pensato.
«Esattamente dalla parte opposta, un paio di chilometri più lontano.» Aveva parlato direttamente il custode della chiesa, che si era avvicinato al gruppo compatto formato dallo sposo, Luca, Enrico, zio Renato e dal suonatore di flauto dolce. «In più c'è una salita bella ripida da fare, fino alla Torre Barbaresca, dove c'è la chiesetta di San Vito.»
Il custode si appoggiò al manico della scopa con espressione pensierosa. «Non ve la consiglio troppo, però. Perché Don Fernando , il parroco, è un tipo col carattere difficile.»
«Difficile?», ripeté Giorgio.
Il custode tirò leggermente il capo indietro. «Gli piace un po' troppo il vino.»
Giorgio provò sconforto e irritazione. «Ma non si può telefonare a queste chiese?»
Il custode alzò appena un po' le spalle. «Qui non ci stanno elenchi telefonici. La sagrestia viene usata poco.»
«Vada per la prima chiesa», tagliò corto Giorgio. «Luca, tu vieni con me, per favore. Zio Renato, mi raccomando: tieni d'occhio tu, qui, la situazione.» Fece una pausa densa di significato. «E soprattutto mia madre.»
Zio Renato sorrise, sinceramente divertito. «Stai tranquillo, la tengo a bada io, la belva. Tu pensa a quanto sarà divertente, risolto tutto quanto, raccontare questa storia in giro!»
Giorgio ci pensò velocemente su, ma non era dello stesso avviso.
Luca invece sorrise immediatamente. «In effetti... E io che pensavo che mi sarei annoiato da morire!»
Giorgio afferrò il fratello per un braccio. «Va be', molto divertente. Però adesso andiamo.»

**

Uscirono dalla chiesa in tre: Giorgio, il fratello Luca e in leggero affanno il flauto dolce, Maurizio.
Aniceto l'invincibile li attendeva giù in giardino, in piedi accanto alla macchina nuziale, indifferente al mondo e ai contrattempi altrui, mentre l'autista appoggiato contro il cofano fumava una sigaretta pensieroso.
«Un'altra persona da fare investire da Dustin Hoffman», pensò lo sposo nei confronti del cantante annoiato del suo matrimonio. Svam! Nel suo cervello si stampò l'immagine di Aniceto con le braccia tese ed allargate roteante in aria, e un'Alfa Romeo Duetto con nuvola di gas di scarico e terriccio esattamente sotto.
Uno sportello posteriore della Mercedes scura si aprì non appena il terzetto scese dall'ultimo gradino della scalinata.
«Giorgio, ma che succede?» Era suo suocero, il signor Vittorio.
«Il prete. È scomparso.»
«Come "scomparso"? I tuoi amici me l'hanno detto», e il padre della sposa indicò con un gesto vago Aniceto e Maurizio, «ma è possibile che questo qui non vi abbia nemmeno telefonato?»
Giorgio scosse la testa con riluttanza. Anche per lui, che era un tipo ligio agli impegni presi, questo restava un punto molto fastidioso. «No, non ha telefonato. E nemmeno risponde al cellulare, quando lo chiamiamo.»
Il signor Vittorio lo guardò in modo interrogativo e Luca si affrettò a spiegare. «Ci ha dato il suo numero l'aiutante che è venuto senza di lui.»
Il bravuomo rimase con la bocca aperta per un attimo, più sconcertato che arrabbiato. «Ma guarda che roba...», commentò alla fine, mentre restava ancora chiuso l'altro sportello posteriore della macchina: quello a cui lo sposo teneva di più.
«Lilli...», mormorò con rispetto Giorgio, avvicinandosi ulteriormente al veicolo immobile e abbassandosi all'altezza del finestrino sinistro posteriore.
Il vetro si abbassò con un rumore elettrico e la donna della sua vita, immagine della purezza, gli parlò con un sorriso pieno di malinconia. «Mi spiace, amore. Oggi non siamo fortunati.»
Giorgio sentì il suo cuore stringersi. Avrebbe dato tutto, per evitarle questa umiliazione. «Ho l'indirizzo di un'altra chiesa. Vado con Luca a prendere il prete che ci lavora, e lo porto subito qui.»
Liliana sorrise nuovamente. «Che ci lavora... Sembra che stai parlando di un idraulico, che ci deve salvare la casa allagata.» Toccò la mano destra dello sposo. «Non ti preoccupare, io ti aspetto. Comunque vada, possiamo sposarci quando ci pare.»
Giorgio sospirò in preda alla commozione. Stava parlando con una gran donna, disposta a dargli la forza e la serenità a cui agognava!
«Scusa, fratellino; ma prima andiamo e prima ritorniamo», fece notare Luca, riscuotendo il fratello da quell'esperienza di felicità perfetta. «Ed è meglio che andiamo con la mia BMW», aggiunse, facendo scattare l'antifurto con il telecomando. Sottintendeva il fatto che con la Citroen di Giorgio ci avrebbero messo di più.
Giorgio lo lasciò dire e fare. Nessuna esperienza mistica poteva prevalere sul suo senso pratico per più di sessanta secondi. Era agitato e quindi poco idoneo ad una guida valida, quindi era meglio che guidasse Luca, sarebbe stato più prudente. In più avrebbe anche risparmiato i soldi della benzina, il che non era male.

**

Abbandonarono il parcheggio del borghetto con due manovre ben calibrate. Luca non perse tempo nemmeno a sgommare in modo coreografico, lucidamente teso a utilizzare nel modo migliore il tempo e i cavalli della sua Serie 3.
Vum! Filavano sulla provinciale che era un piacere. Perfino Giorgio dovette ammettere che con quella macchina sotto il sedere, guidare era tutt'altra cosa.
«Fosso Palese: ecco il cartello», si preoccupò di segnalare, appena usciti da una curva più stretta, soltanto due minuti dopo che si erano messi in moto.
«Visto», confermò Luca, sempre concentrato, portando la velocità a livelli più cittadini. C'erano le strisce pedonali, adesso, e dopo un po' la rotonda, come aveva spiegato il custode della chiesa.
«Accosta che chiedo», disse Giorgio, indicando i tavolini fuori di un bar.
Un signore col cappello e la canottiera in vista sotto la camicia aperta a mezze maniche, indicò loro una salita. «Andate su. Che sarà? Due, trecento metri.» I compagni di tavolino annuirono. «E dopo la prima curva ci sta la chiesa di Santa Maria Generosa.»
Luca rimise in tiro il valido sei cilindri della macchina e poco dopo avevano già accostato di fronte al cancello della chiesa.
«Piccola, ben curata e a misura d'uomo», pensò per prima cosa Giorgio, apprezzando il muretto basso, che permetteva ai passanti di sedersi e di riposarsi dalla fatica della salita. Un piccolo cancello, ancora aperto, impediva ai motorini di infilarsi troppo vicino agli spazi sacri.
«Un'altra chiesa che sembra una chiesa», considerò paragonandola alla chiesa del suo matrimonio e in opposizione alle troppe chiese dalle architetture stravaganti di cui si stava riempiendo la città di Roma. Detestava soprattutto il profilo futuribile di quella che aveva più vicino a casa; tanto che istintivamente evitava i suoi paraggi, preferendo acquistare il giornale in un'altra edicola, diversa da quella che stava sul lato opposto della strada.
Oltrepassarono il cancello e fatti pochi passi entrarono nella chiesa. All'interno, spartano ed essenziale, li accolse una piacevole frescura.
La luce più suggestiva veniva da una vetrata colorata, che illuminava una statua candida, della beata vergine Maria.
«Tutti quanti segni di buon augurio», concluse lo sposo, speranzoso. Ormai non desiderava altro che un poco di fortuna.
«E adesso che facciamo? Non c'è nessuno», disse Luca.
In realtà c'era una figura piccolina, inginocchiata ad un'estremità del primo banco, a destra dell'altare. Una vecchina con un velo nero in testa, lì per lì invisibile, completamente assorta nella preghiera.
Giorgio la indicò al fratello. «Provo a chiederle informazioni», quindi si avvicinò con molto garbo, cercando di non disturbare.
Le era accanto, ora: esattamente alla sua destra. Solo che era talmente concentrata, con il capo appoggiato alle mani giunte, che non poteva notare la sua presenza.
Giorgio esitò un momento, consapevole dell'intimità della situazione. Il suo matrimonio però era in pericolo mortale, così si decise e a bassa voce chiese: «Scusi, lei per caso sa dove si trova il parroco? Io gli dovrei...»
La parola successiva era "parlare", ma la vecchina disse: «Eh?», con un'intensità di voce preoccupante, tipica di chi non ci sente troppo bene.
Istintivamente Giorgio mise le mani avanti, come per dire che non importava più, ma nonostante questo ci scappò un altro «Eh?» fin troppo acuto, e al giovanotto non rimase altro che fare un passo indietro.
«Niente, niente. Non si preoccupi, signora», provò a proporre Giorgio, in modo conciliante. Suo fratello intanto era andato in avanscoperta, oltre la prima fila dei sedili, sul fianco destro dell'altare.
«Qui c'è una porta», avvertì Luca dalla penombra. Quindi tornò indietro e disse: «Forse è la porta della sagrestia.»
«Esù», bofonchiò a mezza bocca la vecchina, improvvisamente su di giri.
«Esù», ripeté la vecchia, quasi strozzandosi, e Giorgio provò a comunicare proponendo: «È su? Mi scusi, signora: vuol dire che il prete è su?»
La donna sillabò con maggior chiarezza: «Ge-sù!»
Gesù? Giorgio ci pensò su perplesso. Che c'entrava adesso Gesù? Il nome sacro, pronunciato in quel modo smozzicato, non lo rassicurava neanche un po'.
«Gesù!», ripeté la vecchina, con un tono ancora più sonoro. Stava fissando un punto alle sue spalle, adesso, e sembrava molto sorpresa da quello che vedeva.
Giorgio si voltò, per controllare di persona: c'era soltanto suo fratello, che allargò le braccia a croce in segno di difficoltà.
Stavolta la vecchina si animò in maniera esagerata. «Gesù!», esclamò eccitata, indicando prima Luca e poi un quadro scuro, un po' più in alto della vergine Maria.
«Ma che gli prende?», pensò con terrore Giorgio, facendo «Ssss» per arginare la signora. Lei però mormorò «Gesù» con reverenza, toccandosi il cuore con la mano destra, e solo allora si rese conto che suo fratello, con i capelli lunghi intorno al viso e la barba ben curata, somigliava alla figura ritratta nel dipinto, su un crocifisso, con le braccia completamente spalancate.
«Oddìo, che pasticcio», fece ancora in tempo a commentare, mentre la porta segnalata da suo fratello Gesù-Luca si apriva spinta con energia.

**

«Cosa succede?», chiese con sacrosanta urgenza il parroco di Santa Maria Generosa, rivolgendosi ai due sconosciuti in piedi, vicini all'altare del Signore.
«Oh, buonasera...», a Giorgio venne istintivamente in mente "signor prete", ma si fermò in tempo, per fortuna. «Ci scusi se abbiamo fatto del rumore, ma la signora qui...»
«Gesù.»
«Ecco, si, vede? Credo che abbia scambiato mio fratello per un'altra persona.»
Il parroco si avvicinò alla vecchina sorridendo. «Che cosa c'è, signora Pia? Come andiamo?»
L'anziana donna alzò un braccino esile per indicare Luca.
«Si, quel signore. Gli vuol parlare?»
La vecchia fece di no col capo, timorosa.
«È solo un signore che è entrato per fare visita alla nostra chiesa», spiegò con calma il parroco, sedendo sulla stessa panca. A questo punto si rivolse a Luca: «La prego, venga qui per favore.»
La vecchia strinse i polsi del religioso, mentre il visitatore si avvicinava.
«Ecco, lo vede? Questo signore si chiama...» Il parroco guardò il giovanotto in piedi.
«Luca. Mi chiamo Luca.»
«Ah, Luca. Come San Luca Evangelista», commentò con voce pacata il parroco. «Ha capito, signora Pia? Un signore col nome del santo evangelista, che è venuto a farci visita e a salutare.»
La voce era davvero tranquillizzante, e la vecchina si tranquillizzò.

**

Il parroco si era rialzato sorridendo. Era bastata un'ultimo buffetto di affettuosa solidarietà sopra le spalle microscopiche della vecchina, per riportare la situazione alla normalità.
Luca provò a scusarsi. «Mi scusi per la signora, ma io ho solamente...»
Il parroco lo interruppe. «Non si preoccupi. La cara signora Pia confonde col nostro salvatore tutti i ragazzi che abbiano un po' di barba ed i capelli lunghi, e con San Giuseppe tutti gli uomini con i capelli ricci e grigi.» Il viso intelligente si fece di nuovo allegro. «Oddio, non è che accada tutti i giorni; ma una volta al mese magari sì.»
Giorgio si decise a intervenire. «Mi scusi, padre, ma noi saremmo qui per una questione di una certa urgenza.»
Il parroco ascoltò con espressione attenta; il visitatore spiegò che cosa gli era capitato e che cosa gli serviva.
«Capisco. Il mio collega deve avere avuto un contrattempo», concluse il sacerdote, comprensivo. A questo punto, però, non poté fare a meno di sorridere. «Non mi era mai capitato di sentire che scompaia il sacerdote; di solito è lo sposo che non si presenta alla cerimonia!»
Luca annuì da esperto. «Il fatto è che mio fratello non è mai stato molto fortunato.»
Lo sposo sopportò in silenzio. Aveva una rassegnata dignità.
«Ho solo un piccolo problema da risolvere», spiegò il parroco di Santa Maria Generosa. «In sagrestia ho lasciato un mio amico meccanico, al quale dovevo far vedere la mia macchina, e devo avvertirlo che mi assenterò per circa un'ora.»
Giorgio, che si era dimenticato del compenso e del dopo cerimonia, si affrettò a rimediare. «È ovvio, padre, che lei sarà nostro ospite anche a cena. Per quanto riguarda un'offerta alla sua chiesa... Mi dirà lei la cifra necessaria.»
Il parroco sorrise ancora. «Non si preoccupi, figliolo; per oggi lei ha avuto abbastanza conti da pagare. È solo che non posso lasciare la parrocchia per troppo tempo. Dovrò ufficiare messa, questa sera, e devo avvertire i miei parrocchiani che si terrà più tardi, per via del vostro matrimonio.»
Il prete si allontanò velocemente.
«Che dici: lo abbiamo messo in un pasticcio?», chiese lo sposo a suo fratello.
«Non credo. Magari, invece, gli abbiamo reso meno noiosa la giornata.»
Giorgio annuì, tranquillizzato. Se Dio voleva, il suo matrimonio si poteva ancora fare. «Allora avverti zio Renato che stiamo per tornare indietro.»
Luca tirò fuori da una tasca il suo telefonino grigio e nero e rintracciò il numero nella rubrica.
Avvicinò l'aggeggio all'orecchio destro.
Attese.
Capitolo 4. Aprì la bocca e disse: «Abbiamo il prete.»

Capitolo 5. Capitolo 6.

- Ritorno alla base
Il parroco tornò con un foglio in mano, seguito da uomo come lui sulla quarantina, in jeans e camicia a scacchi rossi e blu, piuttosto vissuta.
«Il meccanico di cui vi ho parlato», spiegò semplicemente il prete, avviandosi senza altri indugi verso l'ingresso della chiesa.
Anche il meccanico non perse tempo, limitandosi a dire: «Piacere.»
Sul foglio che il parroco appuntò sul portone della chiesa era spiegato qualcosa tipo: «Per via di un'emergenza, la messa della sera verrà spostata mezz'ora o un'ora un dopo.
Il parroco disse: «Ecco fatto», e rivolto al meccanico aggiunse: «Allora, siamo d'accordo, Toni. Io vado con i signori, al borghetto dei conti Paluzzi. Tu fai un giretto con la macchina, così senti quel rumorino che viene dal motore. Poi mi vieni a riprendere fra una mezz'ora la massimo, fammi il favore, così i signori sono liberi di andare a cena e di godersi la serata.»
Il meccanico non fece nessun problema. «Va bene, anzi vi seguo direttamente. Voi intanto andate. Ci vediamo dopo.»
Luca, Giorgio e il sacerdote salirono sulla BMW. Luca e Giorgio davanti, come prima; il parroco di dietro.
«Mi dispiace per il disturbo che le diamo», ci tenne a ribadire Giorgio. «Se per la cena ci ripensa, le ricordo che è sempre il benvenuto.»
Il parroco scacciò via ogni preoccupazione con un gesto noncurante della mano. «Non si preoccupi, figliolo. Si tratta di un'emergenza ed è mio dovere darvi aiuto. In ogni caso, non c'era niente di vitale, che oggi dovessi fare.»
Luca guardò il fratello con l'aria di chi la sa molto lunga.
La BMW partì con decisione.

**

«E così ha la macchina che le dà qualche problema», disse il futuro sposo, tanto per riempire il silenzio del breve viaggio e per cortesia verso il loro passeggero.
«Eh, si. Ha un rumorino fastidioso che viene dal motore. D'altronde è un'automobile piuttosto vecchia, è naturale che cominci a fare un poco di capricci.»
«Che auto è?», chiese Giorgio.
«Un'Alfa Romeo Spider millesei, del '92.»
Giorgio non recepì immediatamente. Lì per lì associò il concetto "Spider millesei" a un'Alfa 33 o a un'Alfa 75. Ma Spider voleva dire decappottabile sportiva... Era il Duetto usato da Dustin Hoffman nel film Il Laureato!
Luca guardò il fratello con aria preoccupata. Aveva fatto la stessa associazione e ora studiava la sua reazione.
Giorgio sembrava impallidito, e improvvisamente a corto di argomenti.
Lo spider guidato da Dustin Hoffman... Il fantasma di Benjamin, con una grossa croce in mano, faceva irruzione nella chiesa del borgo priva di difese, avanzando come un ossesso inarrestabile verso l'altare e verso la sua sposa.
«Una bella macchina», si inserì Luca. «Un po' insolita, magari, per un uomo di chiesa.»
Il parroco sorrise. «Si, è vero; lo ammetto. Un prete dovrebbe girare con una Fiat o una Renault, eh? Però la davano via per quattro soldi, e si arrampica su per le salite dei dintorni che è un piacere... D'altronde nostro Signore non ha niente in contrario verso le cose belle del creato; e tutta rossa, rimessa a nuovo, bisogna dire che la mia spider è proprio un inno alla bellezza di questo mondo!»
Rossa! Come la macchina del ladro di spose che lo perseguitava. All'improvviso, nel sorriso simpatico del prete Giorgio lesse un che di derisione.
A poco valse l'osservazione di suo fratello: «D'altronde il Duetto deve essere di colore rosso. Se no che Duetto sarebbe?» A Giorgio questa coincidenza non piaceva.

**

Il cancello del borghetto era poco più avanti, a sinistra della strada.
«Ma lei è sempre stato a Fosso Palese?», chiese Giorgio, che sentiva l'urgenza di indagare.
«Veramente no. Sono arrivato qui alla fine dell'anno scorso, quindi da sette, otto mesi. Ma prima era volontario in Africa.» Muovendo la mano destra come poco prima, allontanò le immagini di un passato superato. «Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare.»
Giorgio studiò il volto del sacerdote con attenzione. Un volto giovanile, dove non vi era traccia di imbarazzo o di peccato. Anche un po' troppo giovanile: neanche un capello grigio rigava i capelli corti e riccioluti.
L'ex della sua Liliana era scomparso da tre anni circa. «E quanto tempo è stato in Africa?»
«Ci sono stato per due anni.»
La BMW sobbalzò leggermente sopra l'acciottolato e si affiancò alla Citroen dello sposo.
«Eccoci arrivati», comunicò ai passeggeri Luca, sfilandosi la cintura di sicurezza e aprendo lo sportello.
Giorgio fece altrettanto controvoglia. Non c'era più tempo per gli interrogatori.

**

Nel giardino del borghetto, la situazione era cambiata un poco. Intorno alla macchina della sposa, oltre all'autista, ad Aniceto e Maurizio e a suo suocero Vittorio, c'erano anche la madre di Giorgio ed il fratello Davide, più un altro paio di parenti della sposa.
Alcune persone, inoltre, erano affacciate sulla balconata, stanche evidentemente di restare in chiesa ad aspettare.
Giorgio guardò sua madre muovere la testa in modo combattivo e prima di avvicinarsi troppo alla Mercedes si affrettò a dare al fratello alcuni disposizioni.
«Luca, vai direttamente in chiesa con il parroco e spiega alle persone che sono fuori che si è risolto tutto, per favore. Io passo da Liliana per tranquillizzarla e poi salgo subito di sopra.»
Gli occhi di sua madre e del gruppetto lo scrutavano, aspettando preziose informazioni.
Giorgio li accontentò in tre secondi. «Abbiamo portato il prete per la cerimonia. Sta salendo in chiesa insieme a Luca. Andate su anche voi, per favore.»
Maurizio, Aniceto e i due parenti della sposa si mossero immediatamente.
«Anche tu e mamma, per piacere, Davide.»
Sua madre si ribellò immediatamente. «Ma che è successo? E io non devo entrare in chiesa insieme a te?»
«Si è tutto risolto, mamma. Salite su in chiesa intanto, che io vi raggiungo subito. Devo soltanto dire due parole al signor Vittorio e a Liliana.»
Davide comprese l'urgenza del fratello. «Andiamo, mamma», disse, spostando la vecchia signora che protestava.
«Tutto bene, Giorgio?», chiese il signor Vittorio, che aveva comunque un'espressione già sollevata.
Giorgio sorrise in modo rassicurante. «Tutto bene, signor Vittorio. Ora saluto Liliana e appena sono dentro potete subito salire.»
Il finestrino posteriore della Mercedes stavolta era completamente già abbassato.
«Ciao, Liliana, è tutto quanto a posto.»
Lo sposo toccò una mano guantata della sposa. La sposa lo guardò con occhi fiduciosi.
Giorgio si mordicchiò il labbro inferiore, roso dall'indecisione. «C'è solo una cosa... Hai visto il prete che ho portato?»
«Quell'uomo insieme a Luca?», chiese la futura madre dei suoi bambini.
Giorgio annuì, nervoso.
«Gli ho dato un'occhiata, ma non l'ho visto bene», disse Liliana, con voce limpida e sincera. «Perché?»
Una decappottabile rosso sangue entrò in quel momento nel giardino.
«Niente, niente. Non è importante», tagliò corto Giorgio. Era arrivato il meccanico con il Duetto del sacerdote.
«Io vado su», sorrise lo sposo, a denti stretti. Fece ciao con la mano, gettò un'occhiata all'Alfa splendida e datata, quindi si sbrigò a salire i gradini che portavano alla chiesa.

**

Giorgio si asciugò il sudore con un fazzoletto. Percorse il corridoio centrale della chiesa con passi rigidi e scoordinati.
Sentiva ostilità nell'aria: la chiesa non era più un luogo protettivo.
Raggiunse l'altare sorridendo, ad ogni modo. Doveva avere fiducia nel destino.
Anche il sacerdote sorrideva, come al solito. Aveva contagiato persino l'aiutante dell'altro prete.
«Tranquillo, Giorgio: è fatta», gli mormorò Luca per incoraggiamento.
Lo sposo scacciò l'immagine troppo assurda di Liliana, che di fronte all'altare riconosceva nel prete simpatico e intrigante il suo ex amante misterioso. Ma quanto tempo sarà necessario, però si chiese, per diventare da laico a sacerdote?
Una sagoma si stagliò all'entrata della chiesa. L'organo intonò in perfetto sincronismo le prime note della marcia nuziale.
«È fatta, è fatta», si ripeté lo sposo, determinato e teso.
La marcia nuziale perse lo slancio e si interruppe, mentre il signor Vittorio avanzava con passo incerto nella chiesa.
«È solo», constatò con precisione inutile Enrico, il testimone della sposa.
«Cazzo», mormorò con efficace sintesi Luca, il testimone dello sposo.
Il padre della sposa raggiunse Giorgio con un certo affanno. Nell'aria ingigantiva un mormorio di stupore generale.
«Cos'è successo?», chiese Giorgio. Riusciva a percepire soltanto il padre di Liliana e niente altro; il resto della realtà si era come dissipato.
Il signor Vittorio mosse un braccio in un gesto vago. «È arrivato Bruno, con una spider rossa.»
La frase era breve e chiara, ma Giorgio non comprese. «Non ho capito.»
Se aveva un po' di sicurezza, il signor Vittorio la perse improvvisamente. La devota signora Pia sarebbe rimasta frastornata: il signor Vittorio era vecchio come San Giuseppe, ma sofferente come Gesù di Nazaret sulla croce. «È arrivato Bruno, il vecchio fidanzato di Liliana», disse aprendo le braccia come un Cristo stanco e invecchiato. «Sta cercando di convincere Liliana ad andare via con lui.»
La mia Liliana..., pensò lo sposo, per un attimo annientato.
La mia Duetto..., pensò invece il parroco di Santa Generosa, assai sorpreso.
Giorgio spostò il signor Vittorio bruscamente e cominciò a correre verso l'ingresso della chiesa, purtroppo preceduto da chi si era già reso conto che stava avvenendo qualcos'altro di clamoroso.
«Permesso!», gridò per farsi dare spazio, ma quando si affacciò dalla balconata della chiesa vide che la sua Liliana era accanto all'Alfa Romeo del suo rivale.
«Liliana!», urlò a questo punto, per farla voltare e per fermarla, ma lei si girò e guardò verso di lui col viso troppo piccolo per la distanza. Era impossibile decifrare la sua espressione.
«Liliana, aspetta!», gridò stavolta. Si staccò dalla balconata per raggiungerla, ma un paio di mani lo trattennero afferrandolo per la giacca.
«Lascia che vada via, quella puttana!» Erano le mani e la voce aggtressiva di sua madre, che aveva sempre detestato la sua fidanzata.
Giorgio si divincolò, per liberarsi, ma per un attimo fu trattenuto anche da suo fratello Davide, che era ben più prestante della madre.
«La mamma stavolta non ha tutti i torti», gli sussurrò il fratello, quindi mollò la presa.
Giorgio scese a rotta di collo per la scala di pietra e corse in direzione della spider. La sua Liliana non gli poteva fare questo... la sua Liliana.
La macchina sportiva si mise in moto; lei si voltò bellissima.
Un fotogramma nitido, in cui Liliana lo guardò con sincero dolore e dispiacere.
Però se ne andò via lo stesso. La grandissima puttana.

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Insomma, saltò fuori che il nome del meccanico era Bruno, e che quel Bruno era lo stesso Bruno di Liliana.
Caso voleva che si fosse trasferito a Fosso Palese dove abitavano dei parenti, che gli trovarono anche un buon lavoro.
«È un bravo meccanico», assicurò Don Carlo, col pensiero rivolto alla Duetto. Per non pensare alla sua perdita (di certo solo momentanea) e per non doverne denunciare la sparizione ai carabinieri (non poteva tradire un parrocchiano), aveva deciso di non tornare alla sua chiesetta, almeno per quella sera.
«Ma perché lei lo ha chiamato Toni?», chiese con un certo risentimento Giorgio. Con tutto quello che aveva passato, aveva bisogno di qualcuno o qualcosa da incolpare.
Il prete mandò giù un altro boccone senza sentirsi in colpa. «Di cognome Bruno fa Tonini. Per questo giù in paese lo chiamiamo Toni.»
Giorgio sospirò per la frustrazione.
Erano al ristorante Dea della Fortuna, con quasi tutte le persone che erano previste negli inviti. Dato che la cena era stata già pagata, aveva prevalso il senso pratico e anche l'orgoglio di fare buon viso a cattivo gioco.
«Un altro po' di vino?», propose Luca, premuroso.
Giorgio guardò il fratello più giovane con sguardo rassegnato e riconoscente. «Va bene. Però lo voglio rosso», disse, con un ennesimo sospiro.
Col rosso, più forte e più corposo, sbronzarsi sarebbe stato più veloce.


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