Ero in vacanza a Tolfa, stanco del mare e del sole intenso di Santa Severa, e mentre osservavo il panorama e ciò che rimaneva della Rocca, dal belvedere della piazza principale, mi accasciai per terra come un sacco vuoto.
Un medico del posto mi tranquillizzò dicendo che si trattava di un banale svenimento, però gli spiegai che questa era la terza volta che accadeva, nel giro di due mesi, e allora annuì con un sorriso di simpatia. Si chiamava Coppàri ed era un uomo d'esperienza; un tipo socievole e cordiale, col quale feci subito amicizia.
«Non si preoccupi. Vedrà che qui in collina si troverà senz'altro meglio» fu la sua prognosi di esperto. «Io e mia moglie le faremo assaggiare le lumache e le bistecche della Tolfa. Innaffiando tutto col vino rosso, la rimetteremo in sesto in un battibaleno.»
Lumache, eh? Non erano la mia passione, ma nei giorni che seguirono imparai ad apprezzarle meglio, dato che si trattava di una specialità locale; come i salami, i formaggi, le bistecche e il vino. Rimedi collaudati, a cui il dottor Coppàri ricorse a piene mani.
Quando però si rese conto che non era il fisico, nei guai, ma che si trattava di qualcos'altro, un giorno osservò: «La vedo spesso pensieroso, preoccupato da qualche cosa. Che cosa le è successo, signor Solani?»
Stavamo mangiando carne di cinghiale in un'osteria alla buona, senza altre orecchie al nostro tavolo che ci potessero ascoltare. Poiché sentivo la necessità di sfogarmi con qualcuno, gli raccontai di mia moglie e della nostra crisi, del divorzio inevitabile e dei bambini. Capivo anch'io che i miei malesseri dipendevano da tutto questo, ma cosa potevo fare?
«Forse ho il rimedio adatto per il suo problema» disse Coppàri e fece un cenno in direzione della cassa.
Si avvicinò un omone dalla barba grigia, ben curata, che salutò il mio amico e a me disse «buonasera».
«Potresti portarci un bicchierino di quello speciale, Gianni?» chiese Coppàri tamburellando con le dita sopra il tavolo, ma il tipo sembrò esitare, poco convinto.
«È per una buona causa», aggiunse il medico. «Il signore qui presente ha bisogno di un po' d'aiuto.»
L'omone mi valutò con uno sguardo intenso, e io non sapevo se sorridere o se dovevo preoccuparmi un poco.
«Va bene» fu comunque il suo unico commento. Tornò un paio di minuti dopo, con una bottiglia priva di etichetta e già iniziata.
A me versò un bicchiere quasi pieno, mentre per sé e Coppàri non più di un paio di dita. Quindi si sedette al nostro tavolino, augurando con aria seria: «Alla salute.»
Mi aspettavo qualcosa di molto alcoolico, più forte del vino rosso che avevamo già bevuto. Invece si trattava di un vinello chiaro e dal sapore delicato, che andava giù che era un piacere.
«Buono. Quasi quasi ne prenderei un altro bicchierino» dissi, per mostrare che avevo apprezzato il brindisi, ma l'omone scosse la testa in segno di diniego, mentre Coppàri mi avvertiva: «Si fidi, è più che sufficiente quello che ha bevuto.»
Finimmo la serata chiacchierando da buoni amici. Me ne andai a dormire dopo la mezzanotte, sentendomi pervaso da un piacevole torpore.
Dormii pesantemente, e feci un sogno molto strano. Sognai mia moglie e me, di nuovo insieme, ed era struggente da impazzire. Non so spiegarlo, ma una sensazione intensa mi si era attaccata all'anima: la speranza di potere essere felici, senza più alcun timore per il futuro.
Lo so che sembra una cosa stupida, ma quando mi svegliai mi venne a poco a poco da singhiozzare. Non era dolore e non resistetti molto. Dopo avere pianto in modo intenso, mi sentii liberato da un grande peso.
Telefonai a mia moglie subito e le parlai per fare pace. Lei percepì che ero sincero, perché così non le avevo parlato mai.
Insieme decidemmo di rivederci la sera stessa. Io ero impaziente di rivederla e di toccarla: mi sentivo di nuovo un liceale.
«Che cosa c'era, nel vino che mi ha dato?» chiesi al dottor Coppàri, nel suo studio medico, prima di partire da Tolfa e andare via.
Il mio amico alzò le spalle, con noncuranza. «Vino, soltanto vino... Ma della vigna piccola di Gianni, il proprietario del ristorante.»
«Che cos'ha di speciale, quella vigna?» chiesi, e lui si grattò una guancia.
«Non so se è il caso di parlarne. Non sono sicuro che capirebbe.»
Io però volevo sapere ed insistetti. Alla fine annuì, con un sospiro.
«Conosco Gianni da una vita,» cominciò, «e le posso assicurare che è un uomo di vecchio stampo, al quale non piacciono le fantasie. Voglio dire che non è tipo da inventare favole, e neanche da poterle immaginare... Quando sua moglie è morta, circa tre fa, in molti pensavamo che l'avrebbe seguita presto. Il dolore lo stava trasformando in uno straccio, e di mese in mese non ha fatto che peggiorare.»
«Però» aggiunse, e si sistemò a sedere meglio, «una notte Gianni ha sognato di parlare con sua moglie, e lei, Cristina, era di nuovo giovane. E profumata e vivida come i fiori di primavera.»
Coppàri tamburellò con le dita sopra il tavolo, per un attimo, osservandomi.
«Cristina gli ha detto che doveva vivere. Gli ha detto - e questo si è stampato nella mente del mio amico - che avrebbe pianto lei, tutte le lacrime già versate, e tutte quelle che Gianni avrebbe mai potuto versare.
La notte stessa piovve, e piovve anche per tutto il giorno dopo, ma soltanto sulla vigna del mio amico e soltanto sulle sue poche viti.»
Mi mossi leggermente, per sistemarmi meglio sulla seggiola, e il medico sorrise, intuendo la mia emozione.
«È il vino di quella vigna, che lei ha bevuto ieri, e a quanto pare ha funzionato» disse Coppàri, irradiando saggezza e buonumore. «Un vino miracoloso, secondo Gianni. Il Lacrima Christi di Cristina.»


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