Oldupai è il nome con cui i Masai indicano una varietà di
Sansevieria, una pianta grassa che cresce lungo le pendici aride delle
gole vulcaniche tra il Kenya e la Tanzania, nella grande valle del Rift.
La gola di Olduvai, in Tanzania, famosa per i molti ritrovamenti di fossili
ominidi a partire dagli anni '50, prende il suo nome proprio dalla
abbondante presenza di queste piante selvatiche.Il terzetto avanzava lungo il crinale, in fila indiana; il primo era un giovane di colore che indossava un paio di calzoncini color sabbia e maneggiava un bastone da capraio con la maestria di un giocoliere; una femmina di bracco gli zampettava a pochi centimetri, lo sguardo perennemente alzato verso il padrone nella speranza di ricevere il comando alla corsa. Dietro di lui c'era una donna in jeans e t-shirt bianca, mentre un uomo in completo coloniale chiudeva la processione.
«Quanto manca ancora, Kwame?»
Il giovane di colore rallentò e infine si fermò del tutto, permettendo ai due di raggiungerlo. Era scalzo ma la cosa non sembrava limitarne la velocità; si muoveva rapido ed elegante, schivando i sassi che affioravano lungo lo stretto sentiero. «Non molto, dottor Breitner.»
Harlan Breitner fece una smorfia e replicò. «È un'ora che lo dici.»
Kwame non rispose; quando tutti e tre furono alla stessa altezza, si voltò verso la gola che si allungava sotto di loro e indicò un punto dell'orizzonte. «L'incrocio è laggiù.»
Breitner seguì la direzione indicata e vide il punto in cui la gola principale dava origine ad una diramazione secondaria che divergeva ad angolo acuto, portandosi verso ovest. Si trattava di poco più di cinquecento metri in linea d'aria, ma seguendo il tortuoso percorso tracciato da decenni di prospezioni antropologiche la distanza triplicava almeno. Sospirando, l'uomo riprese la marcia dietro Kwame, seguito dalla donna.
«Sei stanca, Helen?» le chiese dopo alcuni minuti. Kwame si era staccato nuovamente con la sua andatura leggera, seguito dal cane di nome Lucy e loro due a una ventina di metri.
Helen Barrows gli mise una mano sulla spalla, costringendolo a fermarsi. «E perché dovrei? Tra l'arrivo a Dar es Salaam, la sosta ad Arusha e l'arrivo al campo avrò dormito sì e no sei ore, poi ho camminato per chilometri sotto il sole e preferisco dimenticare ciò che ho mangiato... no: non ho nessun motivo per essere stanca.»
«Questo ti porterà a riconsiderare la tua sistemazione al campus.»
«Campus? Intendi quel buco al terzo piano di quel palazzo puzzolente con vista del deserto? Quello in cui ho pagato di tasca mia per la connessione internet e gli abbonamenti alle riviste? Sì, quello è un vero paradiso, al confronto!»
Breitner sorrise, ammirando dietro la protezione degli occhiali da sole la figura che gli camminava accanto. Helen Barrows aveva trentanove anni, almeno quindici dei quali spesi in giro per il mondo a scovare le tracce del passato, con le mani nel fango, nella sabbia o nella neve di posti così inospitali che solo i pochi appassionati alla paleoantropologia osavano chiamare campi. A dispetto della sua incredibile capacità d'adattamento, era famosa per le sue filippiche contro i disagi della professione. Il fisico allenato e la pelle abbronzata rendevano il suo aspetto piuttosto gradevole, e se non si fosse trattato di una collega, Breitner non ci avrebbe pensato due volte a corteggiarla.
Helen era inglese ma aveva ottenuto un'importante posizione nell'istituto di paleoantropologia dell'università del Nevada a Las Vegas, un posto che lei stessa aveva contribuito a creare con la sua instancabile attività di raccolta fondi e quando le era riuscito di ottenere una donazione da una famosa istituzione filantropica, si era stabilita al campus nel primo ufficio libero che aveva trovato.
Harlan Breitner, più vecchio di lei di nove anni, era direttore dell'istituto d'antropologia dell'Università di Berkeley ed aveva diretto almeno una decina di spedizioni in Africa alla ricerca di fossili da inserire nel complicato schema dell'evoluzione dell'uomo. Alto e robusto, perfettamente adattato alla fatica del suo lavoro sul campo, si trovava a proprio agio nelle steppe africane che bazzicava ormai da vent'anni e più. Laetoli, Koobi Fora, Hadar: aveva scavato nei luoghi più famosi e aveva conosciuto le personalità più importanti della paleoantropologia. Aveva invitato Helen per quella spedizione perché ne apprezzava le capacità analitiche e aveva bisogno di una mente giovane, fresca e sgombra dalla ruggine dell'età che, purtroppo per lui, avanzava inesorabilmente.
«Ammetterai che il panorama è migliore.»
«Come no.» Helen riprese il cammino, allungando le agili gambe per evitare un sasso. Harlan la seguì sorridendo. La gola di Olduvai li attendeva, probabilmente ansiosa di dividere con i due studiosi i tanti segreti che ancora celava nella roccia vulcanica e nei sottostanti strati di calcare. Kwame avanzava senza problemi, del tutto a proprio agio sul sentiero che aveva percorso innumerevoli volte. Breitner aveva già lavorato con lui in precedenza, lo apprezzava come guida e anche come capo delle maestranze del campo: la sua discendenza da un'antica famiglia nobile gli conferiva la necessaria autorità per gestire le complicate dinamiche dei lavoranti, spesso di etnie differenti e ancor più spesso di differenti opinioni su come portare avanti il proprio lavoro.
Improvvisamente, la guida scomparve ai loro occhi per riapparire subito dopo, tagliato a metà dall'orizzonte. Kwame si girò verso i due studiosi e sorrise, in attesa che lo raggiungessero; aveva cominciato a scendere lungo il pendio della gola, cosparso di numerose piante di sansevieria, mentre il suo cane si era già lanciato ad andatura folle, scodinzolando senza vergogna.
«Allora, Kwame: ci siamo?»
«Lucy, ferma!» Attese che l'animale si fosse fermato e rispose a Breitner. «Laggiù.» La guida tese un braccio lungo e magro, nera freccia puntata verso il fondo, nel punto esatto in cui una gola più stretta divergeva portandosi verso ovest. Breitner annuì, si voltò verso Helen Barrow e le tese la mano per agevolarne la discesa.
«Attenta a non scivolare, Helen.»
«Ci mancherebbe solo questo... spero solo che ne valga la pena.»
«Non ti sembra d'essere troppo pessimista? Dove c'è un occipitale, ci potrebbe essere un intero cranio.»
Helen si lasciò sfuggire un'imprecazione cercando di mantenere l'equilibrio lungo lo stretto passaggio che tagliava la scarpata, diretto al fondo della gola. «Sì, magari il mio.»
Breitner scosse il capo. L'anno precedente, una spedizione francese aveva dissotterrato un frammento d'osso; si trattava della porzione posteriore della base di un cranio, un occipitale intero con frammenti di temporale e il contorno quasi completo del forame occipitale. Nulla ancora era stato pubblicato riguardo alla scoperta, ma da colloqui informali avuti in occasione di un congresso a San Antonio, Breitner aveva scoperto che il reperto era molto antico, quasi tre milioni di anni ad una prima stima, e poteva essere foriero di nuove speculazioni riguardo al complesso processo di evoluzione dell'uomo. Da lì ad organizzare una nuova spedizione il passo era stato molto breve, grazie anche al fresco apporto di liquidi di una donazione.
Ciò che Harlan Breitner si proponeva era verificare se nel sito in cui era stata fatta la scoperta ci fossero altri reperti simili. Con un po' di fortuna, avrebbe potuto riportare alla luce un cranio intero o, perché no, uno scheletro. Altri prima di lui lo avevano fatto, poteva accadere ancora.
Il fondo della valle era, se possibile, ancora più caldo e accidentato. Kwame fece una decina di metri lungo la linea di terra piatta e si fermò, indicando un punto contrassegnato da un ramo piantato nel terreno.
«Lo hanno trovato qui.»
«Bene « disse Breitner. «Direi di metterci subito al lavoro.»
«Io vado verso la gola accessoria. Sento che lì c'è qualcosa.»
«Kwame, io e te diamo un'occhiata qui intorno.»
La guida annuì e si allontanò di alcuni metri, cominciando a esplorare il terreno a passi piccoli e lenti, lo sguardo fisso sul terreno come se stesse cercando un accendino d'oro.
Era sempre così, quando s'iniziava la ricerca sul campo. I primi istanti erano i più intensi, quelli che segnavano il passaggio dal progetto alla pratica, quelli nei quali l'intera carriera di un paleoantropologo poteva radicalmente cambiare; tutto ciò solo per un insignificante frammento di osso, un collo di femore o magari un molare. Breitner attese che Helen si fosse allontanata a sua volta e iniziò a cercare.
Intorno a loro, il vento agitava mulinelli di polvere e faceva vibrare le foglie delle sansevierie; nessuno dei tre aveva voglia di parlare, tutti erano concentrati sulla ricerca al suolo, una ricerca fatta di occhi acuti e tanta fortuna. Seguendo ciascuno un proprio schema, Kwame, Breitner e Helen Barrows si avvicinavano per poi allontanarsi, gli occhi fissi al terreno.
Non avevano molto tempo: nel giro di un'ora, il sole si sarebbe alzato in cielo crudele e incurante delle loro fatiche. Non si poteva stare al sole più di cinque minuti, a quella latitudine, perciò le ricerche iniziavano all'alba o nel tardo pomeriggio. Il resto della giornata trascorreva noioso e lentissimo all'ombra delle tende del campo.
«Qui! Qui!» Kwame si era improvvisamente fermato, chinandosi su un ginocchio e afferrando qualcosa con la mano. Lucy, avvertendo l'eccitazione del padrone, saltellava intorno a lui abbaiando come un'ossessa. Quando Helen ed Harlan gli arrivarono al fianco, la guida alzò il braccio perché potessero vedere.
«Un molare» constatò Breitner, soddisfatto; la guida era costretta a tenere alta la mano per impedire al cane di afferrarlo.
«È in ottime condizioni, vero?» gli fece eco Helen. Kwame soffiò sul palmo della mano per cacciar via i residui di polvere e annuì soddisfatto della scoperta. Un ritrovamento di quel genere non sarebbe passato alla storia, però era sempre meglio di nulla. Breitner prese il molare con l'indice e il pollice della destra e lo infilò in un taschino della camicia.
«Come inizio non è male.» Si rivolse a Kwame, sorridendogli per manifestargli la sua gratitudine. «Cerca ancora qui, magari trovi qualche altro dente... o una mandibola.»
«Certo.» La guida alzò gli occhi al cielo. «Ma fra mezz'ora al massimo dovremo essere di nuovo su o moriremo arrostiti.»
Helen si era già rimessa a cercare. Breitner diede un calcio ad un sasso e attese che la polvere si fosse dispersa prima di riprendere a sua volta. La successiva mezz'ora trascorse senza altri ritrovamenti e quando Kwame diede un fischio, segnale di fine giornata, i due ritornarono al punto da cui avevano iniziato.
«Bene, abbiamo un molare.» Breitner posò la mano sul taschino nel quale aveva infilato il dente. «Andiamo a vedere cosa può dirci.»
«Cosa potrà dire a Stan, per la precisione.»
Helen si riferiva a Stan Madden, membro della spedizione ed esperto di denti. La sua esperienza era tale che avrebbe potuto ricostruire uno scheletro partendo solo da un canino. Naturalmente era un'esagerazione, ma questo era ciò di cui il quarantenne Neozelandese si vantava.
«Sì, andiamo da Stan.»
I tre si rimisero in marcia, diretti al crinale della gola. Kwame lasciò passare Breitner e si avviò a fianco di Helen. Lucy era già arrivata in cima e li aspettava scodinzolando e guaendo sommessamente.
Chissà, se la guida avesse preso la testa del trio, forse nessuno l'avrebbe scoperto.
E invece, come era accaduto tante altre volte in passato, il caso decise al posto dell'uomo.
Il caso portò Harlan Breitner davanti a tutti. Il caso gli fece deviare il passo, quando un insetto quasi gli entrò in bocca e lui agitò una mano per cacciarlo via. Il caso lo fece inciampare su un ramo secco, lo stesso caso lo portò ad afferrare un sasso scuro per non scivolare nuovamente verso il basso.
A questo punto, il caso lasciò posto allo stupore. Lo stupore dipinto sul viso abbronzato di Harlan Breitner che, rotolando giù per la scarpata, portava con sé lo strano oggetto appena strappato alla terra africana della valle del Rift.Subito dopo, accaddero tre cose in rapida successione.
Breitner urtò violentemente una spalla sul terreno, terminando la sua corsa a ritroso contro un grosso sasso.
Kwame corse giù saltando come una gazzella delle rocce e piombando sullo studioso per capire quanto si fosse fatto male. Lucy era al culmine dell'eccitazione e si era nuovamente precipitata verso il fondo.
Helen Barrows seguì imprecando la guida, si fermò a mezzo metro e raccolse l'oggetto che era sfuggito di mano a Breitner, nascondendolo subito dietro di sé, tra la pelle e la stoffa della camicia.«Porca...» Breitner sentiva un dolore insopportabile provenirgli dalla spalla sinistra, una fitta talmente profonda da togliergli il fiato. Doveva per forza essersi rotto qualcosa, l'impatto con la roccia sporgente era stato troppo forte per non avergli provocato qualche guaio serio.
Il che significava addio spedizione, pensò Harlan, e quel pensiero gli acuì il dolore.
«Dottor Breitner, si è fatto male?» Kwame si piegò su di lui, cercando di capire cosa fosse accaduto. Breitner fece una smorfia. «No, anzi: mi è piaciuto talmente che ora salgo di nuovo su e rotolo un'altra volta.» Il solo sforzo di parlare gli aumentò il dolore e gli provocò un accesso di tosse. Kwame scosse il capo.
«La spalla... si è rotto una spalla?»
«Credo di sì.»
La guida scuoteva il capo con violenza, mormorando qualcosa nella sua lingua.
«Cosa diavolo stai dicendo?»
«Nulla, dottore. Pensavo che ora devo tornare al campo e tornare con aiuto e una barella... a meno che non si senta in grado di camminare.» Nel tono di Kwame era implicita la riposta negativa a quella domanda. Breitner scosse il capo a sua volta.
«Va bene, però non puoi lasciarmi al sole!»
La guida lo sapeva benissimo e in quel momento pensava febbrilmente ad una soluzione. Che gli venne in mente osservando il brullo paesaggio intorno a lui. Senza dare spiegazioni, si alzò di scatto, impugnando il machete che teneva legato al fianco e si avviò lungo la scarpata. Helen e Harlan si scambiarono uno sguardo interrogativo, quindi osservarono Kwame tagliare alcune delle piante che stavano abbarbicate con tenacia al terreno scosceso e portarle verso di loro.
«Ecco» disse gettandole in terra. «Il nome della gola, per lo meno, serve a qualcosa.»
«Cosa vuol dire?» chiese Helen. Kwame indicò il mucchio di piante.
«Quelle lì le chiamiamo oldupai. Il nome della gola viene da questo.» Detto ciò, la guida si mise a sistemare le piante in maniera da costruire una sorta di riparo, grande abbastanza da fare ombra a Breitner. Con l'aiuto della Barrows lo sistemò in modo che coprisse lo studioso, quindi risalì insieme con Lucy il pendio della gola, fino a scomparire alla loro vista. Helen attese qualche istante, quindi si accovacciò al fianco di Breitner.
«Come ti senti?»
«Non al meglio. Sto pensando alla spedizione che va a puttane, sto pensando che nella vita bisogna davvero avere un culo enorme, per riuscire.»
Helen Barrows non rispose; il pessimismo del collega era del tutto giustificato, nelle sue condizioni. Harlan Breitner sarebbe stato portato all'ospedale e medicato, quindi avrebbe con tutta probabilità lasciato il campo per tornare a Dar es Salaam e da lì negli Stati Uniti. Il campo sarebbe stato affidato a Stan Madden in qualità di più anziano. L'antropologo era un ottimo scienziato ma era chiaro che, senza la spinta del principale organizzatore della spedizione, l'intera impresa era destinata a fallire miseramente.
Sì, il pessimismo era opportuno. Forse.
«Cosa fai, ti ha punto un'ape?» Breitner osservò Helen contorcersi improvvisamente e portare una mano al sedere. Lei gli fece cenno di attendere, quindi si avvicinò ancora di più come se volesse sdraiarsi sopra di lui.
«Ehi...»
«Non preoccuparti, non voglio abusare di te.» Rispose Helen facendogli l'occhiolino. Era visibilmente eccitata e se non era per un improvviso raptus erotico, pensò Breitner, doveva trattarsi di...
«Voglio farti vedere cosa hai trovato!»
«Io? Io sono solo caduto giù per la scarpata!» Harlan si andava convincendo che la ragazza sdraiata accanto a lui aveva molto più bisogno d'ombra di lui. Helen ignorò l'occhiata preoccupata dell'uomo e proseguì.
«Deve essere accaduto quando hai messo il piede in fallo. Forse hai cercato di aggrapparti a qualcosa per non cadere o forse hai semplicemente mosso la terra, fatto sta che sei rovinato fin qui con in mano questo.»
Nella sua carriera, Harlan Breitner aveva dissotterrato le cose più strane, dalle ossa alle feci fossilizzate di maiali preistorici alle uova di dinosauro alle impronte di ominidi impresse nel fango. La terra d'Africa aveva scelto le sue mani per restituire alla luce oggetti costruiti da uomini vissuti milioni di anni prima, testimonianze di un passato così lontano da non poter essere nemmeno immaginato.
Questo però era davvero incredibile.
Breitner osservò l'oggetto che la Barrows gli mostrava e si ricordò improvvisamente del sasso scuro che aveva afferrato nel tentativo di fermare la sua caduta. Un sasso che si era trascinato al fondo e che gli era sfuggito dopo che aveva urtato violentemente la dura superficie della gola di Olduvai. Quel sasso era adesso a pochi centimetri dai suoi occhi e lui ne poteva distinguere facilmente ogni particolare.
Il primo che notò fu che non si trattava di un sasso.
«Helen, questo non è un sasso!»
«Già.»
«Ma se non è un sasso, allora cosa diavolo è?»
L'oggetto che non era una pietra era completamente nero e liscio come se fosse stato levigato. Aveva forma quadrata e le dimensioni di un album fotografico, gli angoli smussati e una scanalatura profonda lungo uno dei lati.
«È una domanda interessante, Harlan: sono certa che la risposta, se mai la troveremo, lo sarà altrettanto.»
Breitner si era completamente dimenticato del dolore alla spalla e delle abrasioni sparse sul corpo: tutta la sua attenzione era concentrata su quello strano oggetto. Ignorando le fitte che lo attraversavano come stilettate, si mise a sedere e allungò il braccio per afferrare l'oggetto. Helen glielo lasciò prendere ma si avvicinò ancora di più; ora erano a contatto, le morbide curve di lei contro la dura pelle dello scienziato, ma nessuno dei due era consapevole della cosa.
L'oggetto era, in quel momento, il centro del loro universo fatto di vecchie ossa e fossili ancor più vecchi. Il primo a dire qualcosa fu Breitner.
«Secondo te, di cos'è fatto?»
«Di qualunque cosa si tratti, non è metallo né un altro conduttore.» Helen passò i polpastrelli sulla superficie liscia e fresca dell'oggetto. «Quando l'ho raccolto era freddo, come se non fosse stato al sole.»
«Potrebbe essere ceramica... una di quelle che usano nell'industria aerospaziale.» Breitner ebbe un sussulto, quindi riprese. «Sai cosa penso? Questo qui è il frammento di un satellite o di un missile... magari un pezzo di shuttle caduto proprio in questa gola. Che ne dici?»
Il ragionamento di Harlan non era inverosimile, pensò Helen Barrows. Se così era, tutte le fantasticherie cui si era abbandonata in quegli ultimi minuti si sarebbero dissolte come nebbia al sole. Helen odiava sperare invano.
«È possibile, però dovrebbe recare i segni dell'impatto col terreno. A vederlo sembra nuovo di zecca.»
«Ti ripeto che questi nuovi materiali hanno caratteristiche incredibili.»
«Se fosse un frammento dovrebbe avere, che so, i bordi frastagliati, qualche traccia della struttura di cui faceva parte.»
Breitner non sembrava convinto. «Potrebbe trattarsi della mattonella di un particolare rivestimento. Se è così freddo vuol dire che respinge il calore. Sai che le navicelle hanno problemi quando attraversano l'atmosfera...»
«Non sono d'accordo.» La Barrows cercava un argomento valido cui aggrapparsi per confutare la tesi del collega. «Questo coso ha una scanalatura. A cosa serve una scanalatura?»
«E che ne so? Magari è per incastrarci altre mattonelle simili.» Breitner passò la punta di un dito lungo la stretta fessura. Al punto di mezzo, sentì una specie di sporgenza. Passò oltre col dito e la sporgenza si mosse con uno scatto.
Click...
«Cosa...» Helen Barrows vide la superficie dell'oggetto cambiare colore, passando dal nero al giallo e infine all'azzurro. Breitner la guardò, poi tornò a posare gli occhi sull'oggetto che nel frattempo sembrava essersi improvvisamente animato.
L'azzurro era compatto, all'inizio, poi comparvero strisce blu scuro sempre più larghe, finché tutta la superficie diventò dello stesso colore.
Trascorsero una decina di secondi, infine l'oggetto si spense, ridiventando il freddo oggetto scuro di poco prima.
«Che mi prenda un colpo!» esclamò lo studioso, cercando con le dita di riaccenderlo. Helen glielo tolse di mano.
«Pensi ancora che si tratti di un frammento?»
«Non so più cosa pensare, Helen.»
Click...
Helen aveva fatto scattare la leva e di nuovo l'oggetto mostrò il passaggio di vari colori. Questa volta però non ci furono strisce blu: lo schermo rimase azzurro.
«Questo qui è una specie di monitor» disse, cercando di trovare altri eventuali comandi. Breitner, malgrado il profondo stupore, era ancora poco convinto.
«E chi lo avrebbe lasciato in questa gola, uno dei Leakey?» (NdA: Louis e Mary Leakey, con il figlio Richard, sua moglie Mavis e la nipote Louise: famiglia di paleoantropologi distintasi per il lungo ed approfondito studio dei fossili di ominidi nelle zone vulcaniche tra il Kenya e la Tanzania. Olduvai, Koobi Fora e il lago Turkana sono i siti maggiormente legati al nome di questa famosa famiglia.)
Helen stava per replicare, ma qualcosa la fermò. Qualcosa che, nello stupore indescrivibile che colpì entrambi, sembrò fermare il tempo intorno a loro.
Lo schermo si era improvvisamente animato, rimandando ai due spettatori immagini destinate a rimanere impresse per sempre nelle loro menti. Helen Barrows ed Harlan Breitner rimasero immobili come le sansevierie e i bassi arbusti intorno a loro, i capelli agitati dal vento caldo, a guardare qualcosa che non avrebbe potuto essere raccontato.*
Kwame aveva fatto in fretta. Dopo essersi precipitato al campo, aveva preso una barella e la cassetta del pronto soccorso, quindi aveva caricato due aiutanti Masai e si era nuovamente diretto alla gola. Quando lui e gli altri due giunsero al fondo di Olduvai, i due studiosi erano ancora lì, immobili nell'attesa. Kwame li guardò per un istante, prima di mettersi all'opera e medicare la spalla di Breitner: entrambi erano come assenti, assolutamente muti e con lo sguardo perso verso qualcosa che né lui né gli aiutanti potevano scorgere. Lo studioso si lasciò fasciare la spalla e non protestò nemmeno quando Kwame gli fece un'iniezione intramuscolare di antidolorifico. I due Masai lo caricarono sulla barella e si avviarono verso la jeep.
«Dottoressa Barrows, si sente bene?» Helen era rimasta ferma, le lunghe gambe abbronzate stese e unite ai piedi come una bambola in attesa di essere coccolata. Incurante dei capelli che le coprivano metà della fronte, stava immobile a bocca aperta, col petto che si muoveva appena nei respiri. Kwame ebbe un attimo di paura, temendo che la donna avesse ricevuto un colpo di sole, ma quando le ripeté la domanda lei uscì dalla trance e gli sorrise.
«Credo di si... sì, sto bene, grazie.» Kwame l'aiutò a rialzarsi e si mosse dietro di lei. Quando raggiunsero la jeep, Breitner era già stato sistemato sul retro coi due aiutanti che lo tenevano in modo che non subisse i contraccolpi della strada sconnessa. Helen gli passò accanto prima di prendere posto davanti e scambiò con lui una veloce occhiata. Veloce ma non abbastanza da sfuggire all'occhio attento della guida.
Quando Helen si fu sistemata, Kwame la guardò a lungo negli occhi e fu sicuro che, nel breve periodo della sua assenza, doveva essere accaduto qualcosa di grave.
«Cosa c'è?» La voce della donna lo costrinse a concentrarsi sulla jeep. Kwame avviò il motore e lanciò il mezzo lungo la strada per il campo. Compirono il percorso in assoluto silenzio, con Kwame che cercava di capire e i due studiosi che si scambiavano rapide, imbarazzate occhiate.
Giunti in vista delle enormi tende bianche, sotto le quali erano sistemate le apparecchiature e le tavole su cui sistemare i reperti, Kwame si era convinto che il professore avesse messo le mani addosso alla Barrows, ricevendone in cambio qualche ceffone o una violenta protesta.
O invece c'era stata e ora era solo imbarazzata per l'accaduto
Sì, pensò la guida fermando la jeep davanti alla tenda di Harlan Breitner: il professore era un uomo e la Barrows una donna molto bella per i canoni occidentali. Quelle cose accadevano molto spesso e non c'era nulla di grave, anzi.
«Dottoressa, vuole riposare?»
«Grazie, Kwame, ma preferisco mettere un po' d'ordine nei reperti.» Si aggiustò i capelli, raccogliendoli con una mano sotto il cappello, quindi aggiunse. « Se il dottor Breitner vuole parlarmi, sarò nella tenda centrale.»
«Naturalmente.»
«Bene.»
La guida osservò la donna allontanarsi verso la tenda. Prima di sparire dietro la pesante stoffa, Helen Barrows si voltò verso di lui, lanciandogli uno sguardo serio, accompagnato dallo scuotere del capo. Kwame non replicò e la donna entrò nella tenda, mentre lui tornava alla jeep per parcheggiarla all'ombra. Nel giro di mezz'ora si era completamente dimenticato di quella faccenda: qualunque cosa fosse accaduta tra i due, non erano affari suoi.La scienza non dovrebbe vivere momenti come questo: essa è fatta di successi e fallimenti, di progressi e revisioni. Non c'è spazio per il sentimento personale nel valutare la portata di una scoperta o la fine di un esperimento.
Eppure, osservandoli mentre si disperdono in quest' immensa pianura, all'inizio esitando e poi con sempre maggior decisione, sentiamo che qualcosa in noi muore, si allontana con loro. In questo lungo viaggio abbiamo sempre cercato d'ignorare il momento dell'addio, ma adesso è già troppo tardi. Queste creature non sono più parte di noi, non ci appartengono più di quanto non lo faccia questo strano pianeta, con i suoi colori e la sua atmosfera carica di vita. Li guardiamo nascondersi dietro alberi mai incontrati prima, salire sui rami e afferrare frutti assolutamente ignoti, eppure è come se fossero sempre stati qui, in quest' immensa tavola di rocce e piante che essi hanno scelto di abitare. Sì, perché ufficialmente siamo noi a scegliere, ma a ben guardare è come se essi avessero sempre voluto vivere qui.
Sono così tanti da non poter essere contati. Da qualche parte c'è un documento col numero esatto, ma non importa poi tanto sapere quanti siano: sono sciamati fuori in buon ordine, senza fretta ma con decisione. L'ultimo esemplare ad uscire è stato il più anziano; ha fatto alcuni, incerti passi sulla superficie, sgranchendosi le articolazioni ormai rovinate, poi si è fermato.
Si è fermato ad osservare i suoi simili allontanarsi, poi si è voltato verso di noi.
Ci ha guardato a lungo, incurante del fatto di aver perso il contatto con gli altri. Abbiamo avvertito un senso di vuoto, come se qualcosa dentro di noi fosse andata via per sempre. Non c'era odio né risentimento nei neri specchi di quell'antica anima, solo un profondo senso di pace e silenzio.
Ci ha guardato per un ultimo, interminabile istante, poi ha iniziato la sua marcia.
Nessuno di noi potrebbe affermarlo con certezza, ma a tutti è sembrato che, nel momento in cui si voltava verso il nuovo orizzonte, l'anziano sorridesse.Dipartimento di Studi Antropologici,
Università del Nevada – Las Vegas.Harlan Breitner ed Helen Barrows sedevano su una della panchine ai lati del prato, completamente esposti al sole del Southwest. Dietro di essi Wright Hall, la moderna struttura che ospitava il dipartimento di Antropologia, mostrava orgogliosa le ardite strutture esterne dalle linee essenziali, con colori che rimandavano quelli dell'immenso deserto che circondava la città. Entrambi indossavano occhiali da sole ed erano immobili, le gambe allungate e la testa leggermente piegata all'indietro come per catturare meglio il sole di settembre.
In realtà, nessuno dei due era lì per abbronzarsi. La Barrows aveva scelto quel posto perché voleva parlare in libertà e ciò non sarebbe stato possibile nel suo piccolo ufficio, con le pareti così sottili da lasciar passare perfino le conversazioni sotto voce. Dal canto suo, Breitner era stato ben felice di quella scelta perché, dopo anni passati nelle ricerche sul campo, aveva sviluppato una sorta di claustrofobia professionale e preferiva stare all'aperto il più possibile.
«Ti piace?» chiese Helen. «Il campus, intendo.»
Breitner mosse appena il capo. «Sì, molto bello, molto moderno... e poi si mangia bene.»
«Per quello che hai mangiato, andava bene anche il Burger King.»
Dopo aver trascorso la mattinata nell'edificio della Lied Library, i due avevano mangiato presso il Book & Bean Cafè. Nonostante la vasta scelta di piatti freddi e tramezzini, Breitner si era limitato ad assaggiare una fetta di torta di mele e un caffé Seattle's Best.
«Hai ragione, ma è come se lo stomaco mi si fosse improvvisamente chiuso.»
La Barrows tolse gli occhiali stringendo gli occhi e si voltò verso di lui.
«Se può consolarti, nemmeno io riesco più a mangiare come prima.»
Breitner annuì. Dopo l'incidente alla spalla, la spedizione era praticamente finita; lui ed Helen erano andati via, lasciando Stan Madden a concludere la campagna e a riportare indietro tutto il materiale. Kwame aveva gestito alla perfezione le maestranze Masai, impedendo che saccheggiassero le tende e i preziosi strumenti come rappresaglia per l'anticipata chiusura del campo. Tornato a Berkeley, aveva trascorso due mesi concentrandosi solo sul recupero funzionale della spalla: un intervento chirurgico, una lunga riabilitazione ed infine il ritorno al campus con le pubblicazioni da curare e le lezioni da tenere.
Ciò che era accaduto nella gola di Olduvai era rimasto in un angolo della sua mente, ma non era certo scomparso: come pericolosi felini rannicchiati nell'ombra in attesa dell'agguato, quelle immagini ritornavano nei momenti di debolezza, quando la mente non era più concentrata su altro. In realtà Breitner sapeva che non sarebbe riuscito a sfuggire a lungo a quella tortura, perciò si era deciso a chiamare Helen per incontrarla a Las Vegas.
La sconfinata libreria del campus aveva messo a loro disposizione una mole incredibile di volumi e riferimenti bibliografici. Ci sarebbero voluti anni anche solo per cercare tutto il materiale, ma i due studiosi avevano operato una cernita serrata, trovandosi alla fine con alcuni importanti volumi. Le ore erano trascorse in fretta, e poi i giorni; man mano che le pagine scorrevano e le immagini si susseguivano, prendeva corpo nei loro animi la convinzione che il loro segreto era qualcosa di terribile e affascinante allo stesso tempo.
Quella mattina avevano terminato la loro ricerca.
Ed erano al punto di partenza.
«Forse dovremmo rivedere tutto dall'inizio.» Helen aveva inforcato di nuovo gli occhiali e si era piegata in avanti, poggiando i gomiti sulle cosce e tenendosi la testa tra le mani. «Forse ci è sfuggito qualcosa.»
«Non mi pare che tra i tuoi pochissimi difetti ci sia la superficialità.» rispose Breitner. «E, se mi permetti, nemmeno tra i miei.»
«Cosa facciamo, allora?»
«Che mi venga un colpo se lo so.»
Helen sbuffò. «Se almeno avessimo una data...»
«Non avevano motivo per pensare alla data.» Breitner fissava le punte delle sue polacchine, consumate dalla pioggia e dai chilometri percorsi nei campus. Improvvisamente, posò una mano sulla spalla di Helen. «Quello che abbiamo visto era un Ardipithecus Ramidus.» (NdA: Nuova specie di ominide, datata approssimativamente a 4,5 milioni di anni. Lo scheletro quasi completo fu rinvenuto nel 1994 nella regione di Awash, in Etiopia. Le sue caratteristiche lo avvicinano molto più alle scimmie antropomorfe che agli ominidi veri e propri, ma è comunque certo che fosse capace di andatura bipede (anche se non esclusivamente bipede)
«Non lo so, sembrava troppo alto, forse era un Australopithecus Anamensis.» (NdA: Datato a circa 4 milioni di anni, è la specie più antica delle Australopitecine.)
Questa volta fu Breitner a sbuffare. «Ti rendi conto che tutte le ricostruzioni fatte finora sono... inadeguate?»
«È sempre così, quando non si sa com'è fatto l'originale.» Helen sorrise in risposta al saluto di uno studente diretto alla Wright Hall. «La realtà supera sempre la fantasia.»
«Pensi che dovremmo coinvolgere qualcun altro?»
«Sei matto?» Helen Barrows sussurrava come se temesse di venire ascoltata. «Non ci crederebbe nessuno, che prova potremmo esibire?»
Le prove. Breitner rivide in un attimo le immagini di quel giorno, il silenzio della gola rotto solo dal vento caldo, l'ombra delle sansevierie, le immagini sullo schermo...
«Avremmo dovuto mostrarlo a qualcuno.»
«Harlan, fattene una ragione: abbiamo preso una decisione veloce, non c'era tempo per pensare... e forse è stato meglio così.»
«Forse.»
Il fatto di condividere il segreto non era d'aiuto per nessuno dei due. La Barrows non dormiva da mesi e aveva difficoltà a rispettare il programma di lezioni, per non parlare delle pubblicazioni. Dal canto suo, Harlan Breitner aveva imparato a convivere con incubi nel corso dei quali strane scimmie lo rincorrevano nella savana, fino a raggiungerlo. Per sua fortuna, si svegliava sempre prima che qualcosa di terribile gli accadesse nel sogno, ma lo stress gli aveva tolto l'appetito: otto chili in altrettanti mesi, questo era il prezzo che pagava per ciò che aveva visto.
Helen si era alzata, seguita da Breitner. Cominciarono a percorrere il marciapiede lungo la Maryland Parkway, nell'irrazionale speranza che la passeggiata portasse loro il consiglio di cui avevano bisogno.
Intorno a loro, il mondo era quello di sempre: sole, alberi, uccelli, cani e gatti... poi gli uomini e le donne che si affrettavano lungo i viali del campus o riposavano all'ombra degli alberi, seduti su panchine o semplicemente sdraiati sul prato. Era il loro vecchio, simpatico mondo, il pianeta che l'uomo aveva popolato e sovraffollato, la terra sulla quale le loro vicende si consumavano in brevi soffi d'eternità.
C'erano le stagioni, gli oceani, le foreste e i deserti.
C'era una razza superiore alle altre.
Una razza i cui primi esemplari avevano alzato la testa sopra l'erba della savana per osservare l'orizzonte.
E dominarlo.
Questo era ciò che tutti sapevano, questa era la scienza, la verità assoluta.
Harlan Breitner sapeva ormai da molti mesi che tutto ciò non era affatto vero.
«Prima o poi impazziremo, Helen.»
«Lo so. È l'inevitabile destino di chi custodisce la verità.»
«Impazziremo e tutti diranno che siamo pazzi... senza sapere perché.»
Helen gli si avvicinò e gli passò un braccio intorno al suo. Camminarono ancora a lungo, lentamente e in silenzio come due innamorati. Lei teneva la testa piegata perché poggiasse sulla sua spalla e lui poteva sentire il conturbante calore del suo corpo. In un'altra occasione, millenni prima, avrebbe avuto notevoli difficoltà a restare impassibile, ma in quel momento si rendeva conto che c'era una sola cosa ad unirli, oltre al segreto che custodivano loro malgrado.
L'impotenza. Essi custodivano una prova inconfutabile, ma allo stesso tempo incredibile, sulle origini della loro specie e sapevano di non poterla ancora rendere pubblica: non avrebbero potuto pensare ad un peggior destino per due scienziati.
Erano giunti all'altezza dell'Alta Ham Fine Arts Centre, l'edificio che ospitava i dipartimenti artistici. Breitner alzò lo sguardo verso la sommità delle palme che circondavano l'ingresso.
«Pensi che il mondo cambierebbe se tutti sapessero?»
Helen si strinse nelle spalle. «Le auto continuerebbero a consumare benzina, i politici continuerebbero a mentirci.» Fece una pausa e quando Breitner si voltò verso di lei, un sorriso le illuminò il viso. «E i Metz continuerebbero a perdere!»
Risero entrambi: un riso leggero, che come una brezza portò lontano il peso che opprimeva le loro anime. In quel momento le porte dell'edificio si aprirono, lasciando sciamare all'esterno una folla di studenti vestiti nei modi più stravaganti, nel pieno rispetto del loro ruolo d'artisti. Quando anche l'ultimo li ebbe oltrepassati, Harlan si liberò dolcemente dalla presa di Helen e le si mise di fronte, tenendola per le braccia.
«Ho deciso di dimettermi... non subito perché devo ancora terminare il ciclo di lezioni e rivedere una lunga serie di articoli, ma appena avrò concluso l'anno me ne andrò.»
Helen Barrows non sembrava sorpresa. «Me l'aspettavo.» Riprese a camminare lungo la Parkway. «Credo che nemmeno io durerò a lungo qui a Las Vegas.»
«Hai un programma preciso?»
«Probabilmente me ne tornerò nel Surrey. Ho intenzione di scrivere, e tu?»
Breitner fece una smorfia. «Da quando ho divorziato, sei anni fa, ho imparato a non fare progetti a lunga scadenza. Pensavo di andarmene alle Hawaii e comprare una casa sulla spiaggia.»
«Ottima idea.»
«Ma potrei anche comprare casa in Tanzania.»
«Pessima idea.»
Risero di nuovo, di gusto. Parlare era servito a dissipare le nubi del loro animo; non avrebbe mai portato il sereno, ma almeno un po' di tregua.
«Sai» disse Helen, interrompendo un silenzio di molti minuti. «Sono convinta che, un giorno molto lontano, l'umanità sarà pronta per sapere; non ci saranno pericoli di terremoti religiosi o guerre di fede, la scienza ci avrà resi più adulto, più capaci di comprendere. Quel giorno, forse, ci sentiremo meno impotenti e potremo finalmente condividere il segreto col mondo.»
«Questo se ne frattempo non saremo già morti.»
«Non è questo il punto, Harlan. Il punto è che, da quel giorno, guarderemo i nostri cani, i nostri gatti e i nostri canarini e non riusciremo più a sentirci superiori. Li accarezzeremo come al solito ma sarà la carezza di un amico, di un fratello piuttosto che di un padrone.»
Breitner era d'accordo. «E quella, forse, sarà la salvezza della nostra specie.»
Helen infilò una mano nella tasca e strinse le dita intorno al metallo della chiave. Il misterioso monitor si trovava in una cassetta di sicurezza di una banca di Las Vegas, e solo i due studiosi insieme potevano accedervi. Entrambi avevano lasciato un testamento nel quale la chiave di ciascuno sarebbe andata ad un parente o un collega, con le spiegazioni su come aprire la cassetta. In questo modo, qualcuno avrebbe prima o poi avuto la possibilità di vedere ciò che loro due avevano visto e rivisto più volte, e sarebbe stato aiutato da una dettagliata spiegazione scritta.
«Sì, l'uomo si salverà perché capirà d'essere come il cane che porta al guinzaglio, il gatto che gli fa le fusa. Capirà che non è padrone di nulla, che il suo regno non ha altra corona se non quella dell'amore per la natura.»
«Sempre che non sia troppo tardi per amarla.»
Helen rabbrividì malgrado il sole. «Quel giorno saremo tutti liberi.»
«E magari i Metz vinceranno le world series...»
«Beh, per quello ci vorrebbe un vero miracolo!»
Le risa si confusero col vento, mentre il mondo intorno a loro continuava ad esistere ignaro.Eravamo contenti, all'inizio.
Quando la scienza aveva deciso di creare una nuova specie che alleggerisse le nostre esistenze, quell'essere così strano e diverso da noi ci era sembrato la soluzione ideale. Camminava in maniera buffa usando gli arti, e con due di essi compiva strani movimenti nel vuoto.
Malgrado la sua apparenza ispirasse repulsione, si dimostrò capace di ispirare fiducia e tenerezza, con quegli occhi vuoti, che usava per conoscere lo spazio circostante ma coi quali poteva anche evocare sentimenti che, nella nostra antica civiltà, sembravano essere persi per sempre.
Il nuovo essere non viveva a lungo, eppure sembrava contento di esistere, felice anche solo di poterci stare accanto. Chiedeva poco, il cibo specifico e l'acqua (il fastidio di produrla appositamente per loro era ampiamente compensato dallo spettacolo di quell'apertura che si riempiva di liquido con strani rumori). Produceva scorie strane, liquide e solide, che potevano assumere colori differenti a seconda di quello che mangiava; con appropriati incroci, si potevano ottenere esemplari diversi per dimensioni e colore del pelo: chiunque ne possedesse uno si ingegnava a crearne nuove versioni.
Tutto era bello, lieto e leggero.
Non poteva durare per sempre: noi sì, loro no.
Ci sono esseri la cui natura è nascosta nell'ombra e viene fuori solo quando è troppo tardi per tirarsi indietro. Le creature che avevamo scelto affinché rompessero la monotona successione di eoni delle nostre vite erano state geneticamente programmate per essere simpatiche, buffe e dotate di un po' d'iniziativa. Ogni esemplare poteva stupire il suo proprietario con imprevedibili pantomime, aveva sbalzi d'umore e se gli si metteva a disposizione l'occorrente, poteva esibirsi in spettacoli di creatività spicciola.
Gli esseri erano felici, s'incontravano in spazi creati appositamente e si riproducevano. Oh, se si riproducevano! I piccoli frutti di quelle danze grottesche condite d'urla e smorfie vagavano liberi come asteroidi e crescevano velocemente. Il loro numero cresceva e ogni spazio libero veniva riempito ancor prima che ce ne rendessimo conto.
Tutto bene, non c'erano problemi per noi.
Poi venne il sangue.
In seguito accertammo che la nuova specie si era liberata in qualche modo dei vincoli genetici ed aveva preso a modificarsi senza controllo: le pulsioni si erano trasformate in energia selvaggia e gli sbalzi d'umore divennero ben presto ciò che la nostra civiltà aveva seppellito insieme con le passioni: la guerra.
L'essere uccideva l'essere, e non contento ne uccideva altri. Il sangue cominciò a scorrere e fummo costretti a separare gli individui. Non c'era più la leggera allegria dei primi tempi, al suo posto era comparsa la notte della paura: paura nostra di non poter più controllare i nostri piccoli amici, paura loro di soccombere alla violenza.
La nostra civiltà aveva impiegato un tempo infinito per piegare la propria anima ad un'esistenza priva di miserie: i nuovi esseri rischiavano di riportare indietro la freccia del tempo. Non c'erano alternative, non c'era appello alla sentenza. Dal momento che nessuno di noi poteva porre fine a quelle vite, per quanto artificialmente create e di gran lunga inferiori, decidemmo nell'unico modo possibile.
Il viaggio fu lungo e penoso, per quelli di noi che si offrirono volontari: gli esseri erano impauriti, disorientati e nervosi, tanto che fu necessario sospendere temporaneamente le loro funzioni biologiche mentre gli strumenti cercavano un luogo adatto al loro rilascio.
Se potessimo provare emozioni profonde come la tristezza, questo sarebbe certamente il momento più adatto. Mentre anche l'ultimo degli esseri abbandona l'astronave, mentre l'anziano esemplare si avvia con passo incerto verso un futuro che già non gli appartiene, sentiamo dentro di noi il vuoto che questa perdita ha creato. Un vuoto che non ci permetterà di avventurarci in altri esperimenti del genere perché nemmeno la scienza più progredita, neanche una civiltà avanzata come la nostra potrà creare esseri così... così...
La pianura sembra deserta, ma sappiamo che loro sono lì da qualche parte, disorientati e straziati per la separazione; mentre l'astronave si chiude e noi lasciamo qui questa testimonianza, un linguaggio d'impulsi e immagini che altre civiltà future potranno facilmente comprendere, sappiamo bene che è solo questione di tempo.
Popoleranno questo luogo perso nello spazio, lo riempiranno con le loro urla, con i loro gesti e le loro buffe movenze. Lo riempiranno di piccoli esseri e lotteranno per dare loro un posto sicuro in cui vivere. Si muoveranno su questa terra e la riempiranno di sangue, di guerra e odio, la domineranno perché è l'unica cosa che possono fare.
L'unica cosa che li porterà avanti.
Fino a quando scopriranno le vere radici delle loro essenze, capiranno d'essere figli dell'odio e cesseranno di generare odio.
Quel giorno, i nostri piccoli e buffi animali da compagnia spezzeranno la catena che li lega e saranno liberi. Dopo aver dominato il pianeta, domineranno le loro anime.
Come noi facemmo tanto, tantissimo tempo fa.Kwame tornava spesso ad Olduvai. Partiva a notte fonda, fermava la jeep sul ciglio della gola e scendeva giù percorrendone ampi tratti in perfetta solitudine. Non c'era un motivo preciso, solo una forte attrazione per i luoghi nei quali, stando ai ritrovamenti fossili, l'umanità aveva spiccato il volo.
«Lucy, qui!»
Il tono perentorio della sua voce colpì il cane, che deviò bruscamente dal suo personale percorso per raggiungere la guida, ferma al centro della gola. Gli occhi di Lucy erano grandi e neri e guardavano Kwame in attesa di un gesto, una carezza, qualsiasi cosa potesse farle capire che il suo padrone le voleva bene. Sorridendo, Kwame si accovacciò e massaggiò il collo del cane che, ebbro di gioia, prese a guaire senza ritegno.
«Buona, buona... vuoi rincorrere un sasso?» Senza attendere l'ovvia risposta, afferrò un sasso scuro e lo lanciò lontano. Lucy scattò e lo raggiunse nell'istante stesso in cui colpiva la terra riarsa dal sole; rimase alcuni istanti sul posto muovendo le zampe come per dissotterrare qualcosa e poi tornò da lui. Quando si fermò, aprendo le mascelle per far cadere ciò che aveva preso, Kwame rimase un attimo interdetto.
Si trattava di un oggetto scuro, levigato in ogni sua faccia e con una scanalatura lungo uno dei lati. Aveva le dimensioni di un grosso quaderno e quando le sue dita accarezzarono la superficie, si rese conto che la materia di cui era fatto l'oggetto era stranamente fresca, quasi non fosse stata esposta al sole africano.
Kwame si guardò intorno ma non vide nulla che potesse dargli una risposta. Rialzandosi, fece cenno a Lucy di seguirlo lungo il suo cammino.
«Stai a vedere che anche qui dovremo fare i conti con i rifiuti.»
Lucy rispose abbaiando. Saltellava allegramente, con le orecchie che si sollevavano ritmicamente come ali mal riuscite. «Chissà da dove viene questo oggetto... forse è il frammento di un razzo, o magari faceva parte di un walkman!»
Lucy si era temporaneamente allontanata nel tentativo di catturare un grosso insetto. Kwame aveva nel frattempo raggiunto il punto in cui, mesi prima, Harlan Breitner ed Helen Barrows avevano atteso che lui tornasse coi soccorsi. Il ricordo di quel giorno portò con sé le considerazioni e le congetture su quanto doveva essere accaduto tra i due. Kwame era ancora convinto che si trattasse di qualcosa di sessuale, o comunque di poco attinente alla scienza. Ora non aveva più molta importanza, dal momento che entrambi si erano dimessi dai loro incarichi, però la curiosità non si era sopita.
«Lucy!» La cagna lo raggiunse in un attimo. Kwame si chinò ancora per osservare meglio l'oggetto. Le sue dita scorsero lungo la scanalatura, nel tentativo di un tasto, una leva o qualche altro meccanismo, senza però alcun risultato.
«Eh, Lucy, questo è davvero un mistero... chissà di cosa si tratta.»
Lucy guaì, accovacciandosi a sua volta allungando il muso verso l'oggetto. Kwame la respinse dolcemente. «No, questa non è roba per te.»
Il sole era ormai alto, non si poteva rimanere oltre. La guida si rialzò, rigirandosi l'oggetto tra le mani.
«Che ne dici, potremmo usarlo come fermacarte.»
La cagna abbaiò come in segno d'approvazione, in realtà era solo ansiosa di fare un'altra corsa. Kwame raccolse un grosso sasso e lo scagliò verso la parete della gola; mentre Lucy correva sollevando polvere, pensò che quel posto era davvero strano. Da esso emanava un'aria magica, forse perché era uno dei luoghi in cui l'umanità aveva iniziato la sua corsa alla conquista della terra.
«Andiamo.» Lucy seguì il padrone verso la jeep, scodinzolando allegramente. Kwame l'osservò e le sorrise intenerito.
«Sei una cagnetta dolcissima, Lucy. La mia cagnetta.» L'accarezzò con trasporto mentre lei saltava sul sedile del passeggero, agitando il sedere per la contentezza. Tutto ciò che desiderava era stare col suo padrone; un po' di cibo e qualche sasso gettato lontano, ecco cosa la rendeva felice. Kwame salì a sua volta, posando l'oggetto ai piedi della cagnetta che accennò ad un guaito di protesta, usando i cuscinetti delle zampe anteriori per tastare la consistenza dell'oggetto scuro e misterioso.
«Cos'è, non ti piace?» Le chiese Kwame sorridendo. Lucy era davvero speciale e quando diceva a qualcuno che le mancava solo la parola, non lo faceva così per dire. Era la compagna silenziosa e fedele di ogni giorno, un essere incapace di offendere e assolutamente innamorato del proprio padrone.
Un animale da compagnia per l'uomo. Il cane era nato per quello, era stato praticamente creato per quello scopo.
La jeep si allontanò sobbalzando dalla gola, percorrendo un sentiero antico tracciato su una terra ancora più antica.Questo è un messaggio destinato ai discendenti della specie che abbiamo depositato sul pianeta. Quando lo raccoglierete, non avrete difficoltà a comprenderlo grazie al particolare meccanismo di comunicazione neurale.
Abbiamo abbandonato altri oggetti come questo affinché almeno uno di essi arrivasse fino a voi in condizioni sufficientemente buone da poter essere messo in funzione. Se, come pensiamo e speriamo, la vostra specie avrà popolato e conquistato il pianeta, allora chi sta ricevendo il messaggio dovrà disporsi a ricevere un'eredità forse pesante, ma necessaria, sulla vera origine della specie cui appartiene.
La nostra civiltà proviene da...«Insomma, Lucy: sembri ipnotizzata da quell'oggetto.» Rallentò l'andatura e allungò il braccio per afferrarlo, quindi lo posò sul volante.
Il sole batteva forte e impediva di vedere le righe variopinte che illuminavano il monitor, ma Kwame avvertì un brivido alla base del collo, come se qualcuno gli stesse facendo il solletico. Quando si rese conto che stava ascoltando qualcosa, fermò del tutto il mezzo e rimase immobile come un pupazzo, incurante del sole a picco; il messaggio prese forma nella sua mente e con esso anche immagini programmate per illustrarlo.
Lucy, eccitata dal fuori programma, era balzata fuori dalla jeep e correva intorno ad essa, abbaiando a più non posso per attirare l'attenzione del suo padrone.
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