Il Minuetto si fermò con uno stridio, un binario tronco fra i tanti della stazione di Napoli Centrale. I passeggeri che si erano preparati al principio di azione e reazione si trattennero ai pochi ferri predisposti. Rosalba non fece in tempo ed urtò un anziano signore che la guardò con aria contrariata.
- Mi scusi - disse sorridendo, ma lui non rispose al sorriso.
Anzi, si girò con una smorfia, probabilmente confutando l'ipotesi sulla maleducazione dei giovani moderni.
Rosalba si mise in fila ed attese che scendessero tutti. Mantenne con una mano la borsa, che continuava a scivolare dalla stoffa liscia del fresco giubbotto impermeabile nero, e con l'altra cercò l'equilibrio che le consentisse di scendere i due scalini del treno. Metteva di rado i tacchi alti, ma quel giorno si era preparata fin nei minimi dettagli per la visita alla grande città.
Il treno non sarebbe ripartito. Prelevò con calma il borsone ancora nella carrozza e lo sollevò con forza. Pesava, quel borsone, ma doveva pur tirarselo dietro. L'idea di non aver acquistato la valigia con le rotelle le tornò, con rabbia, alla mente.
La borsa le scivolò nuovamente dalle spalle. Ora sì che si pentiva dei tacchi, del borsone, delle rotelle che non c'erano. Con uno sbuffo, posò nuovamente il borsone, raccolse la borsa e cercò la cinghia così da allungarla e porsela comodamente a tracolla. Lo sguardo si spostò verso una coda dietro le sue spalle.
- Micio. - disse con dolcezza quando notò l'animale che iniziava a gironzolare intorno alle gambe.
- Sei carino, sì. - disse osservando il pelo nero e lucente - Ma non ho tempo, ora.
Gettò uno sguardo spaesato al marmo della stazione. Tutto grigio. Sembrava che non vi fosse altro che quel colore. Non sapeva dove andare, quindi decise di seguire la folla che aveva intrapreso un'unica direzione, trascinando il pesante borsone e barcollando sugli alti tacchi.Lungo il cammino si rese conto di non aver mai visto nulla di più grande. Non si era mai mossa da Agropoli, tranne che per le gite scolastiche, ed ora sembrava di camminare in una città entro la città. Altro che vasche nella piccola piazzetta della microscopica cittadina. Ci voleva mezz'ora solo per percorrere tutto il binario, figuriamoci orientarsi.
Si chiese perché non si era fatta accompagnare da suo padre. Non ci mise molto a darsi la risposta. In fondo, sapeva che lui non aveva ancora digerito la sua decisione. Semplice quanto complessa, per chi aveva sempre vissuto con i genitori fino a diciotto anni: iscriversi all'università di Napoli per sentirsi finalmente libera di crescere.
Ora aveva proprio bisogno di un bagno. Si fermò e posò lo sguardo ovunque riuscisse, spaziando fra edicole, viaggiatori di tutte le tinte, vetrine di negozi e...
- Micio! - disse nell'osservare i tondi occhi verdi dell'animale ai suoi piedi- Ma allora mi stai seguendo!
Era un grosso gattone nero con una coda che di più lunghe non ne aveva mai viste. Sembrava addomesticato e Rosalba pensò che si fosse smarrito.
- Ti aiuterei, se potessi. - disse guardando l'animale e senza pensare al fatto che gli stava addirittura parlando - Solo che ora ho da fare.
Il gatto insisteva. Le gironzolava fra le gambe come se la conoscesse. Allora Rosalba si chinò ed iniziò ad accarezzargli le orecchie spingendosi fin lungo i baffi, per far riconoscere il proprio odore.
- Sai dov'è un bagno, cucciolo? - poi sorrise - Ma che domande! - e si rialzò.
E subito, puntando il naso all'insù, notò svariati cartelli, uno dei quali indicava l'icona dei bagni. Chissà perché, non li aveva notati prima.
- Grazie! - esclamò in direzione del gatto. Sistemò la borsa a tracolla, raccolse il borsone e ricominciò a dondolare sui tacchi.
Iniziò a seguire le frecce, fermandosi ogni tanto per cercare altre indicazioni. Sembrava che stesse percorrendo chilometri su chilometri. Una marcia che non si addiceva certamente ai tacchi alti ed al pesante borsone che si trascinava dietro da almeno mezz'ora. Maledetti tacchi e maledetta madre natura che non l'aveva fatta andare oltre un misero metro e cinquantacinque.
Lo stimolo era sempre più impellente. Il passo si fece più veloce fino a che notò il termine della corsa: un vecchio edificio dalle pareti scure ed una porta. Osservò due uomini sulla soglia e si avvicinò.
- Per le signore è di là. - disse uno in un perfetto italiano che lei non s'aspettava.
Rosalba accennò un altro sorriso e voltò la testa osservando una lunga cabina prefabbricata in metallo bianco.
Mezz'ora di fila dopo, si rese conto di quanto la sua altezza fosse favorevole. Nel bagno non ci si riusciva a muovere e la porta non si chiudeva. Rosalba aprì la porta e cercò un gancio a cui appendere la borsa. Ricerca inutile.
- A' dia a me. - le disse una signora che pareva l'addetta ai bagni.
Rosalba stava per farlo, certamente non abituata a viaggiare ed ingenua come la sua età indicava.
Udì un miagolio rabbioso. Una piccola nuvola di pelo nero pareva l'arco di un vecchio portone sporco di fuliggine. La bocca aperta a mostrare due lunghi canini ed il miagolio lento, era quello di un felino che si prepara all'attacco. La signora indietreggiò di un passo e Rosalba non riuscì a proferir parola, terrorizzata dalla furia di un animale che, lei sapeva, non si sarebbe calmata se non dopo l'attacco.
L'animale balzò verso il collo della signora, ma lei riuscì a lanciarlo lontano con un braccio mentre con l'altro si proteggeva il viso.
Rosalba osservò il gatto riprendere l'attacco, più fulmineo di prima. Questa volta, il felino non si lasciò sorprendere ed aggredì la signora puntando direttamente al collo. La donna ripeté il brusco strattone con il braccio, ma lui vi si avvinghiò con tutta la forza di lunghe unghie affilate dall'evoluzione della specie.
La signora urlò. Il micio doveva averle fatto un profondo graffio sul braccio ed ora era di fronte a lei pronto ad attaccare nuovamente.
- Ma cosa? - disse Rosalba senza rendersi del tutto conto di cosa stesse accadendo.
Pareva imbestialito. Continuava ad accanirsi sulla signora. Balzava e graffiava, ne cercava il viso. Come un felino che deve uccidere una preda succulenta.
Le urla della signora richiamarono l'attenzione di un gruppetto di persone.
- Eccola! È lei! - urlò una voce dal tono più alto delle altre.
L'esclamazione tra la folla fu subito trasformata nel viso paonazzo dell'anziano signore che Rosalba aveva urtato nel treno.
- Ridamm o' mie portafoglio!
Rosalba iniziò a tremare. Se il gatto non fosse intervenuto, la sua borsa sarebbe finita chissà dove. E con essa tutti i soldi che il padre le aveva consegnato. Da quelli in contanti per pagare l'affitto ed il relativo anticipo, alla carta di credito prepagata, regalo per la sua valutazione massima al diploma.
Il signore anziano si era fatto accompagnare da un poliziotto della Polfer, che prontamente intervenne. Rosalba fu allontanata dal bagno e lo stimolo ad urinare le passò completamente. Cercò il gatto con gli occhi. In fondo, ora gli era debitrice. Guardò a destra ed a sinistra, fra le gambe della folla che si era radunata, in ogni angolo il suo sguardo riuscisse a raggiungere. Pareva scomparso.
Ancora tremante, decise di uscire dalla stazione e recarsi all'indirizzo che aveva memorizzato. Trascinando il pesante borsone, ricominciò a dondolare sui tacchi alti che, ora, sembravano due grossi macigni fissati ai piedi.Si sentiva libera come una colomba pasquale, ed era più che mai decisa a trovare da sola l'abitazione della parente che l'avrebbe ospitata nel periodo universitario. Superò la grande vetrata e si fermò fuori dalla stazione. Com'era tutto grande lì. Il più alto palazzo di Agropoli non poteva essere paragonato agli alti pali di vetro che aveva visto dal finestrino. Si sentiva priva di orientamento e non riuscì a muoversi per lungo tempo. Era rapita. Rapita dalla città che aveva visto solo in cartolina. Auto che andavano e venivano. Gente d'ogni tipo che non si voltava a guardare, abituati alla vastità del genere umano. Lei fissava tutti. Una volta a destra ed una volta a sinistra. E poi in alto e di nuovo a destra ed a sinistra. Era il momento di tirare fuori l'itinerario scaricato dalla guida Michelin su internet. Mosse una mano per aprire la borsa e ne estrasse un foglio con una cartina mal stampata ma leggibile.
-Io sono qui. - disse posando il dito sulla bandierina verde. - E devo andare qua. - il polpastrello dell'indice della mano destra seguì una linea rossa curvilinea fino ad una bandierina rossa.
-Bene. Ora devo cercare Corso Arnaldo Lucci. E siccome è alla mia sinistra, devo andare di là.
Girò il viso in direzione della sua sinistra ed iniziò a muoversi lentamente.Agropoli si riempiva di turisti partenopei, nella stagione estiva, e una delle famiglie a cui avevano affittato uno dei loro appartamenti le aveva indicato diversi alloggi per studenti.
Difficile convincere suo padre a stare da sola insieme ad altre sei ragazze, così come Rosalba aveva sperato. Alla fine, una signora dai capelli bianchi e dall'aria signorile le aveva offerto una possibilità: andare da lei in subaffitto. Viveva sola e un poco di giovane compagnia le avrebbe permesso di passare velocemente la lunga stagione invernale che lei odiava.
Aveva passato con la signora il mese estivo, così per abituarsi alla sua presenza. Era simpatica e le aveva detto tante cose. Era stata un'insegnante di latino e greco in un famoso liceo, ma non si era mai sposata e l'unica sorella era morta ormai da tempo.Rosalba si fermò appena fuori dalla stazione e si guardò intorno.
Osservò nuovamente l'itinerario e si convinse che doveva attraversare.
Dopo tanto tergiversare, la professoressa Filomena Incarnato aveva trovato un modo per convincere suo padre, ancora titubante nel mandare la figlia sola in una grande città. La signora fece parlare il padre, una sera serena, di fronte alla migliore frittura mista che Rosalba avesse mai mangiato. E tra un'avventura ed un'altra, il padre aveva scoperto di avere origini napoletane. Un trisavolo chissà come pescato dal passato. E così, due più due fa quattro ed alla fine della serata la professoressa era diventata una lontana parente.
Rosalba tirò su il naso ed osservò uno strano oggetto bianco stagliarsi all'orizzonte. Non sapeva cosa fosse, ma era certa che laggiù doveva esserci un porto.
- Che sciocca. - si disse - Ovvio che c'è il porto!
Il cartello ingrigito dai fumi di scarico delle auto che passavano senza soluzione di continuità, le confermarono che il percorso era giusto.
La professoressa Incarnato l'aveva lasciata a metà estate. Doveva rientrare a Napoli in tutta fretta. Rosalba si era chiesta il motivo. Aveva detto di non avere parenti. Decise di non fare domande. Lei le lasciò un numero di telefono e se andò di mattino presto con una frase: nun c''è bisogn ca' te dia o' mie indirizzo. - disse - nun appena si in corso Lucci, chiedi dell''americana.
Ed era lì, ora, alla ricerca di una strada dedotta dalle ricerche di suo padre sul numero di telefono della signora. L'avevano chiamata la sera prima e lei aveva detto che sarebbe rimasta a casa ad attenderla per tutto il giorno.
La cartina aveva un riferimento. Doveva superare Via Galileo Ferraris e continuare ad andare in direzione della sagoma chiara per almeno un centinaio di metri.
Lungo la strada incontrò un baracchino pieno di limoni ed arance. Di quei tempi, si disse. Pensava fosse una leggenda metropolitana, quella della spremuta d'agrumi in mezzo alla strada vista tante volte in vecchi film in bianco e nero. Era vero, era tutto vero.
Ora aveva sete. Pregustò il gusto amaro di una fresca limonata e posò il borsone. Questa volta ben stretto fra i piedi: almeno una lezione l'aveva imparata.
Un miagolio leggero dietro lei la fece girare.
- Micio... piccolo.
Rosalba si chinò per accarezzarlo.
- Sei scappato prima. Fatti ringraziare. - disse accarezzando il gatto per tutta la sua lunghezza.
- Signorì. Allora? - la richiamò una voce al di sopra della sua testa.
Il viso raggrinzito e magro del signore del baracchino la stava guardando con aria interrogativa, quasi preoccupata.
- Buongiorn, micia. - disse come se conoscesse l'animale.
E subito, la gatta rispose con un miagolio.
Rosalba era pronta a scommettere che la gatta stesse sorridendo. Ma il raziocinio la riportò sulla terra.
- Ho sete...e cerco anche un bagno. Credo di non poterla più trattenere!
Poi diresse lo sguardo verso il gatto, sorridendo.
- Così sei una lei, eh?
- A' lasci stare. - disse il commerciante mentre preparava una limonata -È selvatic e dà retta solament a' sua padrona.
Rosalba non disse nulla. Ciò che la gatta aveva fatto, mostrava tutto il contrario.
- Ppe o' bagno può rivolgers o' negozi e' scarpe a pochi metri ra qui...la limonat eccola! - il signore le porse un alto bicchiere con un liquido giallo e profumato -ed è a' miglior e' Napoli.Rosalba osservava il grigio dell'asfalto e l'andamento lento dei passanti che sembravano assaporare ogni secondo della vita. Il contrario di ciò che era abituata a fare a casa sua, dove pareva doversi allenare per i centro metri olimpionici tutti i giorni. Rallentò l'andatura. Si era ormai abituata al peso dell'ingombrante borsone. La gatta la precedeva, come se volesse guidarla. Lo scuro animale si fermò vicino alla vetrina di un negozio ed attese che la ragazza la raggiungesse.
Un negozio di scarpe! Rosalba l'aveva dedotto non appena aveva visto la gatta fermarsi. Un ampio tavolo nell'entrata conteneva molti modelli e scatole aperte ed un cartello indicava cinque euro.
- Solo? Un paio di scarpe solamente cinque euro?
Entrò subito, senza pensarci troppo. Non c'era nessuno dentro. Osservò molti modelli di scarpe basse, ciabatte, stivaletti estivi d'ogni tipo. Optò per un comodo paio di scarpe da ginnastica. Certo, non stavano bene con la gonna, ma era stanca di camminare con quei tacchi e non sapeva esattamente per quanto tempo avrebbe ancora dovuto camminare.
La commessa era una ragazzina. Dimostrava non più di quindici anni, ma entrò con un bimbo tra le braccia. Nemmeno le avesse letto nel pensiero, disse in chiaro accento partenopeo:
- È mie fratello!
Poi si mise a ridere dell'evidente imbarazzo di Rosalba.
- Scusa. Io non sono di qui e se ne raccontano tante. A proposito... - Rosalba pensò bene di chiedere informazioni. - Sto cercando l'americana. Mi indichi dove abita? Rischio di perdermi altrimenti!
Rosalba si sedette su una sedia in plastica e si cambiò le scarpe. La ragazza la fissava con sguardo strano e non le rispose.
- Avrei anche bisogno di un bagno, per favore. - disse allora.
Rosalba porse alla commessa lo scatolo con dentro le scarpe con i tacchi e mentre indossava le più comode richiese:
- È un'anziana professoressa di latino che abita qui vicino. Ho una cartina, ma la realtà è molto diversa. Sai dove abita l'americana?
Lo sguardo della commessa era di stupore misto a derisione, ora. Rosalba la guardò dal basso mentre si allacciava le nuove scarpe e capì che qualcosa non andava.
La ragazza si allontanò dietro un bancone e si abbassò alla ricerca di una busta.- Tu si matta! - le rispose finalmente.
Rosalba si avvicinò. Aveva già fra le mani i cinque euro per pagare. Nel passare davanti allo specchio, notò che quelle scarpe stavano bene anche con la gonna.
Non si chiese il motivo di quella affermazione.
- Oh beh, si vede che non la conoscono tutti. L'estate scorsa mi disse che qui tutti la conoscono come l'americana e di chiedere di lei.
La commessa la guardò negli occhi, con un sorriso ironico stampato sulle labbra che iniziava ad infastidire Rosalba.
- O' bagno è e' là. Dimmi l'indirizz e te darò e' indicazion ca' cerchi.
Si chiedeva, ora che passeggiava seguendo le nuove indicazioni che la ragazza le aveva dato, il motivo di quella strana reazione. Sicuramente la conosceva, altrimenti lo avrebbe detto. Iniziava ad avere fame e camminava ormai da mezz'ora continuando a girare in tondo.
Non aveva più visto la gatta da quando era uscita dal negozio di scarpe. Rosalba poggiò la borsa sul marciapiede, maledicendo nuovamente l'idea di partire da sola.
- Ma qui è un labirinto! - disse in un sussurro - Dovevo girare a destra e poi a sinistra. E sono nuovamente in Corso Lucci.
Da un negozio poco lontano proveniva un profumo meraviglioso di pizza. Mosse pochi passi per raggiungerlo e vide nuovamente la gatta, appollaiata come una gallina in cova nell'angolo dell'entrata.
- Mi prendi pure in giro, eh?
Disse alla gatta, stavolta decisa a non darle corda.
Entrò nel negozio e cercò con lo sguardo un posto in cui sedersi, accomodandosi poi su un alto sgabello sul quale riuscì a malapena ad arrampicarsi. Si sentiva più sicura, ora, ed ebbe come la sensazione d'essere già stata da quelle parti.
Un cameriere in camicia bianca la guardò sorridendo, attendendo l'ordinazione.
- Una bottiglietta d'acqua gassata ed una fetta di pizza, per favore. - disse lei.
Sul bancone vi era a malapena lo spazio per un bicchiere e la bottiglia. Il ragazzo le porse la fetta di pizza incartata in un foglio bianco di carta oleata. Lei posò la cartina e vide il ragazzo che sbirciava. Allora la voltò. La infastidivano i curiosi.
Addentò la pizza e la terminò in meno di un minuto.
Il ragazzo la guardò sorridendo.
- Ne vuole un'altra, signorì?
Lei annuì ed addentò la seconda fetta con meno fretta, questa volta assaporando la morbidezza della pasta e prendendo con le mani un filo ribelle di mozzarella.
Un buon bicchiere colmo d'acqua calmò la sete, ma non la curiosità dei pensieri che, in quella pausa, aveva avuto il tempo di seguire.
- Scusi - disse mentre attendeva il resto dei cinque euro che aveva pagato - Lei mi può indicare dove abita l'americana?
Il ragazzo, che aveva sorriso fino ad allora, smise improvvisamente e ricambiò lo sguardo ansioso di Rosalba con uno che assomigliava a quello ironico della commessa precedente.
- Signorina, è meglio nun farle certe domande!
Questa poi. Aveva semplicemente chiesto un'informazione.Uscì dalla pizzeria ancora più confusa di prima. Controllò nuovamente la cartina e le indicazioni aggiuntive della commessa.
- Alla prossima a destra.
Si incamminò decisa a beccare la destra giusta, a passo svelto e con la sensazione di avere su di lei lo sguardo di tutte le persone che stavano da quelle parti. Si girò verso le sue spalle. Il ragazzo era uscito dalla pizzeria e la stava guardando. La gatta continuava a precederla.-Visto che ne sai tanto. - disse fermandosi per passare il borsone all'altra mano - Fammi strada.
La gatta sembrava aver capito. Rallentò il passò, dando il tempo a Rosalba di raggiungerla. Ogni tanto, un passante la salutava e la gatta rispondeva miagolando. Un bambino scappò dal braccio della mamma per raggiungere la gatta. Rosalba non udì cosa stesse dicendo, ma osservò la gatta strofinare il muso sulle mani del bambino. Per quanto ne sapeva lei, i gatti lo fanno solo se ti conoscono.
-E meno male che sei selvatica. - disse fra se e sé commentando la frase pronunciata dal signore delle bibite.
Il bambino fu richiamato da una mamma urlante e la gatta gettò uno sguardo in direzione di Rosalba.
-Sono qui, sì. Ti seguo. - disse lei senza più meraviglia.
La gatta andava a passo svelto, ora, come se avesse fretta. La vide girare a sinistra e la seguì aumentando la velocità. Il borsone era sempre più pesante. Aveva voglia di lasciarlo lì, nascosto in un angolo. Si fermò per riposarsi.
La gatta. Aveva perso di vista la gatta. Rosalba si guardò intorno. La stradina era stretta e buia. I vecchi palazzi così alti da non concedere il transito dei raggi di sole. E la gatta nera come la notte più buia. Impossibile vederla.
Si guardò intorno, allora, acuendo la vista, aprendo gli occhi come per abituarli all'oscurità. Si girò indietro e si stupì di non vedere la fine della strada. Per quanto tempo aveva camminato? Controllò l'orologio: le lancette ferme alle tre. Esattamente l'ora in cui aveva svoltato a destra.
Rosalba era senza pensieri. Si rese solamente conto che lei era una fifona, di quelle che odiano ogni riferimento a scene violente nei film.
-Micia. - chiamò piano - Fatti vedere, cucciola. Altrimenti come faccio a seguirti?
La mente di Rosalba si concentrò sul miagolio di altri gatti, ma non udì quello che sperava. Sollevò il borsone e riprese a camminare. Dove andare? La lunga strada aveva tanti sbocchi e tanti portoni. Il viso verso l'alto le fece notare panni stesi alle finestre. Si aspettava il chiasso di anziane comari affacciate ai balconi, mentre il silenzio era opprimente e pareva una scatola che circondava la sua testa.
Un passo, due passi, tre passi. Quanto aveva camminato? E dov'era la gatta?
Una coda. Rosalba si rese conto di una coda che usciva sottile dall'angolo di un palazzo. Affrettò il passo, allora. Sapeva che era la gatta, sentiva istintivamente il miagolio invadere tutte le percezioni che i sensi acuiti dalla paura le restituivano.
La coda non si muoveva. Poggiò il borsone ed allungò il viso oltre l'angolo.
Una macchia rossa pareva essersi sostituita al pelo nero della gatta e Rosalba rimase ad osservarla per un po', stupendosi per non aver voglia di fuggire lontano. Si chinò, allora, per osservare meglio e solo allora sentì il miagolio che avrebbe riconosciuto fra milioni di altri uguali.
La gatta, la sua gatta iniziò a strofinare il muso contro le gambe continuando a miagolare.
-Seguimi.
Rosalba udì un'armoniosa e profonda voce femminile. Non si preoccupò di cercarne la fonte, fissò la gatta ed annuì.
L'animale iniziò a camminare piano, dandole il tempo di riprendere il borsone e Rosalba la seguì.
La gatta giunse davanti ad un enorme cancello in ferro battuto ormai arrugginito. La piccola via era senza uscita e sembrava terminare nel palazzo signorile che s'intravedeva dietro il cancello. Anche se non si vedeva oltre che un piccolo disimpegno buio, Rosalba notò una fioca luce provenire dallo stanzino di un portiere. Non vi era nessuno e nessuno degli inquilini indicati nel pannello dei campanelli aveva risposto alla pressione dei pulsanti.
-Bene. - disse rispondendo allo sguardo della gatta - Ed ora come entro? - si guardò intorno - In guardiola non c'è nessuno.La micia rispose con un leggero miagolio. Pareva essere d'accordo con lei e comprendere perfettamente il linguaggio. Rosalba si allontanò dal portone e rimase con il naso all'insù ad osservare le finestre ed un piccolo balconcino che affacciava a pochi centimetri dal cancello.
-Tu dici? - rispose ad un muto messaggio della gatta. - Lo avrai fatto centinaia di volte. Io non so arrampicarmi.
Gli animali non sanno sorridere. Diciamo, piuttosto, che non possono. Non posseggono tutti i muscoli facciali che danno al nostro viso mille impressioni. Rosalba lo sapeva bene e sorrise al suo posto.
-Fammi vedere come fai ed io cercherò di studiare i tuoi movimenti.
La gatta, allora, balzò su uno dei ferri del cancello, estese il proprio corpo salendo sbarra dopo sbarra fino alla cima.
-Fin qui è semplice - disse Rosalba sorridendo.
Maledisse la gonna. La sollevò leggermente lasciando liberi due corti quanto perfetti arti inferiori e mimò le mosse del micio. Lei era più alta di un gatto e raggiunse subito la cima del cancello. Osservò la micia appollaiata come un uccellino su uno dei ferri. A vederla, pareva la posizione più comoda del mondo.
-Fin qui ci siamo. - disse alla gatta. - Mostrami il seguito.
La gatta, allora, scomparve dentro un buco nel muro di cui lei non si era resa conto.
-Eh no, cucciola ! - disse subito Rosalba. - Di lì proprio non ci passo.
La gatta tornò fuori. Rosalba e l'animale sembravano ora in perfetta empatia. Parlavano fra loro. La ragazza interpretava i messaggi muti dell'animale e la gatta miagolava come in un cenno d'assenso.
La gatta balzò nuovamente fuori e fissò un palo di una grondaia che saliva curvandosi vicino alla posizione di Rosalba.
-Ecco...- disse Rosalba titubante. - Ci provo.
La ragazza allungò un braccio verso il tubo costatando che non era fatto di plastica come quello di casa sua, ma d'un solido materiale che le avrebbe consentito di aggrapparsi. Si sentì sicura. Allungò il busto e le braccia, abbracciando il tubo. Poi si spostò di peso fino a che il piede lasciò il cancello e rimase penzoloni a tre metri d'altezza.
Ciondolandosi e tenendo ben ferme le braccia, sollevò il corpo ringraziando le ore passate in palestra e gli addominali di una giovane diciottenne. Il corpo leggero l'aiutò nel compito e l'altezza le consentì di sollevarsi facilmente fino a che il piede riuscì a trovare un pezzo di tubo. Incastrò il piede e rimase arrampicata. A mezzo metro dal tubo rivide lo stretto balconcino notato prima e la gatta che sembrava attenderla.
-Visto? - le disse.
Le bastò allungare una gamba per raggiungere il balcone.
Nel sorridere alla gatta, si sbilanciò verso il vetro di accesso alla casa. La portafinestra si aprì all'improvviso e Rosalba cadde pesantemente sul pavimento della stanza.La ragazza rimase per qualche istante sdraiata sul pavimento. Il rivestimento era un mosaico rosso mattone, di quelli che aveva visto nelle vecchie case di campagna. Rosalba si sedette ed accarezzò a lungo il fondoschiena, poi si decise a dare uno sguardo intorno.
La stanza sembrava un salottino. Si vedeva una comoda poltroncina blu dai ghirigori orientali, un tavolino in vetro con dentro svariati oggetti e, in un angolo, un enorme televisore a schermo piatto. La gatta era nuovamente scomparsa, ma Rosalba non se ne preoccupò. Aveva raggiunto la meta, anche se ora si vergognava del modo in cui era entrata.
Si rialzò e mosse pochi passi raggiungendo l'unica porta d'accesso al resto dell'appartamento. Si trovò in un piccolo corridoio e notò un secondo divano bianco incastrato fra la parete e la porta d'entrata. Alla sua destra vide una porta chiusa e a sinistra una porta a soffietto aperta dalla quale s'intravedeva uno stretto cucinino.Indecisa sulla strada da intraprendere, si voltò nella direzione del cucinino e notò una grossa fotografia appesa alla parete.
L'immagine di un grosso gatto nero le fece riconoscere l'animale che l'aveva portata fin lì. Sotto, una didascalia: l'americana.
Sobbalzò alla lettura del nome e comprese finalmente il motivo per cui tutti l'avevano guardata con ironia.
-L'americana... - si disse in un sussurro - ...la gatta è l'americana.
La gatta della professoressa Incarnato l'aveva raggiunta alla stazione e diretta verso la casa della signora. Le pareva impossibile. Aveva letto e studiato le leggende che si attribuivano ai gatti. Dal crederli messaggeri del Dio Ra, ai poteri sovrannaturali. Ciò che aveva portato l'ignoranza umana a gettarli da una torre, credendo così di liberarsi dalla demoniaca presenza.
Brividi di freddo iniziarono a scenderle lungo la schiena e rimase a lungo a fissare la fotografia, con la voglia di scappare.
Una brezza gelida proveniva dalle sue spalle. Rosalba si girò e notò uno spiraglio di luce provenire dall'uscio che prima era chiuso.
Fissò la porta, alla ricerca dell'immagine della gatta. L'unica apparizione che l'avrebbe fatta sentire meglio. Non un rumore sentiva intorno a sé. Tutto era immerso nel profondo silenzio che l'aveva accompagnata da quando aveva lasciato Corso Lucci.
Rosalba si mosse lentamente. Ora aveva paura. La brezza gelida la fece tremare e la costrinse a strofinarsi le braccia alla ricerca di un poco di calore. Fissò la porta d'entrata. Avrebbe potuto scappare, invece un pensiero opprimente, un seguimi silenzioso, la costrinse a raggiungere l'altra porta. Tirò un profondo sospiro e mosse una mano per aprirla. La coscienza le diceva di non farlo, d'allontanarsi, ma Rosalba non riusciva a seguirla.
L'uscio si aprì con uno stridio. La ragazza rimase di fronte alla soglia senza muoversi. Un altro profondo sospiro la convinse che ora doveva entrare. Allora si sporse in avanti e le gambe si allungarono in un altro passo.
Ora era dentro la stanza. Aveva visto una luce e sentito la brezza gelida. Invece, si trovò di fronte ad uno schermo nero e la brezza si fece più forte, come un vento improvviso. Rosalba perse l'equilibrio e cadde nella stanza. Un mondo privo di tempo iniziò a proiettarsi nella sua mente. Un film, di cui poteva nitidamente vedere le immagini, la fece sentire come uno spettatore emozionato che non vedeva l'ora di assaporare la spettacolare pellicola di cui aveva tanto sentito parlare.
Riflettori illuminarono la stanza. L'immagine era sfuocata, ai lati si perdeva in una fitta nebbia. Al centro, la figura della professoressa Incarnato si alzava dal letto e prendeva una lunga vestaglia rosa poggiata su una poltroncina rossa. Il viso era sereno.
La professoressa mosse pochi passi, la vide scomparire al di là della porta e poi ricomparire all'indietro, come in un montaggio giocoso nel quale il regista mostra le scene al contrario. Un ridicolo film comico.
Non c'era nulla da ridere. Rosalba sentì la gola stringersi in un nodo d'angoscia. Il suo corpo iniziò a tremare. Una donna, una donna stava minacciando la professoressa con un coltello. La signora che non aveva fatto in tempo a conoscere meglio, stava lentamente arretrando. Nel suo viso paura, le labbra in un ghigno da film horror.La donna era di spalle, Rosalba non riusciva a vederla. Vide il braccio alzarsi ed il pugnale scendere lentamente alla ricerca della carne. La professoressa continuava ad arretrare. Cadde sul letto quando ne raggiunse la sponda. Il coltello affondò nel morbido materasso. La professoressa urlava. Rosalba sentiva le proprie corde vocali muoversi senza emettere suono. Sospirò profondamente ed emise un gemito, un flebile no con la consapevolezza che era fuori dalla scena. Mosse le mani per entrarvi, sembrava che vi fosse un vetro spesso ed iniziò a battere contro quel vetro per attirare l'attenzione dell'assassino. Era lì, doveva far qualcosa, poteva salvarla.
La donna si girò e fissò nel vuoto. Rosalba arretrò, allora, convinta che l'avesse vista. La professoressa continuava a toccarsi un braccio ferito e Rosalba vide il sangue gocciolare dal suo. La riconobbe. Rosalba sapeva chi era, aveva già visto quella donna.
La ragazza si girò di scatto. Doveva far qualcosa. La porta, non c'era più la porta. Intorno a lei era un gioco di specchi, quelli del luna park, quella maledetta giostra col soffione terminale che l'aveva spaventata da bambina. Era rimasta bloccata lì dentro e suo padre aveva chiamato il gestore, che l'aveva guidata fino all'uscita. Ed il soffione, quel maledetto soffione, aveva concluso un'avventura che ancora ricordava.
Non c'era nessuno lì. La sua immagine si rifletteva ovunque. Da dove era venuta? Cosa ci faceva lì?
Rosalba smise di tremare nello stesso momento in cui una fitta lancinante le bloccò il battito cardiaco. Sentì il muscolo vitale smettere di battere e la vita scorrerle davanti, fotogramma dopo fotogramma.
Ora capiva. I ricordi iniziarono a riaffiorare, ma non li riconosceva come suoi. Vedeva un cucciolo di gatto, un gomitolo di pelo nero. Vedeva una strada ed un bidone della spazzatura. Non capiva cosa fosse, ma riconobbe un'immagine vista tante volte sulle riviste.
- Cosa ci faccio a New York? - si chiese prima di svenire.Una parete bianca sembrava riempire tutto l'universo. Voleva aprire gli occhi, ma la luce l'accecava. Iniziava a risentire il proprio corpo. Cercò le dita e diede l'ordine di muoversi. I polpastrelli le restituirono la fresca sensazione di un morbido tessuto. Ordinò alla testa di girarsi, allora. E la testa rispose all'ordine. Era viva.
-Bambina mia. - una calda voce raggiunse il timpano. Sì, era viva.
-Papà - rispose lei con gli occhi chiusi.
La risposta giunse subito. Sentì la mano calda del padre che le accarezzava la fronte e le sue labbra che si posavano dolcemente su una guancia.
-Bambina mia. Mi hai fatto prender un bello spavento, sai? - il padre sussurrava piano, nell'orecchio.
Rosalba ordinò alle labbra di muoversi. Ed esse risposero con un sorriso e gli occhi finalmente si aprirono.
-Mi dispiace, papà. - disse nel vedere l'espressione preoccupata del padre china su di lei.
-Di cosa, piccola mia? Te la senti di raccontarmi cos'è accaduto? - rispose lui sorridendo.
-È quello che vorrei sapere anche io. - Una voce baritonale proveniva dal fondo della stanza.
Rosalba aprì completamente gli occhi e mosse il viso nella direzione della voce. Un alta figura si stagliò, gigantesca vista dalla sua posizione. Un omone con un impermeabile e dallo sguardo severo la guardò preoccupato. Le parole uscirono dalle labbra di Rosalba, prima lentamente poi sempre più velocemente, mentre la sua coscienza buttava fuori tutto e descriveva ogni istante di ciò che aveva vissuto.
Il padre le teneva la mano e lei concluse il racconto singhiozzando.
-La signora Incarnato...- la voce le si spezzò. Rosalba richiuse gli occhi. - Chi può averla uccisa? - disse in un sussurro.
-Signorì! Le domande le faccio io. - rispose il commissario. - Tu dimmi come sei entrata in casa.
-Io...sono entrata dalla finestra. Quella affaccia sul balconcino prospiciente il cancello.
-E non potevi farti aprire dal portiere o, che so, suonare i campanelli? - chiese il commissario. Ora sorrideva.
-Ho...ho provato. - Rosalba si rendeva conto della sciocchezza che aveva fatto. - Il portiere non c'era e nessuno dei campanelli che ho suonato mi ha risposto. Poi...poi la gatta mi ha fatto notare il balconcino e...
-La gatta? - disse il padre voltandosi, poi, a fissare il commissario.
-Sì. Ed ho scalato il cancello e sono entrata.-E come facevi a sapere che quella finestra portava all'appartamento della professoressa? - chiese il commissario dubbioso.
-La gat...- Rosalba iniziava a rendersi conto delle cretinate che stava dicendo. Aveva parlato con un gatto. E capì le parole del ragazzo e gli sguardi strani dei passanti. Decise che era meglio non raccontare quella parte. - Intuito. - aggiunse - L'ho intuito. Era l'unico numero uno presente sul campanello. Uno vuol dire primo piano, giusto?
Il commissario tirò un sospiro di sollievo. Questo era credibile.
-Io so chi ha ucciso la professoressa. - le parole uscirono dalla bocca di Rosalba improvvisamente, senza attraversare la coscienza.
Il commissario la guardò con aria ironica.
-Impossibile, signorì. La signora è stata uccisa di buon mattino mentre lei è stata trovata dai vicini, attirati dalle sue urla, alle sette di sera. Esattamente dodici ore dopo.
Rosalba si morse le labbra. Però doveva andare avanti.
-Le dico che io so chi è stato. Non mi chieda come e si fidi di quanto le dico.
Il commissario si sedette sul letto ed il padre sistemò il cuscino di Rosalba in modo che lei potesse alzarsi e poggiarvi il busto.
-Mi ascolti, commissario. Ieri mattina è stata fermata una borseggiatrice alla stazione di Napoli. C'ero anche io. Cerchi quella donna. È stata lei.
-Sei ancora sotto shock. - il padre di Rosalba intervenne - La lasci riposare, commissario.
-Ci provi, almeno. E controlli il graffio delle unghie di un gatto su un braccio. È la prova che sto dicendo la verità.- insistette Rosalba. Finalmente aveva capito cosa era accaduto.
Il commissario si allontanò e Rosalba lo vide armeggiare con il telefonino. Dieci minuti dopo, uno squillo confermava l'arresto. Il commissario la guardò, rimase all'ascolto e girò il viso. - Cosa? - disse e tornò a guardare la ragazza.
Quando spense il cellulare, il viso del commissario esprimeva stupore.
-Non so come tu abbia fatto. - disse - Al telefono mi hanno detto che hanno perquisito l'appartamento della borseggiatrice della stazione e... - il commissario scosse il capo - e hanno trovato alcuni oggetti della professoressa segnalati come oggetti scomparsi dalla casa della vittima. - Il commissario la guardò dall'alto - Non so come tu abbia fatto: la donna ha su un braccio dei profondi graffi. Le unghie di un felino, pare.
Rosalba sorrise. L'incubo era finito e la sua avventura aveva un senso.
-Una cosa è certa. - continuò il commissario guardando il padre di Rosalba - Se sua figlia non fosse entrata nell'appartamento, nessuno si sarebbe accorto di nulla. La professoressa era una persona molto schiva ed i vicini ce l'hanno descritta come insopportabile. Nessuno s'interessava a lei. Tranne alcuni barboni, fra i quali l'assassino, che l'andavano a trovare per un pasto caldo e per ricevere aiuto. Nel quartiere tutti la chiamavano l'americana. - Rosalba sorrise. Forse anche il commissario si stava confondendo. Ascoltò il suo racconto. - Dal nome della sua gatta raccolta durante un viaggio a New York.
-La gatta, sì. - Rosalba sorrise. - Sapete dov'è? Ha bisogno di un padrone, ora.
-Purtroppo l'abbiamo trovata priva di vita ai piedi del letto. Evidentemente ha cercato di difendere la sua padrona.
Rosalba ricordò l'aggressione di cui era stata testimone alla stazione. Aveva vissuto nella gatta. Non era lei ad essere stata ferita, se ne accorgeva solamente ora nel constatare che non vi erano fasciature sul suo corpo. Una lacrima scese dal suo viso.
-Papà. Puoi fare una cosa per me?Un'ora dopo Rosalba si sentiva molto meglio. Il padre entrò nella stanza con un grosso cesto di vimini.
-Li hai trovati? - chiese lei mentre lui poggiava il cesto sul letto.
-Sì. - rispose lui - nascosti nel buco del muro proprio sopra al cancello. Come mi hai indicato. - il padre alzò una copertina bianca e sette gattini si affacciarono.
Rosalba li vide sorridere.
-I gatti hanno sette vite. - disse Rosalba accarezzandoli uno ad uno.
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