«È proprio vero che sto bene?» mi chiedo.
«Ci sto bene dentro casa?» insisto.
«E che vuol dire poi che sto bene?».
Parto e proseguo così per un bel pezzo, percorrendo chilometri in pochi metri quadri e digerendo il quotidiano come se niente fosse.
Una cosa è certa: se sto bene dentro casa vuol dire che sto bene a pensare. Vuol dire che godo a martellarmi la testa, senza riscontri e con zero tornaconti.
Penso di continuo, a casa. A casa ci sto bene ma è anche vero che pensare mi pesa.
Solo cosi spiego lo stereo acceso, costantemente nutrito a raffiche di cd a offerta.
Allo stesso modo, sono tregua al pensiero le miriadi di faccende quotidiane cui adempio con zelo zen ciclicamente.
In sostanza, non sto mai fermo e, come detto altre volte, raramente accendo la tv.
La tv mi fa paura, mi blocca il pensiero, lo cattura e lo inghiottisce.
Altra cosa le faccende, che lo leniscono e lo sotterrano ma lo fanno sentire.
Allora cerco polvere nascosta, spazzo guardingo e spolvero, tolgo ragnatele e passo il cencio vigoroso. Con la musica accesa, che stimola la testa e la riposa, verso il portone, col pavimento bagnato e la porta aperta.
Poi il cencio è dato e io sono fuori, la porta chiusa e le finestre aperte, spenti i termosifoni, passa tranquilla in ogni posto l'aria che asciuga, disinfetta e dà vita.
Sono fuori e ho ancora da fare, con la zucca che lavora distante, occupata da ritmi e tempi morti.
Prima sciacquo il cencio alla fontana, pulisco il secchio e tutto appoggio ad asciugare vicino al portone, nel mezzo della piazza.
Il più delle volte ho con me la spazzatura, vetro, cartone e plastica da riciclare, il che significa passeggiare tranquilli, godersi le facce e cercare i discorsi.
Grande cosa i discorsi. Attutiscono i rumori del cervello e sono comunione, supporto e spunto. Per ripensare, rimuginare, riposare le meningi e andare avanti.
Allora resti lì e ascolti.
In pochi passi, passano macchine tirate a lustro, donne come le macchine in questione e uomini rimessi, lavati, stirati e impacchettati.
Questo la Domenica, il Sabato sera o al più presto il Venerdì.
«Che si gioca in casa domani?»
«Sì. Chi mette in campo?»
«Due punte, il centrocampo e la difesa.»
Cominci a capire che sei sempre lì, a presidiare il tuo campo, il tuo giorno, il lavoro e il tuo ruolo. Centrocampo, difesa o attacco.
Ci sei dentro e corri. A perdi fiato, senza speranza, vigoroso, vincente o verso i box.
Corrono i discorsi a raffica e son sempre gli stessi.
«Valentino che ha fatto?»
«E Schumacher, la Ferrari, la Renault, Briatore, i motori, le prove, le gomme, le curve, i circuiti, gli assetti, gli alettoni, le varianti e i meccanici?» Sempre lì.
Altra cosa se si lavora. I giorni di lavoro è come essere in corsa, dentro la gara, ai propri posti. E si parla d'altro. Pronti, attenti, via. Fica, politica e basta! È tutto stanco.
Si fa presto allora a riposare, nei giorni di festa o in quelli del chiodo.
Ascolto la gente, sto a sentire. La chiamo, la cerco e la faccio parlare, così vado in pausa e non penso a pensare. Tanto ognuno ha la sua.
Da dire, da nascondere o gestire. Venduta a peso d'oro o sputata ai quattro venti, esaltata, gonfiata o soffiata fra i denti.
Stare a sentire è un riposo, c'è poco da fare.
Ascolto dunque e ce n'è per tutti, in ogni campo, ad ogni ora, in tutti i posti.
Riposo mentale a saldo, gratis, a prezzi stracciati. Non c'è che da uscire, in ogni momento, cercare qualcuno e prestare l'orecchio.
Da parte mia, qualche monosillabo cadenzato, concentrazione nel mostrarmi attento, partecipe finto interesse e il piatto è servito.
Marzio recita una poesia di Covoni. È alto, piacente, un certo stile in decadenza, occhi chiarissimi, è ricciolo e parla serrato. È pieno di alcool.
Passo ad altri veloce quando attacca risentito, con la vita all'estero e gli anni in Tanzania.
Pino ha in mano il futuro o almeno così dice.
Ha pochissimi capelli, i giorni sempre uguali, 27 anni, una macchina usata, è grasso, solo e sorride imperterrito.
«Mi devi aiutare.»-dice complice.
«Dimmi, se posso, volentieri». Il cervello finalmente spento, l'udito sull'attenti e il cuore leggero.
Capelli strategicamente riposti, abbondanza di gesti, i soliti panni e fare da affar di stato, Pino mi spiega la questione.
«Ho trovato una casa. Sperduta, isolata e disabitata. Non c'è che da entrare, scegliere, prendere, vendere e incassare. Tu guidi il pulmino, io penso al resto. Tre ore al massimo e siamo fuori. Nessuno sa niente e noi siamo nuovi, ricchi, rinati.»
Continua a gesticolare Pino, mi spiega i particolari, va via una mezz'oretta e io sono alleggerito, distaccato e contento.
Penso alla libertà di parola e concludo che è una gran cosa, una risorsa e un rifugio.
Tutti hanno voglia di parlare ed io li sto a sentire. Nessuna spesa, niente trucchi né inganni.
Declino comunque l'invito, ringrazio per la fiducia e torno sulla via di casa.
Raccatto lo straccio e il secchio e parto alleggerito a passi lunghi verso il rifugio, dove l'aria ha fatto il suo, tutto è asciutto e pulito.
Sono pronto a ripartire, libero dai pensieri e vuoto.
Qualcosa non mi torna però.
Mi sento una sanguisuga. Succhio l'altrui logorio mentale in una sorta di simbiosi parassitaria, alla ricerca di una pace di testa, senza spese, sforzi o compromessi.
«È giusto questo? È una cosa buona?»-mi domando.
Le risposte mi si addensano in testa in un filo lunghissimo che chissà dove porta.
Una cosa è certa: la pausa è finita e la testa riparte. Al lavoro, a capo basso, tempo pieno. Riprovo con la musica e tiro il fiato.
Sono così mi sa, c'è poco da fare, pensa e ripensa è quello che sono.
Sto a sentire io. Punto e basta.


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