A Stefano, Mauro, Mirco
Passa sotto la nostra casa qualche volta
Volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti
Ma non ti soffermare troppo a lungo
Mario Luzi "Dal fondo delle campagne"Quando arrivo a San Giovanni in Laterano è un giovedì di fine inverno, rivedo il mio bel San Giovanni come lo chiama Dante, ma questa non è Firenze ma Roma e soprattutto io non sono il poeta ma un N.N. come tanti, venuto al mondo da una bussola girevole. Che luogo carico di memorie: è qui che nel 1084 Roma cominciò ad essere saccheggiata dalle truppe di Roberto il Guiscardo; passarono proprio dalla porta di San Giovanni detta dell'Asinara. In quei secoli Roma aveva mantenuto ancora vivo un poco della sua antica grandezza, i saccheggiatori portarono via una parte d’eternità. Quel saccheggio fu tremendo, peggiore di quello più famoso del 1527 dei Lanzichenecchi. Comunque sia sono tornato dopo vent’anni e passo sotto quella stessa porta, subito dopo sono in via Taranto che comincia proprio qui davanti. La percorro tutta e passo le sue scuole, le sue chiese, i negozi e i giornalai; i palazzi costruiti durante il fascismo, chissà se qualcuno avrà ospitato qualche gerarca. Seguo il corso della via che curva e va a morire in una piazza quadrangolare: Piazza Ragusa. Ora sono veramente tornato a casa, mi sembra che sia cambiato ben poco.
Qui che per la prima volta una mitologia dimenticata mi ha raccontato di un essere da Bestiario medievale: la Codina, a mezza via tra befana e strega, la criptozoologia afferma che rapisca bambini cattivi. La piazza si apre con l’altruismo di un fioraio e lo scroscio di una fontanella, er nasone, è lì che nelle estati calcinanti ho cercato di spegnere la sete, di rinfrescare capelli troppo asciutti. La prima via sulla destra è in discesa e ospita l’orfanotrofio dove sono cresciuto, tra quei labirinti d’angoscia ho contato da solo le mie età, ho soffiato su candeline immaginarie. Subito dopo c’è il Grande Antro, la caverna, la costruzione che ospita l’immenso deposito degli autobus. Questi serpentoni entrano ed escono da quella enorme bocca che sembra appartenere alla scultura del Bosco Sacro di Bomarzo, un infinito urlo muto spalancato sulla piazza; quante volte ho imitato quel grido sordo nella camerata dove dormivo. Lì di fianco c’è la via che decenni fa ospitava un mercato; vedo che è rimasto un solo banco, triste solitario e finale testimone dell'antico civil commercio distrutto dall'anonimato dei centri commerciali. C’è anche la stazione da cui sono partito, un non-luogo dove si è sempre di transito, andata e ritorno, ti confondi con chi va e chi resta. Se non sei allergico alla polvere puoi entrare in un negozietto che era il mio preferito, incredibilmente c’è ancora, dove per pochi spicci avrai in cambio l’universo di Flash Gordon, le praterie di Tex Willer e gli oceani di Corto Maltese; una vera apertura fantastica su tutto il mondo delle immagini disegnate. La piazza ha un’anima di un quadrato verde, un giardinetto che hanno sistemato bene, al centro un muretto circolare tenta la risoluzione geometrica della quadratura del cerchio. Scopro con piacere che in questo nucleo verde hanno eretto un masso e una lapide a tutti i nativi d’America, in particolare ai Sioux Oglaga, che sono stati sterminati dalla scoperta di Colombo fino a pochi decenni fa. È bello immaginare in questo francobollo di città eterna, nel cuore del vecchio mondo, un indiano, un Alce Nero qualsiasi, vestito di pelle di bisonte che invoca la presenza del Grande Spirito per il suo popolo, per sé e per la sua terra. Il tutto a pochi metri da una chiesa intitolata all’ennesimo Sant’Antonio nella cattolicissima Roma, quale esempio migliore di sincretismo. Sopravvive ancora la bottega di un barbiere, stavo per dire di barberia come si usava una volta, dove in cambio di tre ore di attesa avrai compagnia maschile, consigli utili per la schedina del totocalcio ed anche un caffè oltre ad un buon taglio di capelli. Al terzo piano dello stesso palazzo c’era una "Lupa", la nostra vecchia "Mamma Roma", scambiava noi orfani per seminaristi, in cambio di un’assoluzione ci dava il suo povero amore. È strano e meraviglioso come questo microcosmo sia rimasto pressoché immutato per quasi venti anni. Sono cresciuto qui tra l’orfanotrofio e la sagrestia con il suo odore di sacro dove mangiavo le ostie avanzate dalla messa e bevevo quel vino annacquato; ho avuto tante suore per madri durante la settimana e la domenica un padre in prestito dalla chiesa. Durante la messa prestavo servizio come chierichetto solo per avere il consenso del prete ad usare il campo da calcio dell’oratorio, lì tra la strada e la piazza ho preso a calci sogni e rabbia. Sinceramente non saprei dire se Thomas Wolfe abbia ragione quando ha scritto il romanzo "Tu non puoi tornare a casa", io ci sono riuscito, ma non è stato facile affrontare i propri fantasmi. Dopo dieci anni in un paese straniero e dieci per tornare ho vissuto una personalissima odissea ma non c’è Penelope né Telemaco ad aspettarmi, solo un vecchio prete stanco e la personalissima idea che se non ce l’hai una casa la puoi sempre costruire come e dove credi; la mia è tutta in questa piazza, Piazza Ragusa, che sembra sussurrarmi, come i cipressi di Carducci, "ben tornato".
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