Lidia si svegliò quella mattina con un senso di gonfiore che saliva dalle caviglie all'addome. I pensieri che rimbalzavano tra la cena della vigilia di Natale, dalle diciassette alle ventidue, quasi un orario d'ufficio stabilito basandosi sulle tradizioni popolari, al pranzo del giorno prima.
Sua madre, al solito, aveva esagerato. Parlava di quelle feste dal giorno dell'Immacolata. In una settimana, aveva fatto spese ogni giorno, saltellando dal pescivendolo al macellaio, dal salumiere al fruttivendolo, senza soste, dalla mattina alla sera.
Assurdo – pensava Lidia – come l'annuncio della solita moltitudine di parenti che sarebbero giunti da tutta Italia, portasse la sorgente biologica della sua vita a considerare la propria casa come un allevamento di suini.
Tutti gli anni la stessa storia: una guerra di calorie in eccesso, senza tregua, dal ventiquattro dicembre, data della dichiarazione di guerra, al sei gennaio.
Lasciò i propri pensieri vagare nella mente e voltò la testa per posare lo sguardo sulla sveglia poggiata sul comodino. Le lancette, illuminate da un debole raggio di sole che giocava a nascondino con i segmenti aperti della persiana ancora abbassata, le concessero una lettura nebbiosa: lancette ad
angolo piatto.
Calcolò approssimativamente quante volte in un giorno le lancette di un orologio formavano centottanta gradi, lasciando agli occhi il tempo necessario affinché la visione distinta percorresse il nervo ottico ed al suo cervello il tempo necessario per suggerire l'ora esatta: le nove ed un quarto!
«Accidentii! Com'è tardi!» – l'affermazione uscì dalle sue labbra ma non raggiunse l'orecchio, così si disse che forse aveva solamente pensato. L'unica cosa che udiva distintamente, a parte il fischio prolungato di un silenzio poco adatto ad un centro cittadino, era il rumore dei succhi gastrici dei quali poteva perfino percepire l'odore nauseabondo ed immaginare i movimenti muscolari del suo stomaco che accompagnavano una digestione lenta.
«Sciocchezze!» – affermò questa volta, aprendo le labbra come ad urlare e pizzicando le corde vocali per alzarne la modulazione sonora. A quel punto lo udì, il suono. Gli occhi, ora abituati alla semioscurità, osservarono la S cavalcare il lampadario, e la C poggiarsi sulla lancetta dei secondi e ridere gioiosamente per quel nuovo gioco. Udì la I fuggire verso l'armadio urlando: alzati che è tardi! E le due Z gemelle che, divertite, passeggiavano sulla sua pancia gonfia, che faceva apparire il letto come una mongolfiera.
Cercò la zona del cervello adatta a trasmettere ai nervi il movimento, trovò i piedi e, con la testa leggermente sollevata dal cuscino, osservò il loro giocare a nascondino tra le lenzuola e la coperta, nel frattempo sfuggita al materasso.
Finalmente, il comando di un neurone coraggioso, lottando contro la voglia di dormire ancora, come un Napoleone in una Waterloo di fritto misto, riuscì a far muovere le gambe. La schiena seguì il movimento faticosamente, dimenticando la testa penzoloni all'indietro, con i capelli che, leggeri, carezzavano il cuscino. Fino a che, il segnale raggiunse il collo ed anche la testa seguì l'addrizzarsi della spina dorsale.
Almeno si era sollevata: Il più è fatto – pensò ora lucidamente.
I piedi cercarono tentoni le ciabatte, mentre i ricordi ancora annebbiati dalla sera precedente ricostruivano, studiandone gli indizi, la longitudine e la latitudine occupata dalle stesse.
Mosse la testa a destra ed a sinistra, nel tentativo di superare la curva dello stomaco gonfio da due giorni di pranzi e cene. Nulla da fare. Continuò a muovere i piedi, fino a che la pelle della pianta, curva e morbida, le restituì la sensazione del soffice e caldo contatto con il pelo delle ciabatte.
Bene – pensò infilandole – ora posso alzarmi.
Comandò alle gambe di raddrizzarsi e queste, tremolanti dalla pressione bassa conseguente all'ingestione della fetta di un panettone non ancora digerito, le suggerirono di rimanere seduta ancora un poco. Il tempo necessario di riportarle alla mente il suo diniego all'ennesimo rococò, ed ecco che il pancione sfidò il baricentro, la circolazione sanguigna evitò la zuffa fra globuli bianchi e molecole di colesterolo e, finalmente, la posizione eretta le ricordò che era ancora un essere umano.
Lentamente, posando un piede avanti l'altro come un funambolo su una corda tesa, raggiunse la porta della stanza e la mano incerta, moltiplicata per due dalle vertigini, riuscì ad abbassare la maniglia ed aprirla.
Si affacciò allo spiraglio di luce, senza aprirla del tutto, alla ricerca delle onde sonore: «Ehi! Siete tutti a letto?» disse, o almeno così credette.
Nessuna risposta certa raggiunse il suo timpano, solamente bisbigli lontani e rumori metallici confusi.
Uscì spalancando la porta lo stretto necessario per far uscire il pancione, pieno di lasagne e spaghetti alle vongole. Il corridoio era illuminato dalla luce che filtrava attraverso il vetro della porta del bagno, incrociando il riflesso azzurro del vetro smerigliato posto sulla parete di fronte a lei.
Immaginò che fossero ancora tutti a letto.
Così, si mosse verso il riflesso, toccò una maniglia nascosta e la parete si aprì, lasciando intravedere due divani gialli e le tessere della tombola ancora sparse in modo disordinato sul tavolo del salone, dopo la notte di gioco e nell'attesa della successiva.
Riuscì ad evitare un'enorme cristalliera, con uno sportello aperto nell'attesa che i piatti del servizio buono fossero riposti, lottando con la vertigine e comandando al suo stomaco di cessare l'eco del suo lavoro, un rumore che pareva rimbalzare da parete a parete.
Aprì una seconda porta di legno scuro ed entrò nella cucina, ancora piena degli odori delle ricette, con l'unico desiderio di scolare un paio di litri di acqua e limone, unico rimedio ad una digestione ormai impossibile da gestire.
Pareva non esservi nessuno: lo sportello della lavastoviglie aperto, il cestello pieno di posate e pentole già lavate e pronte per lo strofinaccio. Si mosse verso la finestra e, spostando la tendina, rimase ad osservare il nuovo giorno e la città alle prese con i soliti movimenti. Un rumore alle sue spalle la distolse da inutili pensieri suicidi: almeno – pensò – così riuscirò a digerire!
«Buongiorno, Lidia! Era ora!»
Si voltò, guidata da strani pensieri: perché suicidarmi se posso eliminare il problema alla fonte?
Guardò l'essere, rosso in volto come il miglior prosciutto crudo stagionato.
Vide le uvette scure immerse in un bianco d'uovo montato a neve ben ferma, che la fissavano. Un panino tondo e cinque grissini, stringevano una paletta di legno, la più adatta per rimestare ‘O ragù. Due sfilatini alla francese s'infilavano in altrettanti zamponi fumanti e parevano muoversi verso lei,
mentre un enorme melone d'inverno, coperto da un sottile velo di pan di spagna con fragole che uscivano da un lato all'altro, si chiudeva su un pandoro per bambini alla cima del quale un panettone alla milanese dal quale fuoriuscivano milioni di filamenti di cioccolato.
Due chewingum rosei iniziarono a muoversi, e le note che ne uscivano parevano diavolilli colorati pronti a tuffarsi sugli struffoli.
«Hai fatto colazione? Devi mangiare, figlia mia, guarda come sei sciupata!»
I suoi pensieri percepirono il movimento delle labbra che si piegavano in un srriso ironico, man mano che l'essere mostruoso si avvicinava a lei.
«Oh no, mamma, lo farò ora! Ho proprio fame sai?»

Un lasso di tempo dopo, non poteva stabilire quanto ne fosse trascorso, i pensieri le porsero una voce che pareva uscire da un tunnel, come un treno da una galleria.
«Allora, Lidia, perché hai ucciso tua madre?»
La risposta, cercò la risposta accendendo e spegnendo le luci natalizie multicolore, immerse nella grigia nebbia della materia cerebrale.
«Avevo fame…avevo ancora fame!»


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