13. Bioetica Donne & Scienza:
Scienza e religione seconda parte

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Scienza e religione non sono in conflitto: la possibilità di un dialogo

Nel 1993 suscitò scalpore l'istituzione, presso l'Università di Cambridge in UK, di un corso di seminari in Teologia e Scienze Naturali, grazie ad una donazione privata di un milione di sterline. La motivazione del corso era che esso avrebbe offerto l'opportunità di capire meglio la nostra attuale esistenza, intesa come integrazione sia di entità fisiche che spirituali: Scienza e Religione sono complementari e rappresentano le due facce di un'unica verità.
In genere, queste iniziative sono motivate dal fatto che sono molti ad auspicare che l'educazione scientifica venga ampliata a coprire la storia della filosofia, il che aiuterebbe a comprendere meglio, secondo i promotori, come il pensiero occidentale, ivi compresa la religione, sia un unicum che ha preso le mosse dagli albori della nostra civiltà e si è sviluppato fino ai giorni nostri (non si dimentichi il dibattito sulle origini cristiane dell'Europa, a proposito della costituzione Europea).
Alcuni aggiungono che la ricerca di valori e il tema, così impopolare oggigiorno, dell'assunzione di responsabilità, ne trarrebbero vantaggio, in una società contemporanea, complessa e fragile da questo punto di vista.

Polkinghorne           Ward

La fondazione Templeton

Nel 1999 c'erano almeno dieci centri dedicati allo studio sui rapporti tra scienza e religione negli Stati Uniti, che organizzavano corsi e conferenze sul tema. Una buona parte di questi era finanziata dalla Fondazione John Templeton, un magnate della finanza, che dal 1972 ha istituito un premio annuale (di 1,3 milioni di $) per il progresso nella religione. Esso viene attribuito a chiunque abbia dimostrato, con straordinaria originalità, un avanzamento nella comprensione della spiritualità. Fisici eminenti come Ian Barbour e Freeman Dyson hanno vinto questo premio.
La fondazione è nata nel 1987 ed è stata gestita dal fondatore stesso con una serie di consiglieri di alta formazione di tipo scientifico, teologico, ed economico. La maggioranza dei consulenti della fondazione sono cristiani, ma non mancano anche musulmani. Templeton è uno di coloro che sostiene che la religione abbia tutto da guadagnare dall'indagine scientifica. Lo scopo della fondazione secondo le parole stesse del fondatore è "quella di incoraggiare una esplorazione a largo raggio delle dimensioni morali e spirituali dell'universo e del potenziale umano..." e su questa attività ha stanziato ben quaranta milioni di dollari.
Altri impegni della Fondazione sono il finanziamento di dodici milioni di dollari assegnato al Centro per la Teologia e le Scienze Naturali dell'Università della California, di Berkeley. Nel giugno del 1999 questa università ha organizzato una conferenza dal titolo Science and the Spiritual Quest a cui sono stati invitati parecchi scienziati.
Un'altra delle attività finanziate dalla fondazione, con ben dieci milioni di dollari, è un progetto per lo studio teologico, sociale e scientifico del perdono e della riconciliazione in popolazioni animali, famiglie, tribù ed altri gruppi. Ricerche che rientrano in questa area riguardano studi sulla teoria delle competizioni cooperative, sul brain imaging, sull'origine dell'AIDS, a sulla primatologia. Scienziati, che si proclamano decisamente atei, non disdegnano di attingere a questi finanziamenti, che considerano non essere assolutamente condizionati. Più in generale, viene riconosciuta alla Fondazione l'avere offerto una sede all'indagine di problemi che trovano finalmente la possibilità di essere affrontati, e in maniera non riscontrabile in altre sedi: lo studio, ad esempio dell'evoluzione dei rapporti di fiducia, all'interno di vari tipi di società, come base di codici morali e religiosi; o lo studio sul ruolo della spiritualità nella guarigione.

Tuttavia lettori più critici di questi progetti vedono in essi l'intenzione di promuovere la religione ad un livello di più alta rispettabilità intellettuale nell'ambiente scientifico. Tra i critici non mancano anche i religiosi: un prete responsabile per l'AAAS (American Association of Academy of Sciences) del programma sulla religione, e consulente della stessa Fondazione, ritiene che l'idea originaria di Templeton, che una informazione più accurata e dettagliata sulla spiritualità, di stampo scientifico, possa aiutare a capire Dio, sia alquanto ingenua.
La sezione di fisica dell'AAAS ha contestato questa relazione stretta tra l'AAAS e la Fondazione ed in particolare il programma comune di due milioni di dollari sul Dialogo tra Scienza, etica e religione. L'allora Presidente dell'AAAS, Stephen Jay Gould, si fece garante dell'indipendenza dello studio, anche se ha dovuto successivamente ammettere che era stato imprudente accettare questa "relazione pericolosa".
Anche la rivista Science and Spirit è decollata con il finanziamento della stessa fondazione a cui vanno aggiunte le più recenti Zygon e Theology and Science.
La religione al centro di questi attività è il cristianesimo, anche se ci sono stati alcuni tentativi di includere in questi studi altri tipi di religione.
Le domande alla base di queste attività possono essere schematizzate come segue:
- Può l'universo descritto dalla scienza essere visto al contempo come creazione del Dio giudaico-cristiano?
- Questo Dio può operare all'interno di questo universo scientifico e come lo fa?
- La storia cristiana, con la nascita e morte di Cristo, ha ancora senso alla luce della scienza contemporanea?
Ed ancora: Noi esseri umani abbiamo una finalità? La morte è la fine di tutto? Esiste una realtà ultima?

A queste domande una serie di studiosi, più o meno collegati alla Fondazione, rispondono affermativamente, ma con argomentazioni molto diverse tra loro.
John Polkinghorne, fisico delle particelle, past-president del Queens' College di Cambridge, e ministro della Chiesa anglicana, ha sostenuto in un suo libro, che ha avuto molto successo anche tra gli scienziati, per la chiarezza e la semplicità delle argomentazioni, che non esistono contraddizioni. [1]
Le sue argomentazioni si fondano sul cosiddetto principio antropico: l'universo è stato costruito specificamente perché vi avesse luogo la vita. Le regole e le leggi atomiche e molecolari su cui questo universo si fonda, e le costanti che ne fissano il comportamento sono venute fuori tra miliardi di altre possibili situazioni. Solo dunque l'atto di un creatore può avere fissato (scelto) proprio queste. La presenza del creatore si dimostra nella bellezza e perfezione dei più fini dettagli messi in luce proprio dalla conoscenza scientifica: basterebbe che la gravità fosse un tantino più debole o un tantino più forte che lo stesso sistema solare non esisterebbe.
Il punto debole di questa teoria, si obietta, è che essa trova il suo fondamento in quanto possibilità tra le infinite che possiamo scientificamente immaginare: ma qui appunto si passa al regno della fantasia, anche se in forma di equazioni in cui variabili diverse possono fare immaginare mondi diversi. Circa la possibilità che esse possano esistere realmente, questa è però solo materia di fede.
Keith Ward, insegnante di logica matematica e Regius Professor of Divinity a Oxford, cerca di fornire una lettura di più ampio respiro, essendosi occupato per lungo tempo di uno studio comparativo tra varie religioni, incluse quelle orientali, come il buddismo e l'induismo. Egli non vede momento migliore per la cristianità, nella sua coerenza con le più recenti scoperte scientifiche. Le leggi della fisica descrivono eventi la cui origine non può essere che Dio. Ovviamente, perché tutto torni egli deve rinunciare alla veridicità dei sacri testi e sostenerne un significato metaforico.
Un argomento che tale autore utilizza è quello di attaccare il positivismo estremo (riduzionismo e determinismo) giudicandoli, essi stessi, materia di fede, in quanto esiste un'innumerevole serie di fenomeni (si pensi alla cultura o alle emozioni umane) che solo con una buona dose di cecità neopositivista si può sperare di ricondurre a geni e molecole.[2]
Secondo il filosofo della scienza e teologo Wenzel van Huyssteen, la visione post-moderna del mondo aiuterebbe ad operare quella sintesi tra scienza e religione che, in tempi di rigidi dogmatismi, non era stato possibile fare. Il post-modernismo è infatti caratterizzato da una visione più pluralistica delle religioni, e da un'esigenza di coesistenza pacifica lontana dalle crociate del passato, ma soprattutto dall'attenzione alle incarnazioni contestuali di tutte le conoscenze: proprio questa caratteristica aiuta a entrare nel merito e a capire il significato delle culture che si sono storicamente determinate. Questo non vuol dire che oggi per noi la legge di gravità è tale ma, in un contesto culturale nuovo sarebbe diversa: vuol dire, invece, che il contesto può attribuire valenze diverse anche a leggi immutabili. Tuttavia, il tentativo di riconciliazione che van Huyssteen affida alla epistemologia evoluzionistica (il tentativo dei comprendere la razionalità umana alla luce della evoluzione biologica), appare veramente debole. Anche se egli stesso ammette che non solo i geni e i neuroni possono spiegare il pensiero umano, sia esso religioso o scientifico, appare chiaro che la disciplina a cui si affida non promette necessariamente una sintesi. [3]

Dalai            Collins
Il Dalai Lama e il buddismo

Il Mind & Life Institute situato a Luisville (Colorado) e funzionante dal 1980 ha lo scopo di promuovere la comunicazione tra la scienza ed il buddismo.
Dal 1987 il Dalai Lama ha convocato a Dharamsala in India (sede del governo tibetano in esilio), proprio con il supporto di questa organizzazione, almeno una quindicina di conferenze, con lo scopo di essere aggiornato sulle frontiere della conoscenza sulla mente umana. Il Dalai Lama non ha mai nascosto il suo interesse per la scienza: ha infatti dichiarato che se non fosse stato monaco avrebbe voluto essere un ingegnere. Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace ha detto: sia la scienza che l'insegnamento del Budda ci parlano della fondamentale unità di tutte le cose. Curiosamente, inoltre, l'autorevole rivista Nature ci informa che, nonostante i tibetani siano solo lo 0,1% della popolazione mondiale, essi hanno rappresentato almeno il 10% della forza lavoro impiegata nel Progetto Genoma.
L'interesse dei buddisti per il funzionamento della mente non deve meravigliare, visto che essi credono e investono moltissimo nella meditazione, una pratica che aumenterebbe il potere di concentrazione e, in termini forse più azzardati, trasformerebbe letteralmente la mente. Alle conferenze di Dharamsala, partecipano oltre al Dalai Lama, alcuni monaci e un numero ristretto di neurobiologi e psicologi invitati a parlare, di volta in volta, di temi molto specializzati. Sembra che i monaci trovino riscontro delle loro esperienze cognitive nelle osservazioni scientifiche, e viceversa alcuni scienziati hanno prodotto evidenze scientifiche della più elevata consapevolezza riscontrata in persone abituate alla meditazione.
Certo è che il dialogo funziona, se il Dalai Lama è stato invitato a Washington, nel novembre del 2005, a parlare al convegno annuale della Society of Neuroscience. Ovviamente non sono mancati i critici, che hanno rilevato una forzatura proprio in quelle ricerche mirate a trovare un legame tra meditazione e funzionamento fisiologico del cervello. Inoltre gli stessi hanno denunciato il tentativo di utilizzare la scienza per avvicinare le persone alla religione e ad alcune idee pericolose, come la reincarnazione ed il creazionismo. Tuttavia, è stato replicato che la presenza del Dalai Lama era prevista non nella parte scientifica del convegno, ma nella sessione destinata al "dialogo tra neuroscienze e società" e apparentemente la maggior parte di partecipanti al convegno (circa 30.000 delegati da tutto il mondo) sembravano molto interessati ad ascoltarlo.
Infatti, anche sul piano scientifico, sono in molti a riconoscere che l'esperienza buddista del controllo delle emozioni negative, sembra un'area di grande interesse per la ricerca nel campo delle neuroscienze. Il Dalai Lama ha invitato molti monaci a collaborare alle ricerche in questo settore e non mancano pubblicazioni sul tema in riviste scientifiche di alto livello. Per capirne di più si può ricorrere al suo libro, pubblicato nel 2005, sulla convergenza tra scienza spiritualità. [4]
Il pensiero analitico buddista e il metodo scientifico sono messi a confronto: ne risulta che le procedure sono molto simili, ma mentre la scienza parte dal dato oggettivo, la religione buddista parte da quello soggettivo, poi l'osservazione viene sottoposta ad analisi, interpretazione e conclusione in ambedue le istanze.
L'invito è quello di non sottovalutare la soggettività, anche nella scoperta scientifica: la storia della scienza è ricca di esempi di supporto a questa tesi.
Per venire poi alla comprensione della coscienza stessa, ci si trova di fronte al possibile paradosso che proprio l'oggetto dello studio non sia in grado di capire se stesso: tutto quello che le neuroscienze stanno mettendo in luce oggi giorno (e il Dalai Lama ne parla con cognizione di causa) non spiega infatti come pensieri ed emozioni trovino origine.
La posizione del Dalai Lama è di rispetto per la scienza, di apertura e accettazione di quello che la scienza produce su forti e rigorose basi sperimentali, ma pensa anche, da buon leader religioso, che la scienza non sia in grado di capire e risolvere i problemi di questo mondo e che uno sguardo soggettivo e compassionevole al mondo che ci circonda, è un arricchimento per tutti.

La Pontifica Accademia delle Scienze

Essa è stata creata da Pio XI nel 1936, che l'ha separata dall'Accademia dei Lincei, fondata nel 1603. Vale la pena di ricordare che quest'ultima fu nominata così, nell'auspicio che la scienza avrebbe messo in grado le persone di percepire la natura con sguardi così penetranti come quelli della Lince.
Lo scopo della Accademia Pontificia è quello di promuovere il progresso delle scienze matematiche, fisiche e naturali e lo studio dei relativi problemi epistemologici.
Ne fanno parte 80 membri, che sono chiamati a mettere a disposizione del papa e della Curia la loro conoscenza ed esperienza.
Ne sono stati membri scienziati eminenti quali A. Fleming, N. Bohr, C. Raman, W. Heisenberg e, tra i contemporanei, ricordiamo i premi Nobel Carlo Rubbia, David Baltimore, Joseph Murray, Rita Levi Montalcini.
Secondo lo statuto, essi sono chiamati a pronunciarsi in piena libertà sui temi di maggiore attualità: pubblicazioni recenti riguardano l'origine e l'evoluzione della vita, la geosfera e il clima, il problema del cibo nei paesi in via di sviluppo, nonché ovviamente i temi più scottanti della bioetica. Per i laici che ne fanno parte essa è "l'occasione unica di farsi ascoltare da un leader carismatico a livello mondiale, e di tentare di influenzare l'accettazione delle nuove conoscenze e tecnologie da parte della gente, attraverso una così autorevole istituzione quale è la chiesa cattolica". Tuttavia, in occasione del Giubileo, non sono mancate una lezione su "La teologia naturale alla luce della moderna cosmologia e biologia" da parte di un filosofo dell'Università di Oxford, e la dichiarazione da parte del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che lo studio di Cristo è la suprema scienza della vita.
La realtà è che le posizioni della Chiesa hanno delle ricadute politiche, e proprio per questo, essa si riserva di cogliere, nell'assistenza scientifica che le viene data, solo quegli aspetti che sono consoni e di supporto al suo impianto teologico. Tra i loro successi, i membri dell'accademia ascrivono la riabilitazione di Galileo e l'accettazione del DNA ricombinante, ma tra gli insuccessi ci sono la datazione della Sindone (su cui la chiesa ha ignorato completamente alcuni dati scientifici) o, aspetto più grave, il problema recente del controllo dell'AIDS mediante l'uso del preservativo. Dovremmo aggiungere poi tutte inesattezze scientifiche presenti nella posizione della chiesa cattolica su inizio e fine della vita, cellule staminali, e così via, malgrado la consulenza degli esperti dell'Accademia pontificia.

Confucio

Questa filosofia orientale (antica di venticinque secoli e diffusa tra milioni di persone) rivendica, come il buddismo, una profonda affinità con la scienza. Si citano a questo proposito le parole di Confucio: "Il perfezionamento della conoscenza dipende dallo studio delle cose. Se si vuole portare avanti la ricerca nel migliore dei modi, dobbiamo studiare i principi di tutte le cose con cui veniamo in contatto, poiché la mente dell'uomo è fatta certamente per conoscere, e non vi è cosa semplice in cui non siano presenti i suoi propri principi. Ma, fintantoché, tutti i principi non siano ricercati, la conoscenza dell'uomo sarà incompleta."
Qui ci imbattiamo di nuovo nel ruolo avuto dalle religioni sull'evoluzione della scienza. La scienza moderna, che risale alla cultura occidentale del XVI secolo, deve molto, secondo alcuni, all'influenza della concezione individualistica cristiana, condizione unica per lo sviluppo della creatività. Il confucianesimo, invece, col suo forte incoraggiamento alla auto-disciplina contrasterebbe questa qualità essenziale allo sviluppo del pensiero (ma quale religione o filosofia non da questa indicazione?).
In ogni caso, la scienza cinese ha dati risultati importanti molto prima che quella occidentale cominciasse ad occupare la scena. Joseph Needham lo ha descritto nel suo famoso libro sulla scienza e la civiltà in Cina. [5]

Le evidenze statistiche

A chiusura di questa parte sembra utile dare anche un quadro della presenza di scienziati credenti nell'ambito della comunità scientifica. Il mondo anglosassone, sempre molto pragmatico, si è occupato di indagare scientificamente la presenza della fede negli scienziati. Una delle indagini più accurate risale al 1916, ad opera di James Leuba: The belief in God and Immortality: A Psychological, Anthropological and Statistical study, [Sherman, French &Co, 1916].
I risultati dimostrarono che il 60% degli scienziati (su 1000 intervistati, scelti a caso) non credeva in Dio. Ma il 73% dei non-credenti, tuttavia, dichiaravano di desiderare l'immortalità e il 20% ci credeva!
Lo stesso tipo di indagine è stato ripetuto a 80 anni di distanza da Edward J. Larson e Larry Withman. [6]
I dati dimostrano che la situazione non sembra cambiata molto, tranne che per il desiderio di immortalità che crolla al 10%. L'altra novità, prodotta da questa ricerca, è che i matematici sono quelli più inclini a credere in Dio (il 44,6% dei credenti). Questi studiosi hanno anche esteso il questionario a eminenti scienziati (membri della National Academy of Sciences): lo studio ha confermato quanto suggerito in quello precedente, e cioè che ai più alti livelli professionali la fede si indebolisce molto, in quanto i credenti si aggirano solo intorno al 20%. Ovviamente, tutti questi autori forniscono analisi e spiegazioni dettagliate e sofisticate, sull'impostazione dei loro studi e sulle possibili interpretazioni dei risultati.

Tuttavia qui emerge un tema, che spesso viene occultato dalla violenza del dibattito pubblico: la fede è un fatto personale. Uno scienziato serio sa che non troverà mai risposte esaustive alle sue indagini: in questa situazione o accetta questa intrinseca caratteristica della ricerca scientifica o affida la risposta ad un Dio Onnipotente. Quest'ultima scelta non inficia la qualità del lavoro scientifico. Ne da testimonianza F. S. Collins, (Direttore del National Human Genome Research Institute, Bethesda, Maryland) nel libro che ha recentemente pubblicato. [7] Egli crede in una sorta di evoluzione teistica, guidata cioè da Dio, che ha voluto gli esseri umani dotati di certe caratteristiche, ivi inclusa una legge morale, che pure non può essere studiata col metodo scientifico.
Come ebbe a dire Galileo: le Sacre Scritture intendono insegnare all'uomo come raggiungere il paradiso, non come funzionano i paradisi.

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