2. Bioetica Donne & Scienza:
Etica e mala-fede

Tornate all'indice degli articoli
Tornate alla sala saggistica

Non si tratta di bioetica nel senso stretto della parola, ma certamente riguarda l'etica della vita e specialmente quella della relazione tra soggetti diversi per pensieri e convinzioni, su un tema delicato come quello della famiglia e della procreazione.
Mi pongo, allibita, diverse questioni a proposito di certi esponenti cattolici:
- come sia possibile che parlino, con tanta autorevolezza, persone che forniscono esempi di vita in profondo conflitto con la fede proclamata;
- come sia possibile che, per sostenere principi sacri (almeno per alcuni), si usino argomenti di estrema banalità che appaiono immediatamente di scarsa credibilità, rispetto a storia e realtà delle istituzioni e delle persone.
È pur vero che in questi tempi un po' confusi, si dà voce pubblicamente a persone che in qualunque famiglia "perbene" (secondo i difensori della stessa) si cercherebbe di zittire o di non esibire in salotto durante ricevimenti, ma a cui si chiederebbe garbatamente di restare in camera propria. Invece, li si invita dovunque, magari anche ai Festival di Filosofia. Costoro si proclamano persone di fede, e intanto strumentalizzano ipocritamente la Chiesa e la fede per mascherare interessi di potere.
Tralasciamo tutte quelle argomentazioni che un minimo di cultura vorrebbe che fossero tenute, comunque, presenti: del tipo che l'idea di famiglia, anche a partire dai testi sacri, si è evoluta nei secoli, come pure i rapporti all'interno di essa, che hanno visto i vari soggetti in posizioni diverse (in termini di eguaglianza e rispetto) a seconda se maschi o femmine, se primogeniti o no; che il matrimonio è diventata una tappa istituzionale (e sacrale) solo a ridosso del Medio Evo e che la famiglia ideale come viene proposta oggi dalla chiesa, è essenzialmente quella del modello borghese ottocentesco. A questo si potrebbero aggiungere i matrimoni annullati dalla Sacra Rota, specialmente quelli dei potenti, come i Pinochet (la cui famiglia ne registra più d'uno).
Ci sarebbe dunque da aspettarsi che un minimo di esitazione accompagnasse le riflessioni sui rapporti di coppia, forse anche di imbarazzo, nel trattare di argomenti così seri, in una società complessa e ingiusta come quella in cui viviamo.
Per coloro che credono veramente, basterebbe proclamare in tutta serenità la forza che una fede coerente, dà alle proprie scelte di vita.
Per altri sarebbe sufficiente documentarsi un po' in ambiti sociologici e storici, per fornire argomentazioni più equilibrate e meno surreali, alle loro posizioni.
Eppure, a ben riflettere, incomincio a pensare che la scelta di non approfondire seriamente l'argomento della famiglia, ma di preferire rozzi e generici slogan, fa parte di una strategia, portata avanti con arroganza e mancanza di rispetto per le posizioni degli altri interlocutori, che conferma appunto la mala-fede di costoro. È una scelta precisa quella di ignorare storia e realtà, di trasmettere messaggi dogmatici, senza nemmeno fare attenzione ai linguaggi usati, per spiazzare i più deboli ed evitare il vero confronto.
La volontà sembra proprio essere quella di offendere gli interlocutori, non solo come persone di opinioni diverse ma proprio in quanto persone, trattate da ignominiosi sovversivi, qualunque cosa dicano di diverso da loro, oppure da poveri semplicioni.

È francamente questo sentimento di indignazione che ho provato nel leggere il libro a cura di Paola Binetti, Una storia tormentata. Il desiderio di maternità e paternità nelle coppie sterili [Roma, Ma.Gi., 2006]
Il libro è costituito da un testo introduttivo e uno conclusivo della Binetti, e da altri testi di cui sono autrici altre donne, di formazione prevalentemente umanistica, dalle quali ci si dovrebbe dunque aspettare un'attenzione particolare a riferimenti contestuali di carattere storico e sociologico, e all'uso del linguaggio.

Binetti

Tanto per incominciare cerchereste invano un discorso sulla paternità che pure, in questi tempi di trasformazione dei rapporti di coppia, dei ruoli sociali di coloro che la formano, di violenza all'interno della famiglia e di molte altre ragioni sarebbe importante affrontare. Ne parla brevemente la Binetti a proposito della fecondazione in vitro, come se il ruolo del padre affiorasse solo in questo aspetto specifico.
Questo vuoto di elaborazione sulla paternità viene compensato, tuttavia dal fatto che la parola uomo viene abbondantemente usata, nel testo, come termine neutro universale. Fa effetto, specie a chi, nel contempo, legge il bel libro di Le Goff su Il Dio del medioevo [Roma-Bari, Laterza, 2005] in cui i soggetti sono sempre "gli uomini e le donne".

Le Goff

Il linguaggio nella comunicazione è fondamentale, e di per sé indica la reale volontà al dialogo e alla comprensione reciproca.
Si afferma che la sconfitta del referendum sulla legge 40 è la vittoria del sì alla vita, come se coloro che non sono andati a votare si fossero realmente espressi in tal senso. E poi cosa vuol dire "sì alla vita"? Quale vita viene messa nel conto? Non vorrei dilungarmi sui crimini che si commettono quotidianamente e che ci dicono che la vita umana è di ben poco conto, nei giorni che viviamo. Non sarebbe più utile chiedersi perché la gente non si è interessata ai temi toccati dalla legge 40, che pure torneranno a investire le nostre vite e il simbolico e l'immaginario che le circonda?
Si insiste, in molti punti, sul carattere umano dell'embrione per operare l'analogia con la persona, per poi citare, alcune pagine dopo, un'affermazione di Marcello Pera, secondo cui "esistiamo [sic] grazie al nostro corpo"! Se corpo e persona sono inseparabili, allora come si fa a concludere che l'embrione è persona? E poi come si spiega, sempre nel testo, una frase che afferma che "la vita è l'intervallo di tempo tra nascita e morte"? Verrebbe da dire: parole in libertà!!!
Ma non basta, si lancia a mo' di slogan la sentenza che "ieri la scienza era al servizio della vita, oggi la vita è al servizio della scienza", per gettare un po' di fango alla moda su questa istituzione che si crede onnipotente, salvo difendere un po' più avanti il ricorso alla scienza nelle fasi terminali della malattia e della vita.
Emergono poi osservazioni sorprendenti, perché note e già argomentate e/o smentite a più riprese, anche sui quotidiani: la popolazione italiana che non è in crescita, la scarsa genitorialità delle coppie, e l'aborto come controllo delle nascite. Di quanti peccati si macchia questa famiglia italiana, che non si attua come dovrebbe! Ma poveretti quei coniugi che, non riuscendo a procreare (è o non è lo scopo della famiglia la procreazione?) cercano di ricorrere alla procreazione in vitro: la legge 40 gli preclude quasi tutte le possibilità e devono andare all'estero, per potervi ricorrere.
Qualche domanda per la Binetti e le altre autrici: le coppie sono tutte di professionisti benestanti? I figli di vedovi o vedove sono dei poveri anormali, non avendo vissuto la totalità genitoriale? Perché allora si mandano in guerra padri di bambini piccoli?
Infine, sono inevitabili alcuni sobbalzi alla lettura "del doveroso recupero del primato dell'etica nella gestione della vita democratica" perché "la tradizione del pensiero liberale, insiste nel sottolineare il carattere puramente formale, e quindi privo di valori, della democrazia."
Oppure quando si legge che "laicità è la possibilità di individuare modelli di vita condivisi, sulla base di una scala dialogicamente costruita nel confronto e nel dibattito sereno e democratico dei valori". Una nuova interpretazione rispetto a quella del DevotoľOli che recita, alla voce laicità, semplicemente: "pensiero ed attività indipendenti da autorità ideologiche/religiose".
Veniamo poi alle donne: "È tempo ormai che le donne si facciano carico delle questioni legate alla vita, dal suo nascere fino alla sua fine naturale, abbandonando i sogni dei progetti utopici, per imparare a guardare a terra..." - raccomanda Paola Ricci Sindoni. Di che mondo sta parlando, verrebbe da chiedersi? Che cosa hanno fatto le donne dal tempo dei tempi, se non guardare in terra, alla vita reale e concreta, a provvedere ad essa nel quotidiano? Rinuncio a citare altro, come l'intervento sgangherato di Fabrizia Ferrazzoli e altre amenità che emergono, come l'auspicio, qua e là, di uno stato etico (alla faccia della laicità e delle terribili lezioni del Novecento), oppure quello di una donna da mettere sotto tutela giuridica (ci risiamo con il tentativo di rimettere indietro l'orologio della storia) e così via.
Chiediamo alle autrici: ma la fede dov'è, in tutta quest'accozzaglia improvvisata di argomenti? E cosa ci sanno dire di questa realtà raccapricciante che ci sta sotto gli occhi? Ci dicono che una famiglia regolare in cui la violenza è presente a livelli spaventosi vale di più, di una non regolare, dove il cemento sono l'amore per l'altro e la condivisione di gioie e dolori.
Sarebbe necessaria un po' di vergogna, perché con gli argomenti messi in campo non solo si manca totalmente di rispetto a chi la pensa diversamente, ma si manca di rispetto persino a se stesse e alla fede che si dice di professare. E sarebbe opportuno che fossero altri ad incaricarsi di discutere i problemi brevemente sollevati, altri con una maggiore e più dignitosa capacità di rispettare, appunto, la stessa fede che si proclama di avere.
Gli argomenti che da opporre alle loro tesi sono più semplici e non hanno valore di dogma. Sarebbe in sostanza più interessante parlare di relazioni basate sugli affetti e la solidarietà, su responsabilità condivise, su patti giusti perché misurati sulle diversità, che non sono solo sessuali, ma economiche, culturali, sociali, fisiologiche...

I testi degli autori citati nell'articolo.    libri

Torna in biblioteca