1. Contributi: Nazionalizzare le banche. Anzi no
di Gianni Camarda*

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Lo scorso 19 febbraio, il Presidente del consiglio, in occasione dell'incontro con il premier inglese Gordon Brown, ha detto che la nazionalizzazione delle banche "è una delle ipotesi che si stanno studiando". Successivamente ha precisato che "per ora è solo l'ipotesi avanzata da qualcuno, qualcosa su cui ci stiamo esercitando". A seguito delle comprensibili reazioni di stupore e preoccupazione, ha poi affermato che "l'ipotesi non riguarda l'Italia".

L'effetto di queste esternazioni, tuttavia, è stato quello di provocare un tonfo in borsa dei titoli bancari e una levata di scudi da parte della categoria. Il presidente dell'ABI Corrado Faissola ha perentoriamente affermato che "l'industria bancaria italiana non ritiene assolutamente che ci siano i minimi presupposti per parlare di nazionalizzazione".

Nel frattempo, il Ministro dell'economia si stava adoperando per far approvare dalla Commissione Europea i cosiddetti Tremonti bond, titoli che verrebbero emessi dalle banche e sottoscritti dal Tesoro allo scopo di fare affluire fondi pubblici alle banche in carenza di liquidità. I titoli frutteranno per i primi anni un interesse annuale compreso tra il 7,5% e l'8,5%, per poi crescere gradualmente. In contropartita le banche dovranno favorire il credito alle imprese, soprattutto piccole e medie, e alle famiglie. Lo strumento, che quindi non comporta alcuna ingerenza nella governance dell'istituto finanziato, è antitetico rispetto a ipotesi di nazionalizzazione, le quali invece implicherebbero un apporto di capitale di rischio e conseguenti, significative presenze del Tesoro nei C.d'A. delle "nazionalizzate".

I Tremonti bond sono stati varati con decreto del 25 febbraio ma taluni aspetti operativi sono ancora in discussione (es. il ruolo delle Prefetture).

È ben vero, però, che la via delle nazionalizzazioni è stata praticata in misura massiccia negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. In quei Paesi interventi pubblici sono già stati attuati e sono in agenda. Gli interventi sono stati decisi allorché, per le sue dimensioni, il crack dell'istituto avrebbe potuto compromettere la stabilità finanziaria dell'intero sistema.

Per quanto riguarda l'Italia, ipotesi di nazionalizzazioni vanno valutate con grande cautela: le vicende trascorse dei diversi settori a forte partecipazione pubblica sono di amara evidenza, basti pensare all'Alitalia ex azienda IRI. Restando nel comparto del credito, le passate vicende degli ex Istituti di diritto pubblico e delle ex Banche di interesse nazionale insegnano come nel nostro Paese iniziative del genere finiscano con l'assumere le connotazioni di laute mangiatoie o comunque di allegri poltronifici per esponenti politici più o meno giubilati. Stranamente questo non accade in altri Paesi, ai cui modelli i nostri governanti spesso si richiamano; Paesi dove, ad esempio, un ministro è costretto a dimettersi per non aver pagato i contributi alla colf.

Tornando all'Italia, va pure ricordato che negli anni trenta gli imponenti interventi statali in soccorso del sistema bancario furono accompagnati dal varo di un rigoroso, organico e coerente quadro normativo (la cosiddetta legge bancaria del 36) la cui efficacia e validità si è dispiegata per diversi decenni.

Per affrontare l'attuale crisi finanziaria non è però sufficiente replicare banalmente esperienze del passato o il ricorso a generici stereotipi del tipo nazionalizzazioni: è necessaria un'analisi più approfondita, a cominciare da un'attenta valutazione della qualità degli asset deteriorati dei bilanci delle banche; della quantità e natura, cioè, dei titoli tossici presenti negli attivi delle diverse istituzioni creditizie. La Commissione Europea, se da un lato ha invitato i governi a valutare forme di sostegno alle banche che potrebbero giungere fino ad ipotesi di nazionalizzazioni, dall'altro ha sottolineato che una rilevazione degli asset deteriorati delle banche scelte a godere dell'aiuto "dovrebbe avvenire prima dell'intervento del governo".

Questo per dire che, in ogni caso, interventi a salvataggio delle banche presuppongono analisi approfondite e debbono accompagnarsi a incisive riforme regolamentari che servano ad evitare il ripetersi di situazioni critiche. Esiste però oggi una difficoltà ulteriore: a fronte di un sistema finanziario sostanzialmente globale gli istituti normativi dei singoli paesi risultano sovente disomogenei, incoerenti essendo in primo luogo e comprensibilmente orientati a esigenze domestiche - o addirittura volutamente inconsistenti, come nel caso dei cosiddetti "paradisi fiscali".

Le difficoltà di pervenire a una regolamentazione non frammentata a livello internazionale traspare con evidenza dalle conclusioni delle diverse assise economiche che in questi giorni si susseguono. Valga, da ultimo, i recenti vertici di Berlino e di Bruxelles ove, a fronte di circostanziate analisi, non sono emersi che generici auspici e inviti al coordinamento delle misure anticrisi che i singoli Paesi, pressati dalle specifiche urgenze, stanno via via adottando o progettando.

Resta comunque la non originale ma purtroppo sempre valida considerazione che una volta conclusa la stagione dei lauti profitti e dei ricchissimi bonus ai manager bancari, quando occorre tamponare le perdite si ricorre, in un modo o nell'altro, ai quattrini dei contribuenti (privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle perdite, con buona pace del nostro Ministro Robin Hood).

Un aggiornamento al 24 febbraio: al termine dell'incontro col Presidente francese Sarkozy, il nostro Presidente del Consiglio ha categoricamente escluso qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione delle banche italiane: "per quanto riguarda l'Italia è una soluzione in nessun modo ipotizzabile".

* Gianni Camarda, già dirigente della Banca d'Italia, si interessa in particolare alle questioni relative ai mercati monetario e finanziario.

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