20. Contributi: Pittsburgh batte L'Aquila 20 a 8
Alcune considerazioni sul G 20 del 24/25 settembre 2009
di Gianni Camarda*

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L'esito più rilevante del G20 di Pittsburgh, al di là di quanto affermato nel comunicato ufficiale, è rappresentato dalla presa d'atto del mutato peso assunto dai diversi attori nel contesto economico internazionale.

L'eutanasia del G8, che si occuperà in futuro di generici temi di politica internazionale, e la consacrazione del G20 quale "principale forum per la cooperazione economica internazionale", quale luogo deputato a elaborare le scelte strategiche dell'economia mondiale è logica ed opportuna, esso infatti riunisce i venti Paesi che rappresentano il 90% dell'economia mondiale e i due terzi della popolazione del pianeta .

Una evidente conseguenza di questa innovazione consiste nel ridimensionamento della vecchia Europa nel contesto economico mondiale, che vede affiancare al ruolo di protagonista, che continua ad essere svolto dagli Stati Uniti, importanti comprimari quali Cina, Russia, India e Brasile.

Corrispondenti aggiustamenti dei pesi relativi fra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo sono stati effettuati in tema di quote (e di diritti di voto) in seno al Fondo Monetario Internazionale (rispettivamente dal 57 al 52% e dal 43 al 48%) e in altre analoghe istituzioni: Banca Mondiale ecc.

La Cina, del resto, ha mostrato di aver acquisito la consapevolezza per ora nelle intenzioni, nei fatti si vedrà - del ruolo che essa ha ormai assunto nell'economia internazionale e della conseguente interdipendenza e responsabilità che in tale contesto gliene deriva. Ne sono manifestazioni l'impegno preso, in sede di conferenza ONU sul clima, circa il contenimento delle emissioni inquinanti e, in sede di G20, l'asserita volontà di promuovere lo sviluppo della domanda interna.

Siffatto orientamento è raccomandato a tutti i Paesi con le bilance dei pagamenti in surplus, mentre ai Paesi importatori, essenzialmente agli Stati Uniti, è stato raccomandato di incoraggiare il risparmio interno, il tutto con l'obiettivo di attenuare gli squilibri dell'interscambio mondiale. Dette sollecitazioni si collocano infatti in quello che, in sede di documento finale, è definito "patto per uno sviluppo economico forte, sostenibile ed equilibrato", la cui attuazione sarà oggetto di verifiche periodiche collettive da parte del G20 medesimo.

Il discorso ha senz'altro una sua logica, ma viene fatto di chiedersi quali saranno le conseguenze per quei Paesi, come Germania, Giappone e Italia, che, attese le scarse prospettive di una significativa crescita della domanda interna, si attendono che la ripresa tragga stimolo da quella estera che, per essi, proveniva in larga misura dagli USA.

Da parte di alcuni (USA, GB) si sarebbe voluto che il "patto" si fosse concretizzato in puntuali parametri di riferimento (deficit e debito rispetto al PIL, tasso di inflazione ecc.) così come praticato per l'Unione Europea, ma si è preferito un impegno meno stringente in considerazione del numero e della diversità dei Paesi partecipanti e del particolare momento che attraversa l'economia mondiale; momento che ha indotto la stessa Unione ad allentare temporaneamente taluni vincoli.

Altro argomento sul quale il G20 era chiamato a decidere è quello del "rafforzamento del sistema delle regole finanziarie internazionali" la disciplina, cioè, delle maggiori istituzioni finanziarie, ivi compresa la limitazione dei premi ai loro manager.

Su quest'ultimo punto, la Francia avrebbe caldeggiato la fissazione di "tetti" rigidi; il compromesso scaturito su proposta del Financial Stability Board è orientato a stabilire, invece, dei parametri ai quali i "bonus" debbono adeguarsi (profitti, consistenza del capitale, liquidità, rischiosità); i relativi emolumenti, poi, saranno differiti nell'arco di più anni per poter essere revocati in caso di successive performance negative.

Quanto alla normativa concernente le istituzioni finanziarie, l'applicazione di taluni criteri in tema di requisiti di capitale è stata rinviata nel tempo e lo studio di altre norme tese ad evitare l'assunzione di comportamenti inappropriati o pericolosi è stato demandato allo stesso FSB.

È stata formulata una unanime quanto vaga deprecazione di ogni forma di protezionismo. L'elaborazione di exit strategies per far cessare gli aiuti governativi e riassorbire i mezzi finanziari erogati dai governi per fronteggiare la crisi è stata rinviata a quando i segnali di ripresa potranno considerarsi effettivamente acquisiti. Ancor più evanescenti sono state le decisioni sui finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per indurli a limitare le emissioni inquinanti.

Nessuno certo si attende da consessi di questo tipo, che sono essenzialmente occasioni di incontro e di congiunta valutazione dei problemi del momento, interventi o decisioni operative concrete, ma allora perché formulare affermazioni così perentorie come quella contenuta nel comunicato finale del G20 tenutosi a Londra lo scorso 2 aprile: "Riconosciamo la dimensione umana della crisi. Ci impegniamo a sostenere chi è colpito dalla crisi creando opportunità di lavoro e misure a sostegno dei redditi"; il comunicato conteneva anche l'impegno a "verificare i progressi compiuti in occasione della riunione da tenersi entro la fine dell'anno".

Nel preambolo al documento conclusivo di Pittsburgh è detto, fra l'altro, che la forte risposta dei governi ha contribuito a fermare il pericoloso e rapido declino dell'economia globale e a stabilizzare i mercati finanziari. Si riconosce però che il processo di ripresa rimane incompleto dato che in molti Paesi la disoccupazione resta inaccettabilmente elevata.

Insomma, il fatto che le banche abbiano ripreso ad accumulare utili e che le borse abbiano recuperato in termini di valore gran parte di quanto era stato perduto dallo scorso autunno non ha avuto effetti di rilievo sulla "dimensione umana della crisi".

Se è vero che la crisi, di origine esclusivamente finanziaria, si è ripercossa sull'economia reale, è da dimostrare che riassestando la finanza si risolvano automaticamente i problemi dell'industria. In effetti gli aiuti governativi alle grandi banche (troppo grandi perché le si lasci fallire) nella forma di acquisti di c.d. titoli tossici con i soldi dei contribuenti, sono stati utilizzati in gran parte da queste per effettuare investimenti sul mercato finanziario, piuttosto che per erogare credito alle imprese. Conseguentemente si sono rialzati i corsi dei valori trattati nelle borse e la clientela, allettata dalle prospettive di guadagno che si andavano profilando, ha acquistato dagli intermediari i titoli che questi si erano assicurati a prezzi inferiori; di qui utili e bonus per le banche medesime.

L'analisi è molto schematica e sicuramente semplicistica ma consente di fornire una spiegazione di quanto sta avvenendo e, soprattutto, pone in risalto come le grandi istituzioni finanziarie siano in grado di influire sulle scelte dei governi. Di questo i 20 sembrano aver consapevolezza, ed auspicano un sistema di regole per le banche e le altre istituzioni finanziarie che eviti gli eccessi che hanno condotto alla crisi; pertanto "non permetteremo un ritorno al precedente modo di fare banca".

I "grandi" assicurano che non desisteranno finché l'economia globale non tornerà in piena salute e i lavoratori potranno, in tutto il mondo, svolgere decent jobs.

In tale attesa il G20 ha stabilito di riunirsi in Canada nel giugno 2010 e in Corea nel novembre successivo; nel 2011 i "grandi" si incontreranno in Francia. Li seguiremo con interesse e partecipazione sebbene, sollevando lo sguardo da questi tecnicismi verso un più ampio punto di vista, ci colpisce e ci convince l'appello firmato, allo scoppiare della crisi, da Saramago ed altri "perché finisca questa vergogna collettiva dell'investimento di tremila milioni di dollari al giorno in armi, quando nello stesso spazio di tempo più di sessantamila persone muoiono di fame".

5 ottobre 2009

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* L'autore, già Condirettore Centrale della Banca d'Italia, ha svolto la sua attività professionale nei comparti dell'organizzazione interna e dei rapporti finanziari con la tesoreria statale.

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