24. Contributi: Anzitutto e sopratutto cultura.
Manifesto a difesa.
di Carlo Pelfini *

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"Solo l'uomo colto è libero"
Epitteto

Di cosa vogliamo parlare? Cominciamo col cercare di definire cosa sia la cultura; vogliamo adottare come definizione quella dell'UNESCO?

"La cultura in senso lato può essere considerata come l'insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali, unici nel loro genere, che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l'arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze".

Per il nostro scopo è meglio limitarsi a considerarla come "quel bagaglio di conoscenze fondamentali e necessarie proprie della nostra generazione". È però indispensabile collegare questo concetto alle problematiche dell'acquisizione delle conoscenze e sopratutto della comprensione di quanto ci viene trasmesso e del suo utilizzo.
A che punto siamo in Italia nell'acquisizione consapevole di conoscenze, quale indispensabile premessa a compiere un minimo di riflessione, di analisi, se non addirittura a giungere ad un approfondimento critico, di quanto viene trasmesso e proposto alla nostra attenzione?
Possiamo e dobbiamo parlare d'informazione ma limitandoci a considerare il flusso d'informazioni quantitativamente più importante: quello trasmesso dalla scuola, dai giornali, dalla televisione.
Cominciamo da quest'ultima, la televisione, perché è indubbio che la maggior parte delle notizie e, in genere, del bagaglio di conoscenze dell'individuo medio, cui appartiene la stragrande maggioranza della popolazione, passa da questo canale. Non che si voglia negare la sua funzione, soprattutto in passato, d'insegnamento e di unificazione della lingua, nonché di finestra sul mondo, ma consideriamo cosa insegna oggi o, meglio, quanto di ciò che è trasmesso venga capito. Quanto si comprende e si fa proprio di ciò che è detto in televisione? In mancanza di test di comprensione (può darsi che siano stati formulati e vi siano stati sottoposti campioni della popolazione, ma non ne siamo a conoscenza) ricorriamo a degli esempi, anche soltanto quantitativi: quanti gli spettatori di tutte le trasmissioni del "grande fratello", quanti dei giochi e varietà, e quanti invece quelli delle interviste a Saviano a "Che tempo che fa" o delle letture di Dante, non diciamo di Sermonti ma di Benigni? Non parliamo dei dibattiti sociopolitici dove la sopraffazione verbale dell'uno sull'altro è la regola, senza che mai si sia visto un conduttore chiudere un microfono in faccia al maleducato di turno.
Inoltre, avete mai visto le trasmissioni pomeridiane di varietà, protagonisti spesso i giovani, dove sono accolte, senza batter ciglio del conduttore, aberrazioni e strafalcioni?

Vogliamo riassumere tutto questo con il solo termine di diseducazione? Certo è che parte del problema di cattiva informazione, trasmessaci da quello che è il mezzo principe della comunicazione, è anche legato al fatto che una serie di notizie o di assunti trasmessi (diremmo sparati) nell'usuale rapida successione di immagini e frasi spesso ad effetto, ha come conseguenza la mancanza di un tempo che renda possibile l'esercizio di un minimo di riflessione.
Se lo spettatore avesse gli strumenti culturali e lo spirito sufficiente per sottoporre a critica quanto gli è fornito, questo potrebbe ovviare all'incontrovertibile fatto che una sola parte politica ha a disposizione gran parte delle televisioni e che questa fonte d'informazione, certamente, costituisce, in modo predominante, i circenses di un pubblico ridotto a spettatore passivo. Ricordate quando a scuola ci si insegnava che, per tenere tranquillo il popolo romano, si elargivano panem et circenses, giochi nel circo, divertimento, spettacoli anche sanguinari?
Quanto al pane ci pensiamo noi stessi col nostro spesso sottopagato lavoro.

Seconda fonte di informazione: il giornale, parliamo di quotidiani anche se sappiamo che i settimanali di gossip sono tra i più letti. Quanti i lettori? Aumentano o diminuiscono? Quanti comperano più giornali per farsi un'idea un po' meno di parte? Quanti ascoltano la meritoria "prima pagina" Rai tre, ore 7.15, per giunta sempre meno ascoltabile, per difficoltà di ricezione, in molte zone? Questa trasmissione, che vede settimanalmente alternarsi un giornalista/lettore dei quotidiani di diversa tendenza, è un meritevole surrogato di quella lettura che troppo pochi fanno personalmente al mattino (i tre principali quotidiani nel 2009 superano di poco assieme un milione duecentomila copie vendute e, inoltre, sono in calo rispetto al 2008).
Sappiamo quanto sia importante avere la possibilità di leggere, rileggere quanto non si comprende ad una prima lettura, di un articolo, riflettere, confrontare le idee altrui con le proprie? Conoscete la gioia di rileggere un foglio o un articolo ritagliato e riposto tempo prima, riscoprendone il valore?

Terza fonte, la scuola: come premessa a un discorso sulla formazione culturale e su ciò che ne costituisce il suo inizio, la scuola, vediamo alcuni dati sui livelli di alfabetizzazione. L'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) precisa che, in base ai dati del censimento della popolazione riferiti al 2001, il numero di analfabeti è pari a 782.342 unità. Invece secondo i dati pubblicati nel 2005 da una ricerca dell'Università di Castel Sant'Angelo e dell'UNLA (Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo), quasi sei milioni di italiani sono totalmente analfabeti (la principale differenza è legata al fatto che l'ISTAT chiede alle persone se siano capaci di leggere e scrivere senza verificare la correttezza della risposta). Secondo l'UNLA si tratta del 12% della popolazione, a confronto i laureati sono appena il 7,5%. Ma quello che ci interessa di più è il dato sull'alfabetizzazione funzionale, intendendo con questo termine la capacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. I dati di una ricerca internazionale OCSE (Adult Literacy and Lifeskills - Letteratismo e abilità per la vita, svolta nel 2003-2004, su un campione della popolazione compresa tra i 16 e i 65 anni) sono illuminanti: su tre livelli di competenza alfabetica funzionale (inferiore, basilare e superiore), il 46,1% degli italiani è al primo livello (incapacità di leggere un orario ferroviario, di compilare un modulo di conto corrente, di fare una moltiplicazione), il 35,1% è al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di competenza più alta. (1) Il linguista Tullio De Mauro cita vari studi, concludendo che soltanto il 20,2% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo, necessari per orientarsi nella società contemporanea. (2)
Vi basta come quadro per decidervi a considerare il problema della cultura come prioritario e come premessa per un miglioramento della vita sociale e politica? A meno che non si voglia pensare che mantenere i cittadini a un basso livello di conoscenze non faccia parte di un disegno predeterminato, l'incolto è certo più influenzabile, suggestionabile, in conclusione meglio governabile.
Vogliamo aggiungere che se non si impara a scuola ad amare la lettura, la musica, il teatro, l'arte, difficilmente lo si apprende dopo? Vogliamo riflettere sul fatto che, fermo restando l'apprendimento delle nozioni di base, ciò che serve è avere gli strumenti di comprensione (e di critica) di ciò che ci circonda: da un libro ad un film, da una trasmissione televisiva ad uno spettacolo, dalla politica al costume?
Come non ritenere prioritaria la scuola che fornisce le basi di una formazione culturale sicura, come non interessarci perciò al problema di un sistema scolastico pubblico di qualità, con risorse adeguate, ricco di attività integrative ed aperto al territorio, per non parlare di aggiornamento e, perché no, dello stipendio degli insegnanti?

A che serve la cultura?
Serve ad arricchire se stessi e a capire quanto ci circonda, ma vi è anche una ricaduta economica.Volete degli esempi? Ricordate quando per incultura la FIAT aveva trascurato il design con la logica conseguenza di produrre macchine brutte (ricordate la Duna?) e che non si vendevano? Pensate forse che ignorando pittura, scultura, scenografia, si possa continuare a fare moda (il disegno di un vestito e di una scarpa è fatto culturale, non arte minore)? Slow food e Carlo Petrini insegnano come la cultura del cibo sia crescita economica agroalimentare.
Continuando a fare edilizia privata, affidandosi a persone di scarsa cultura, edilizia pubblica con i corrotti di turno, non basteranno i monumenti del passato ad impedire che le città divengano brutte quando non inospitali. È perciò scontato affermare che la salvaguardia del paesaggio, la manutenzione e la fruibilità di opere d'arte e musei sono ineguagliabile richiamo turistico.
Cosa rende l'Italia importante nel mondo? Conosciamo i limiti della nostra potenza industriale ed economica, i limiti di conoscenze di certi esponenti politici (da quella delle lingue al rispetto delle regole di comportamento), ma non ignoriamo certo che il nostro patrimonio artistico e culturale del passato è senza pari nel mondo. È però indispensabile operare perché continui ad esserlo e si arricchisca.
Un solo esempio che richiede attenzione: quei quattro musei di arte contemporanea che offre l'Italia hanno poche opere da scambiare con i molti all'estero, col risultato che proporci mostre di buon livello diventa difficile e costoso... .

Che fare?
Tante piccole cose, dal puntare la sveglia alle 7.15, se si è in casa, all'ascoltare in auto e in treno, quando ci si reca al lavoro, "prima pagina". Non mancano poi altre rassegne della stampa.
Ritenere un investimento necessario, per crescere, l'acquisto di uno, meglio di più giornali e di diversa "tendenza". Comprarne uno in più, in alcuni giorni, per leggere l'inserto culturale o librario; un consiglio: il domenicale de Il Sole/24 ore. Impegnarsi inoltre a cogliere qualsiasi occasione per partecipare a conferenze e a mostre, comprese quelle di arte contemporanea. Perché gli italiani sono tutti quanti in coda solo al Beaubourg?
Non perdere l'occasione per parlare con gli amici di ciò che si è visto, sentito di creativo e di culturale. Interessarsi alla cultura del presente, tassativamente, non solo a quella del passato; questo è un imperativo anche per la scuola come per i direttori dei musei. Tutti quanti, almeno una volta all'anno, a teatro, a un concerto, all'opera: non è un bel sogno pensare a centinaia di migliaia di spettatori stipanti i teatri? Sapete che i garzoni dei fornai a New York fischiavano un tempo le arie delle nostre opere?
Weekend non solo in città d'arte ma nei borghi minori, nei parchi e giardini.
In libreria, almeno una volta al mese, anche solo per sfogliare o leggere i risvolti di copertina. Qualche libro lo si comprerà, qualcun altro lo si prenderà in prestito alla biblioteca pubblica, perché no?
Andare a vedere non solo i film più pubblicizzati ma cercare i vecchi e buoni in televisione, nelle rassegne; informarsi, leggendo le critiche, di quanto di meglio sia offerto. Ricordare che la filmografia italiana nel periodo neorealista e con Fellini e Visconti era prima nel mondo.
Iscriversi a qualche buon corso di aggiornamento quelli per la terza età sono aperti anche alla seconda, ma non mancano altri circoli (Auser eccetera).
Infine, non perdere la capacità di indignarsi. Non perdonare nulla e soprattutto che nessuno osi ledere la cultura, dal politico di ogni ordine e grado, soprattutto se ministro o assessore alla cultura; ritenere un affronto personale da contrastare ogni attacco alla cultura, compresa la diminuzione di stanziamenti per scuola, musei, musica, teatro.

Non crediamo che sia il momento della promozione di grandi cose, per questo si è parlato soltanto delle piccole: piccole veramente? Troppe? O troppo poche? Ma la cultura è così, va da una poesia di Leopardi a una della Merini, dal Nabucco a Porgy and Bess, da Goldoni a Fo, dallo studio alla ricerca, dal numero di biblioteche, all'apertura serale dei musei, dal festival di Mantova a quello di Sarzana, dal FAI a Italia Nostra e così via.

È richiesto molto amore ed impegno per difenderla...

(1)Si veda anche l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (INVALSI)
(2) T. De Mauro, La cultura degli italiani, Roma-Bari, Laterza, 2010

(*) Carlo Pelfini, medico ospedaliero, già direttore dei reparti di dermatologia di Como e Pavia, ha sempre abbinato alle ricette mediche prescrizioni di libri adatti al paziente, ritenendoli non inutili alla terapia, ora felice pensionato ha tempo di riflettere.

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