2. Contributi: La crisi e le soluzioni del bar Italia
di Gianni Camarda*

Tornate all'indice degli articoli
Tornate alla sala saggistica

Tutti ormai conoscono le cause della crisi finanziaria che sta travagliando l'occidente, e non solo: le banche d'affari americane, stante l'orientamento volto a favorire la diffusione della proprietà immobiliare, hanno concesso mutui in misura sempre più ampia anche a chi non aveva verosimili requisiti di solvibilità (mutui subprime). Le banche fidavano nella garanzia offerta dal valore dell'immobile; i relativi prezzi infatti erano in forte crescita grazie all'espansione indotta dalla stessa domanda (bolla immobiliare). In più le banche che erogavano i mutui ritenevano di trasferire e polverizzare il rischio grazie alla trasformazione dei propri crediti garantiti da immobili in obbligazioni ad alto reddito (cartolarizzazione), collocate senza difficoltà su tutti i mercati finanziari internazionali. Quando i debitori, in numero sempre crescente, hanno iniziato a non pagare più le rate dei mutui e ad abbandonare le case poste a garanzia degli stessi le cose sono cambiate: il valore degli immobili ha iniziato a scendere e il valore dei titoli emessi a fronte di quei mutui, e ormai diffusi nell'attivo dei bilanci delle istituzioni finanziarie un po' in tutto il mondo, si è rivelato sostanzialmente inconsistente (titoli tossici). In più, le famiglie in difficoltà finanziarie hanno ridotto i consumi; la conseguente flessione della domanda ha messo in crisi le industrie le quali, non più sostenute adeguatamente dal sistema bancario in crisi di liquidità, hanno ridotto la produzione e licenziato quote di lavoratori, quando non hanno definitivamente chiuso. I suddetti fenomeni si sono diffusi a livello di finanza e di commercio internazionale coinvolgendo via via altri sistemi economici.

Per far fronte alla situazione i governi hanno cercato di correre ai ripari evitando il crack di quelle istituzioni finanziarie il cui fallimento avrebbe avuto effetti catastrofici sull'economia nel suo complesso, finanziando in vario modo le imprese in difficoltà e sostenendo i consumi delle fasce più deboli (ma più numerose) della popolazione. Il governo americano, ad esempio, oltre ai salvataggi nel comparto finanziario di cui si è detto, ha deciso di varare consistenti aiuti alle industrie, specie quella dell'auto, a fronte, beninteso, di credibili piani di ristrutturazione volti alla creazione immediata di posti di lavoro e di investimenti per la crescita. Ha inoltre avviato una politica di sostegno alle famiglie in difficoltà con sospensione delle rate dei mutui, sgravi fiscali per i redditi più bassi (da finanziare con imposte su quelli più elevati), estensione dell'assistenza sanitaria per chi non può permettersi un'assicurazione ecc. Per contro verranno cancellati gli sgravi per i più ricchi e per le aziende che portano lavoro all'estero e che in tal modo sottraggono al fisco i profitti realizzati oltreoceano; salirà al 20% l'imposizione fiscale sui capital gain e sui dividendi.

Dal canto suo il nostro governo annuncia quotidianamente provvedimenti e interventi, alcuni dei quali sembrano ispirati dalle chiacchiere che si sentono nei bar o stando in fila negli uffici postali. Ad esempio, a fronte dei fondi che potranno (vorranno?) introitare con l'emissione dei cosiddetti Tremonti bond, le banche verrebbero assoggettate al controllo delle Prefetture per verificare che i fondi stessi siano erogati a favore di imprese e famiglie in difficoltà. Chi impresa o famiglia - si riterrà dannosamente discriminato dalle decisioni di una banca alla quale ha richiesto credito potrà rivolgersi all'osservatorio istituito presso la Prefettura: con quali effetti? La norma prevede l'utilizzo di un modulo da inviare all'Osservatorio regionale per formulare istanze o reclami contro singole banche. Il Prefetto scriverà alla Banca richiedendo un riesame del caso prospettato e ponendo un termine perentorio per la risposta della banca. Forse le imprese in difficoltà gradirebbero di più un'autorità che riesca a far loro incassare in tempi ragionevoli gli ingentissimi crediti che esse vantano nei confronti delle pubbliche amministrazioni centrali e locali, che secondo una stima di Confindustria ammonterebbero a 60/70 miliardi di euro, escludendo quelli di pertinenza del Servizio Sanitario Nazionale.

È ben vero che, in questa congiuntura, le imprese medio-piccole con modeste risorse finanziarie hanno necessità di finanziamenti che consentano loro di fronteggiare la flessione della domanda interna e estera, l'accumularsi dei prodotti in magazzino, le scadenze fiscali e contributive, ma lo Stato, per fronteggiare questa emergenza, potrebbe individuare vie più dirette (ad esempio sgravi fiscali, moratoria per determinate tipologie di debiti) in luogo del tortuoso meccanismo dei Tremonti bond che rischia di risolversi prevalentemente a vantaggio delle banche, le quali, è stato ripetuto più volte, sono in condizioni migliori rispetto a quelle di altri paesi.

Invece, dopo aver sbandierato a reti unificate la solidità delle banche italiane, il Ministro dell'Economia ha di recente rappresentato la necessità di affidare la vigilanza sul sistema bancario alla Banca Centrale Europea e non più alla Banca d'Italia, alla cui attività di supervisione si deve tra l'altro la suddetta solidità. Questa proposta sarà certo valutata come merita in sede internazionale, specie da parte dei quei paesi quali ad esempio Francia, Germania, Spagna ecc. che con ostinato provincialismo continuano e continueranno a mantenere in capo alle autorità nazionali la supervisione sui propri intermediari creditizi.

* L'autore, già dirigente della Banca d'Italia, si interessa in particolare alle questioni relative ai mercati monetario e finanziario.

Torna in biblioteca