4. Democrazia & Impresa:
Azionariato dei dipendenti e democrazia economica

Il sindacato Usa dei lavoratori automobilistici, Uaw (United Auto Workers), si avvia a diventare il principale azionista delle tre case di Detroit. Uaw possiede, infatti, il 55% delle azioni di Chrysler, il 39% di quelle di General Motors e avrà presto una quota significativa di Ford, perché ha accettato che le tre società paghino con azioni il debito contratto per il pagamento della propria quota al Veba (Voluntary Employees' Beneficiary Association), il fondo per la previdenza e l'assistenza sanitaria di dipendenti e pensionati, gestito dal sindacato. Tutte le azioni detenute dai lavoratori di Chrysler, General Motors e Ford saranno dunque affidate al Veba, cui spetterà un posto nel Consiglio di amministrazione della prima, composto di nove membri (tre di nomina Fiat, uno come espressione del governo canadese, quattro designati dal Tesoro Usa e uno, appunto, in rappresentanza di Veba). Nonostante la partecipazione maggioritaria al capitale di Chrysler, il sindacato ha solo un posto nel Consiglio di amministrazione, mentre Fiat, che ha il 20% delle azioni, ha ben tre membri: due pesi e due misure! Negli Stati Uniti non è la prima volta che il sindacato entra con una quota significativa nel capitale azionario di una società: già nella compagnia aerea United Airlines dal 1994 al 2000 i lavoratori possedettero una quota di capitale azionario sufficiente a far loro nominare tre membri del Consiglio di amministrazione. Si trattò di un'esperienza negativa, perché la presenza dei lavoratori nel Consiglio di amministrazione non bastò a evitare la profonda crisi in cui cadde United Airlines dopo gli attentati dell'11 settembre.

Alcuni commentatori hanno rilevato che l'entrata del sindacato nel capitale azionario delle tre ex Big Three è un fatto eccezionale, che non avrà ripercussioni nel lungo termine, perché il Presidente di Uaw, Ron Gettelfinger, ha già dichiarato che le azioni detenute dal sindacato saranno vendute il più presto possibile per finanziare le ingenti spese che deve sostenere il Veba per l'assistenza sanitaria e pensionistica. Tuttavia, in Europa molti scommettono sull'azionariato dei dipendenti come nuova frontiera della democrazia economica in tempi di crisi. Nel Vecchio Continente, sono trenta milioni i lavoratori che possiedono azioni di un'impresa. Secondo il Rapporto 2008 sull'azionariato dei dipendenti appena presentato a Bruxelles dall'Efes (European Federation of Employee Share Ownership) il valore delle azioni possedute dai lavoratori è calato in Europa, per effetto della recessione, dai 283,3 miliardi di euro del 2007 ai 240,2 del 2008. Efes ritiene, però, che nei prossimi cinque - dieci anni il totale del capitale azionario posseduto dai lavoratori oggi pari a livello europeo al 2,63% - salirà al 4-5%. Sono due i motivi che porteranno, secondo Efes, a tale incremento: la ricerca di un maggiore coinvolgimento dei dipendenti da parte delle imprese e la discesa del mercato azionario, che renderà più facile per un lavoratore l'acquisto di titoli aziendali.

Anche se può apparire difficile che i lavoratori, scottati dalla recente caduta degli indici azionari, si volgano di nuovo nel breve periodo agli investimenti in Borsa, il ritorno all'azionariato dei dipendenti, previsto da Efes, avverrebbe in un mercato del lavoro europeo che è mutato nel corso degli ultimi dieci anni e dove, in particolare, è fortemente salito il numero dei contratti atipici. Nel 2007, a esempio, la percentuale dei lavoratori a tempo parziale era pari nei ventisette Stati dell'Unione europea al 18,2% sul totale degli occupati, mentre quella dei dipendenti a tempo determinato era pari al 14,5%. L'acquisto di azioni da parte dei lavoratori non diventa, dunque, almeno per chi ha un contratto di breve durata, un modo per legare le proprie sorti a quelle dell'azienda da cui dipende, ma un mero investimento finanziario. In questo modo, però, l'azionariato dei dipendenti, legato alle scelte del singolo, perde la sua caratteristica di possibile strumento di democrazia industriale.

La Cisl, da sempre fautrice della partecipazione economica dei lavoratori, ha annunciato agli inizi di maggio che è favorevole a un disegno di legge sull'azionariato collettivo dei lavoratori, visto come mezzo per controllare e indirizzare le scelte strategiche di un'impresa. È evidente in questa proposta l'eco delle vicende nell'industria automobilistica oltreoceano e del resto lo stesso segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha affermato esplicitamente che l'ingresso dei lavoratori nell'azionariato di Chrysler è un modello da seguire. Bonanni non tiene conto, però, di due elementi. In primo luogo, le quote azionarie detenute dal sindacato Uaw rappresentano una soluzione disperata per impedire il dissolvimento di un settore portante del made in Usa, piuttosto che una sperimentazione di nuove strade per l'azionariato dei lavoratori. In secondo luogo, è necessaria in Italia e in Europa una riflessione più approfondita e meno legata all'attualità per valutare se l'azionariato dei lavoratori, con la commistione che inevitabilmente crea fra gli interessi dei dipendenti e quelli degli azionisti, sia oggi uno strumento adatto di governance di un'azienda.

A mio giudizio, la complessità del rapporto fra l'impresa e le sue parti interessate (stakeholder), fra le quali prima di tutto i lavoratori, insita nel concetto di governance, non può essere affrontata nel modo migliore facendo entrare il sindacato nel capitale di un'azienda. I fautori dell'azionariato collettivo dei lavoratori ritengono che i problemi legati alla governance di un'impresa si risolvano con la semplice presenza dei lavoratori nel Consiglio di amministrazione, ma questa soluzione è una scorciatoia che non dà i frutti sperati di coinvolgimento e di partecipazione dei lavoratori (basti pensare all'esperienza United Airlines) Perché non pensare, invece, a un modello dualistico d'indirizzo e controllo di un'impresa, adattando ai tempi nuovi l'esperienza tedesca della Mitbestimmung, che prevede la presenza dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di sorveglianza e non nel Consiglio di amministrazione?

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