Philip K. Dick
Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza
Emiliano Ventura

Per conoscere a fondo e con pienezza un autore è spesso utile e necessario conoscere le opere inedite oltre alla produzione che ha goduto della luce della pubblicazione.
Penso a quel grande laboratorio inespresso che può essere l'archivio o i taccuini dello scrittore, gli articoli e i saggi occasionali spersi in pubblicazioni e riviste dimenticate. Se penso a degli autori in questo paradigmatici, non posso che citare Fernando Pessoa con il suo copioso 'baule' di testi inediti, e a Baudelaire con l'interminato laboratorio che era Il mio cuore messo a nudo.
Anche le pecore?    Ma c'è un altro scrittore, meno noto e meno riconosciuto tra i grandi, che mi si è rivelato nella sua pienezza proprio dalle opere meno note, dagli appunti, e dai piccoli soggetti anche biografici che divennero saggi e articoli, penso a Philip K. Dick: lo scrittore di 'genere', l'autore di fantascienza che ha scritto Gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Drems of Electric Sheep?), romanzo dal quale è stato tratto il famoso film Blade Runner.
L'editore Fanucci pubblica e ha pubblicato i suoi lavori più importanti e conosciuti, come il premio Hugo del 1962 The Man In The High Castle (Trad. La svastica sul sole), Ubik e il già citato Do Androids Ddream of Electric Sheep (a mio avviso in questo romanzo si trova un messaggio veramente importante ma trascurato dal film; nella società futuristica che immagina l'autore lo status simbol per l'uomo non è più l'oggetto, la cosa, ma l'animale biologicamente naturale, non clonato).    Ubik

Dick è stato però oltre a un prolifico romanziere (cinquanta titoli) anche uno scrittore di racconti, anche questi pubblicati in raccolte alcune delle quali postume. Negli ultimi anni della sua vita (Philp è nato nel 1928 ed è morto nel 1982) si è dedicato alla stesura dell'Esegesi, una sorta di zibaldone diario dove tenta di spiegare a se stesso il significato di alcune visioni del febbraio-marzo 1974 riguardo la natura dell'universo e di dio. Si tratta di una sorta di trattato tra il misticismo, teorie astronomiche e la confessione più intima; alcuni vi hanno letto una nosografia, la farneticazione di un folle, una poderosa visione paranoica. Stupisce che l'America così pullulante di sette e pseudosette religiose, dei predicatori televisivi che fanno milioni di ascolti, non abbia ancora preso questo testo e il suo autore e non li abbia ancora trasformati in religione; sul tipo, per capirsi, di Scientology, anche questa creata dalla visione di un mediocre scrittore di fantascienza (almeno P.K.Dick è un grande scrittore).
Per anni e per certa critica ufficiale è stato considerato solo un folle, sebbene di talento, o un drogato, rilegato nel ghetto del ‘genere' fantascientifico. Negli anni sessanta ha sicuramente provato LSD in più di un'occasione, ha fatto un uso smodato di anfetamine e pillole eccitanti, ma c'è da dire che negli anni sessanta era una pratica piuttosto comune e non ancora circonfusa dall'alone di biasimo e censura che è presente oggi. Per mesi, tra la fine dei sessanta e i primi settanta, la sua casa è stata aperta a tossici e spacciatori, nel romanzo L'oscuro scrutare è stata rappresentata questa discesa agl'inferi che è stata il mondo della droga.
Aveva spesso la sensazione di essere spiato o ascoltato da ufficiali del governo o dall'FBI (in un'occasione due agenti fecero diverse visite e domande a Dick e a sua moglie), d'altronde aveva vissuto la caccia alle streghe di Mac Carthey e più tardi gli anni di Nixon sfociati nello scandalo Watergate, le sue paranoie non erano del tutto infondate.
Osservando alcune sue foto e dalla descrizione che ne danno gli amici, Dick vestiva in un modo del tutto personale, immancabile camicia di flanella a quadri, pantaloni o jeans da lavoro e stivali militari, accentuando ancora di più la distanza con il Koinos Kosmos come lo definisce lui, il mondo condiviso. Anche Dino Campana il ‘Mat' e il folle par exellance della nostra poesia vestiva come un contadino trasandato e non faceva nulla per nascondere comportamenti eccentrici.

Quando un uomo, o una donna, manifesta delle caratteristiche che non rientrano negli schemi della cosiddetta normalità e per giunta manifesta caratteri artistici, gli si affibbia subito l'etichetta del genio-folle. In più, fino a qualche anno fa, si considerava questa caratteristica ‘diversa' e folle la causa principale della manifestazione dell'arte; si associava l'arte al negativo e al male.
Così un poeta, un pittore o uno scrittore è artista non malgrado le difficoltà personali, idiosincrasie, piccole manie, paranoie, atti ipocondriaci, ma solo e unicamente grazie a queste (sarebbe una lunga lista di esempi, da Van Gogh, Ligabue, Artaud, Nietzsche, Campana, Tasso, Merini e via dicendo).
Molte cose partecipano alla creazione di un'opera, che sia musicale, architettonica o letteraria, la parte dell'eccentrico e della dismisura può parteciparvi se è presente l'altra, quella della misura, dell'ordine e della tecnica. Una persona realmente disturbata la cui salute mentale è sottoposta a continui stati di profondo malessere, difficilmente produce opere di qualsiasi genere di arte; molto brutalmente si può dire che difficilmente si vede un folle (o un pazzo) dedicarsi con continuo successo al romanzo.

Si è accennato al ghetto del 'genere', e la fantascienza (SF science fiction) è stata per Dick una prigione, sebbene divertente e amata, dalla quale ha tentato di evadere per tutta la sua ‘carriera' di scrittore; ha aspirato alla letteratura e alla narrativa mainstream (realista), ha tentato con diversi romanzi di pubblicare con editori ‘seri'. Ne ha ricavato una profonda frustrazione, quando non una vera e propria depressione, nel vedere rispediti al mittente i suoi lavori non fantascientifici o 'seri'.
La critica ha sempre tentato di definire un autore dalla scuola di appartenenza, i vari 'ismi', o dal genere di narrativa a cui si è dedicato, compito utile per gli studi e i manuali, ma che spesso finisce per non rendere in pieno la complessità e la forza di uno scrittore; così con troppa superficialità si pensa a Dick come autore di sf.
Se compito della letteratura è dare forma alle utopie e voce alle nostre paure, interrogarsi sull'uomo, sul mondo e sul significato della vita, capire perché è il male e in che proporzione partecipa al bene (pensate alla domanda di Sant'Agostino: Si deus est, unde malum?); chiedersi quale è la caratteristica e l'emozione che ci definisce uomini, tutto questo è stato tentato e posto in questione nei romanzi sf di P.K.Dick, ha costantemente sollevato la questione su cosa sia reale e cosa sia umano.
Se nell'opera di un autore sono presenti sempre queste domande, che usi la commedia o la tragedia, che usi il verso o il romanzo realista, non potrà che dirsi scrittore, sopra ogni definizione di genere che diviene un semplice ‘medium', un mezzo per dar voce e corpo alle sue domande.

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