Recensioni e commenti di saggi

a cura di PierLuigi Albini

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Vacca   

Giuseppe Vacca - Il riformismo italiano. Dalla fine della guerra fredda alle sfide future

Editore Fazi
Collana Le terre
pagine 280
anno 2006

Fare i conti in poche righe con la corposa ricostruzione che l'autore dirigente della sinistra e presidente dell'Istituto Gramsci - fa delle vicende di cui al titolo non è possibile. Sarà magari necessario tornarci sopra in modo più ampio, perché troppo dense di interrogativi e di problemi non ancora risolti sono le vicende che dal secondo dopoguerra ad oggi hanno connotato le varie forme di riformismo politico. Un'espressione, peraltro, che si è prestata e si presta alle più varie letture, strumentalizzazioni e distorsioni, buone per tutti gli usi, fino al punto che è invalso un suo generico e fraudolento uso per definire qualsiasi intervento di modifica degli assetti politici, economici e sociali, anche quelli che sono l'esatto contrario del riformismo, ossia misure conservatrici o di restaurazione.
L'autore passa in rassegna l'evoluzione del riformismo di sinistra italiano, nelle versioni comunista e socialista, con qualche puntata, non però risolta per sua esplicita dichiarazione di intenti, nel riformismo cattolico. Ma, avendo l'impressione che l'ambizione del libro sia anche di fornire un retroterra storico al possibile approdo dei riformismi italiani nel proposto Partito democratico, mi pare che l'aver lasciato in ombra il ruolo e il peso della Chiesa in Italia nel condizionarne le vicende politiche rischi di velare una parte fondamentale dei problemi che si presentano oggi sullo scenario politico. Nel ricostruire alcuni dei caratteri fondanti del riformismo comunista italiano, che si è in pratica espresso lungo tutto il primo quarantennio della Repubblica, al di là delle rigidità ideologiche, dei condizionamenti internazionali e del conflitto politico con la DC, l'autore mette anche in evidenza come quest'ultima sia stata l'unico partito democristiano europeo in cui abbiano convissuto una destra conservatrice e una sinistra riformista. Una delle due cosiddette anomalie italiane - l'altra era appunto un comunismo democratico e riformista ben radicato nel Paese - mal comprese nel continente e i cui tentativi di darle una proiezione europea non hanno mai avuto successo (come nel caso dell'eurocomunismo). Un tema di nuovo attuale - quello di un inserimento nel contesto politico europeo - che rappresenta uno dei due ostacoli più forti alla formazione di un grande partito riformista. Il punto è che la vera anomalia italiana, rispetto a tutte le altre esperienze europee, è rappresentata dal ruolo che ha qui il Vaticano.
L'analisi del riformismo socialista, specialmente al tempo di Craxi, mette in evidenza come nel "duello a sinistra" ci fosse una "percezione non adeguata della storia italiana, tale da mettere il PSI "alla mercè del competitore democristiano." Ma altrettanto severo è il giudizio sull'esperienza dell'unità nazionale che "aveva messo a nudo la subalternità del PCI alla DC e ne aveva avviato il declino." Non meno negativo il giudizio sul socialismo europeo, prigioniero di dimensioni domestiche, rivelatosi incapace, nel momento in cui governava la stragrande maggioranza degli stati europei di far compiere all'unità europea dei sostanziali passi in avanti; se si escludono le pur importanti proposte di Jacques Delors "ben presto molto citato ma accantonato." Interessante anche la ricostruzione degli ultimi venti anni delle vicende politiche nazionali, con la trasformazione del PCI, la caduta della DC e la pratica scomparsa del vecchio Partito socialista.
Ma debbo dire che la conclusione appare sconcertante. All'autore, l'unico attore vitale rimasto sulla scena sembra essere il riformismo cattolico, tanto da fargli scrivere che "il Partito democratico potrà essere la democrazia dei cristiani ampiamente argomentata e descritta da Pietro Scoppola nel suo ultimo libro." Con il che, l'anomalia italiana diviene una versione di sinistra del guelfismo. Su un punto ha però ragione e cioè che "la messa a fuoco della storia da cui i DS principalmente provengono non è stata ancora compiuta dall'élite che li guida."

Tranfaglia   

Nicola Tranfaglia - Un passato scomodo. Fascismo e postfascismo

Editore Baldini Castoldi Dalai
Collana I saggi
pagine 115
anno 2006

L'autore salda qui i conti con i revisionismi storico-politici, relativi alla vicenda fascista e nazista, che hanno attraversato la storiografia degli ultimi decenni del secolo scorso e che non hanno certo cessato di produrre notevoli effetti distorsivi. Chiarito che il revisionismo rappresenta uno dei caratteri fondativi e metodologici della ricerca storica (il che non vuol dire accettare la falsificazione della storia), l'autore respinge la vera e propria leggenda creatasi attorno ad supposto ostracismo di Renzo De Felice, uno dei più importanti storici del fascismo del secondo dopoguerra.
Intanto, a uso dei frequenti arzigogoli e scantonamenti di un revisionismo scorretto, Tranfaglia riassume efficacemente così quello che è da considerarsi il problema centrale del nostro passato: "la storia unitaria dell'Italia ha poco più di centotrent'anni e, nel momento in cui si è modernizzato, passando da una società agraria a una società industriale, lo Stato liberale, fondato dai protagonisti dell'unificazione nazionale, non ha retto e ha ceduto il passo al primo movimento fascista dell'Europa." Solo grazie alla sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, aggiunge l'autore, il fascismo non ha potuto presumibilmente durare quanto il franchismo spagnolo. Bisogna sempre tenere presente che "il fascismo ha chiuso in vent'anni la sua parabola non per consunzione interna, ma essenzialmente per un colpo venuto dall'esterno." Se si tiene ferma la bussola di queste affermazioni, in modo certo non meccanico, tutta la vasta costellazione dei problemi etici, di costume, religiosi, politici, economici e sociali e persino elettorali (insomma, la falda profonda del Paese) che arriva fino a noi, si dipana in modo storicamente coerente con un tradizione democratica assai debole. Illuminando in qualche modo anche l'oggi. Nasce proprio da ciò l'attualità della nostra Costituzione come rottura e tentativo di un nuovo inizio della storia nazionale.
La sintetica analisi di Tranfaglia delle condizioni storiche in cui si è affermato il regime fascista e dei suoi caratteri specificamente nazionali, è davvero un pezzo magistrale di storiografia, capace di illuminare in modo potente e asciutto tante delle vicende attraversate dall'Italia nel periodo successivo. Ma lo storico non tralascia nemmeno un'analisi dei limiti e dei ritardi della ricerca storica italiana nel secondo dopoguerra, sulla quale hanno ovviamente pesato le operazioni politiche e culturali - nonché la specifica tradizione nazionale (ad esempio il crocianesimo) compiute per "superare la distanza con i Paesi più vicini e affini per storia e antichi scambi." Dato poi atto a De Felice di quel che De Felice ha effettivamente scritto e sostenuto (al di là degli stravolgimenti e delle strumentalizzazioni politico-mediatiche) Tranfaglia gli rimprovera di aver sempre avuto una scarsa propensione a confrontarsi con gli altri storici e di aver spesso sostenuto nelle sue più diffuse interviste cose diverse o che non trovavano conferma nei suoi ponderosi lavori di ricostruzione della vicenda fascista. Ma l'autore contesta a De Felice anche alcune ricostruzioni di merito che non trovano conforto nei documenti disponibili e che, se ho capito bene, sono alla fine risultate del tutto strumentali ad un disegno che storico non è. Vale a dire alla richiesta di porre "su basi nuove la carta fondamentale della Repubblica", a partire da una riconciliazione tra fascisti e antifascisti. Tradotto in parole povere, al disegno di innestare in qualche modo la forma democratica assunta dalla Repubblica italiana sulla tradizione conservatrice e reazionaria che presiedette alla nascita del fascismo. Anche i tentativi di depotenziare il senso della Resistenza nascono da qui, dalla necessità di considerare i primi cinquant'anni della Repubblica una specie di parentesi. Come dire: la ricreazione è finita.

Luise   

Raffaele Luise - La visione di un monaco. Il futuro della fede e della chiesa nel colloquio con Benedetto Calati

Editore Cittadella
pagine 100
anno 2001

Questa intervista al monaco camaldolese, corredata da una introduzione di Umberto Galimberti e da una testimonianza di Pietro Ingrao, racchiude davvero la suggestione di un altro cristianesimo, lontano dalle pompe e dai poteri ecclesiastici e capace di inattesi e spregiudicati giudizi sull'uso e sull'abuso della fede e di grandi aperture alla modernità. A partire dal giudizio sull'atmosfera preconciliare, "dove prevaleva il magistero assoluto della chiesa, formata da ecclesiastici, e dove, possiamo dirlo, non c'era ombra di vita [...] Questa era la realtà: uomini e donne privi del diritto alla vita." Laddove questo diritto alla vita si riferisce ovviamente alla vita nell'ambito della chiesa, in cui il potere era modellato su quello temporale. Insomma c'era un clima di paura, "nella più totale mancanza di quella libertà che è la nota fondamentale del Nuovo Testamento." E questo perché si aveva paura della laicità, ossia del mondo.
Ma poi ci sono stati il Concilio Vaticano II e le sue straordinarie novità consistenti nella riscoperta del primato della Parola per cui "l'ultimo credente, diceva Gregorio Magno", può interpretarla. Ma allora, chiede l'intervistatore, cosa diventa la Congregazione dell'ex Sant'Uffizio? "Diciamolo sinceramente dichiara il monaco deve andarsi a farsi friggere." Perché "la clericalizzazione dichiarata come evangelica non risponde a verità". Si tratta di un frutto della storia e quindi va relativizzata. Purtroppo Paolo VI chiuse il Concilio per timore delle troppe novità e per riprendere il cammino curiale, ma "il papato o si riforma nella sua struttura profonda diventando una comunione di vescovi [...] o rimane incapace di dialogare", vanificando così anche il dialogo ecumenico. Per questo, "la chiesa deve essere non democratica, ma superdemocratica", per cui anche la Curia, così com'è, ha fatto il suo tempo. Ora, continua Dom Calati, se la notte di per sé non c'è mai per la chiesa in quanto testimonianza di Dio, la chiesa in quanto istituzione attraversa invece una lunga notte dovuta all'affossamento del Concilio Vaticano II.
Contro la definizione del cardinal Bellarmino della chiesa come società perfetta, il priore camaldolese propone un'interiorizzazione del cattolicesimo, una chiesa più mistica, "cioè non più clericale, non più monacale, ma di fede e di amore vissuti." Del resto, anche la gerarchizzazione della chiesa è un frutto della storia. Nelle lettere di San Paolo "non c'è nemmeno l'ombra della gerarchizzazione, si parla soltanto di servizio ministeriale alla chiesa." È in questa ottica che va favorito il dialogo ecumenico, ma anche "le varie teologie della liberazione [...] Oggi, invece, si privilegiano solo le teologie dell'Opus Dei e di Comunione e Liberazione!" Insomma, incalza l'intervistatore, "la chiesa comunione, la chiesa popolo di Dio deve abbandonare il clericalismo e divenire compiutamente laica?" Necessariamente - risponde Dom Calati -. Questa parola clericale deve essere scomunicata. La laicità, a riguardo, è la vera parola evangelica."

Quagliariello   

Guido Rossi - Il gioco delle regole

Editore Adelphi
Collana Saggi. Nuova serie
pagine 110
anno 2006

«La morale viene chiamata in causa dove, e quando, il diritto fallisce». Questa amara considerazione di Guido Rossi - illustrata con l'esempio dello scandalo Enron, laddove il legislatore americano, pur inasprendo le pene per comportamenti economico-finanziari scorretti, ha ritenuto opportuno richiedere l'adozione extragiuridica di codici etici supplementari - la dice lunga sui cambiamenti in atto da parte dei soggetti economici. Il diritto (i diritti) è un costrutto storico, che si allarga, si modifica e si contrae in rapporto al mutamento delle condizioni socio-tecniche. Ora, il tema centrale affrontato dal libro, con un occhio prevalente alla situazione italiana, è quello di un sistema capitalista soffocato da una produzione legislativa proliferante, ma in realtà governato «da regole che i principali attori del sistema di volta in volta in volta scelgono, a secondo delle proprie convenienze, nascondendosi dietro lo slogan della libertà contrattuale.»
Questo agile saggio di uno dei maggiori conoscitori dei meccanismi finanziari più riposti che (s)regolano l'attività economica è una lucida analisi e denuncia del fatto che il diritto è in frantumi, che i soggetti economici sembrano praticamente incontrollabili, che la cosiddetta etica degli affari è disattesa, che la distanza tra la norma positiva (e la sua efficacia) e i comportamenti di fatto sono talmente distanti da disgregare dall'interno lo Stato di diritto. L'ultimo legislatore italiano, nel depenalizzare il falso in bilancio, ad esempio, non ha fatto altro che sancire l'idea che negli affari è normale imbrogliare. Ma gli esempi di incontrollabilità e di costanti comportamenti censurabili da parte delle multinazionali non hanno bisogno di essere illustrati.
L'unica speranza, secondo l'autore, è che cominci ad affermarsi sempre di più uno ius gentium capace di districare i «casi di diritto internazionale e nazionale più intricati», in quanto applicati dai giudici nazionali, anche per reinterpretare le norme positive locali. Naturalmente, aggiungo, da chi del sistema ormai fuori controllo beneficia, c'è da aspettarsi una battaglia all'insegna delle più svariate motivazioni ideali e politiche. Il fatto è che il processo di globalizzazione attuale (nella storia ce ne sono stati altri), sul quale le autorità nazionali non riescono più ad incidere, sconvolge non solo la governabilità del mondo a causa dell'assenza di efficaci meccanismi e di soggetti regolatori, ma con la sua filosofia ultraliberista rischia di travolgere persino i più elementari diritti umani. L'anarchia e l'assenza di regole efficaci premiano solo il più forte e ciò porta alla disgregazione sociale e alla lotta di tutti contro tutti, in cui il problema del controllo rischia di essere risolto, in nome dell'emergenza, con la scomparsa dello Stato di diritto. Insomma, con la militarizzazione. Significativo è l'esempio che l'autore fa del dibattito in corso negli Stati Uniti sul problema dell'ammissibilità della tortura (che di fatto, è applicata nelle circostanze militari che sappiamo) e dove secondo alcuni accreditati giuristi i diritti costituzionali andrebbero riscritti in una situazione di emergenza, quale quella del terrorismo (compresa l'ammissibilità della tortura).
«L'unica vera risposta alle sfide del terrorismo, scrive l'autore, è lo Stato di diritto.» Qui è il punto etico e politico irrinunciabile per non disarmare davvero la democrazia nel confronto con altri regimi.

DeAngelis   

Valentina De Angelis - Arte e linguaggio nell'era elettronica

Editore Mondadori Bruno
Collana Sintesi
pagine 352
anno 2000

Sono stato incerto se recensire questo testo, per il suo carattere molto specialistico e per la complessità della sua struttura, tanto da rappresentare più uno strumento preliminare di studio metodologico e comparativo, che una lettura soltanto impegnativa. Ma debbo dire che due frasi agli inizi della Premessa mi hanno alla fine incoraggiato, quando l'autrice afferma che per quanto riguarda l'estetica "non è possibile garantire un metodo rigoroso di analisi, il passaggio dalla descrizione alla valutazione critica è incerto." E quando aggiunge che "anche nelle forme primarie della conoscenza sensibile simmetria, regolarità e continuità non sono gli unici criteri per la coerenza e il valore estetico."
Il libro utilizza un approccio interdisciplinare, si misura con quasi tutti i generi artistici e rappresenta una interessante linea di ricerca in un ambito - quello del rapporto tra arte e tecnologia dallo statuto ancora troppo incerto in Italia. Il pregio dell'indagine è quello di addentrarsi nell'analisi dei diversi generi artistici mantenendosi sempre sul filo della verifica tra capacità percettive e mutamento indotto dagli strumenti mediatici, avendo tesaurizzato la lezione della scuola bolognese di estetica (Anceschi, in particolare) e di quella canadese di Marshall McLuhan.
Il tema centrale è quello della possibile fusione delle arti, proprio alla luce se ho capito bene le intenzioni dell'autrice - delle nuove opportunità e della modifica delle nostre sensibilità indotte dalle tecnologie elettroniche, dove tale fusione provocherebbe l'abolizione delle distanze, una specie di corto circuito che provoca "una conoscenza istantanea e provvisoria anche se molto intesa." Ciò grazie al fatto citando Hermann Broch che l'arte avrebbe il compito di lasciare intuire "il residuo del mondo inattingibile per via scientifica." Insomma, è ciò che Robert Musil definiva come sensazione concava: un'implosione delle connessioni sinaptiche, improvvisamente dirottate verso circuiti non usuali che aprono una serie di botole verso un centro inaspettato di comprensione, verso una nuove ricettività del senso di ciò che vediamo/esperiamo. In effetti, se posso permettermi un'osservazione di metodo, mi sarebbe piaciuto che anche gli strumenti della neuroestetica entrassero nell'attrezzatura analitica dell'autrice. Questo avrebbe forse dato una diversa prospettiva all'affermazione che l'arte sopravvive "accettando di essere subalterna ai modelli conoscitivi della scienza". Affiora qui, infatti, una sorta di nostalgia, nonostante l'autrice si affretti poi a chiarire che "non è ragionevole cercare le qualità artistiche dei nuovi generi nel valore antico dell'arte."
Ma è sempre la tecnica il centro del problema, perché l'autrice dichiara che "la tecnica tende verso uno stato di intelligenza operativa pura, una sconfitta radicale del pensiero." Ora, questa nozione di sconfitta radicale è per davvero incomprensibile, a meno che per pensiero non si intenda una libera associazione di idee ostacolata dalla razionalità unidirezionale della tecnica. Però è curioso come possa sfuggire che è proprio la funzione estetica e artistica a rimescolare le carte e a impedire l'appiattimento della percezione sulla operatività pura.

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