Recensioni e commenti di saggi

a cura di PierLuigi Albini

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Giorello,Veronesi   

Giulio Giorello, Umberto Veronesi - La libertà della vita

Editore Cortina Raffaello
Collana I fili
115 pagine
Anno 2006

Un pamphlet in cui il dialogo inizialmente stenta a decollare, forse per eccesso di citazioni. Frutto della preparazione delle Conferenze The Future of Science di Venezia, il libro si concentra sui problemi sollevati dalle nuove tecnologie biomediche, difendendo naturalmente le impostazioni laiche e una visione razionale della scienza.
Intanto è bene richiamare il giudizio che si dà sulla bioetica. Il termine, è nato da una proposta del 1971 di "sostituire le consuete forme di morale con un'etica genuina, un'etica cioè che si basasse sulle leggi della biologia". Un'idea di ritorno alla natura, tanto impraticabile, quanto stravagante, visto che come sostiene Giorello "di fatto, non vi è nulla di più artificiale, di più culturale della definizione di naturale". E poi, quale etica? si chiede Veronesi visto che l'evoluzione procede per mutazioni che "di per sé, non sono né etiche né non etiche". Infatti, si sottolinea in seguito, si tratta di mutazioni piuttosto casuali, per cui paradossalmente si dovrebbe riporre maggior fiducia negli incidenti genetici che nella ragione. Insomma, non si capisce bene perché si deifica la natura. Piuttosto secondo gli autori - in seguito la bioetica è divenuto il luogo, il mezzo per sovrapporre impropri lacci e limitazioni alla libertà di ricerca, muovendo spesso da pregiudizi e da una cattiva informazione propinata soprattutto dai media.
Accanimento terapeutico, eutanasia attiva e passiva, in breve il diritto di morire (ma anche la clonazione) sono al centro delle preoccupazioni e delle provocazioni dei due autori. Riallacciandosi alla citazione di Giorello di una famosa frase di Indro Montanelli ("non capisco come non sia legittimo decidere della propria vita, ma non decidere della propria morte"), Veronesi ci ricorda che una volta "la giustificazione del dolore compensava la capacità di vincerlo". Ma ora, che senso ha? - pensando anche alla scarsissima attenzione di una diffusa cultura sanitaria nazionale per le terapie del dolore. Per cui si assiste al curioso capovolgimento logico: quelle che sono culture della morte diventerebbero culture della vita e viceversa, grazie ad un insondabile piano salvifico amministrato con criteri imposti all'insieme della società. Anche a quella parte della società che nei piani salvifici non crede. La posta in gioco, insiste Giorello, è un principio di libertà, "la libertà dell'individuo di determinare da sé la propria esistenza". Il punto è molto semplice, in effetti. C'è chi parla di "un'assoluta indisponibilità della vita per singole persone" e c'è chi pensa che questo sia un sequestro della libertà individuale, un'invasione della coscienza altrui. Ottenuta, aggiungo, attraverso la concretezza e la cogenza di norme positive richieste al dominio temporale.
"I possessori di valori assoluti dichiara Giorello si sentono offesi" dalla richiesta di libertà di pensiero, di qualsiasi schema concettuale, di esprimere le proprie idee e di uniformarvi le proprie decisioni, in modo da far vivere davvero la democrazia come è, ossia una democrazia di conflitto? "Continueremo a offenderli, questo è pacifico" conclude.

Odifreddi   

Piergiorgio Odifreddi - La scienza espresso. Note brevi, semibrevi e minime per una biblioteca scientifica universale

Editore Einaudi
Collana Einaudi tascabili. Pop
113 pagine
Anno 2006

La recensione di un libro di recensioni è una metarecensione?
Domanda legittima, visto che il noto matematico e divulgatore disegna in cento piccoli ritratti bibliografici una mappa del sapere condensata in una possibile biblioteca. Ma non si tratta di un universo chiuso perché, nella migliore tradizione della letteratura multipla (quella che apre di continuo percorsi nuovi o che moltiplica le prospettive come in un gioco di specchi, in modo non casuale, ma seguendo criteri e simmetrie aritmetici), ad ogni pagina viene dedicato un testo (talvolta due o più), il quale avrà ovviamente al suo interno delle indicazioni bibliografiche, al cui interno... e così via.
Note brevi, semibrevi e minime, poi, come indica il sottotitolo, non solo per la diversa lunghezza delle recensioni (al massimo una pagina), ma perché l'ordinamento alfabetico dei titoli disegna una sequenza di argomenti che vanno dalla filosofia alla scienza alla religione, ripetendo il tema su diverse tonalità. Ma, scrive Odifreddi, "vi si ritrovano anche rotture di simmetrie tipiche dei fenomeni fisici: ad esempio, uno dei titoli è spiazzato rispetto all'ordinamento alfabetico, uno dei libri costituisce un'unità immaginaria nel campo della biblioteca reale, uno degli autori coincide con il recensore..." (che è, appunto, la pagina da cui è tratta questa citazione). La nota dominante però - essendo l'autore un matematico - è quella della matematica e dei suoi molteplici e spesso sorprendenti collegamenti con gli aspetti più diversi dell'attività umana.
Il timbro costante è quello dell'ironia, che talvolta si eleva nel sarcasmo con cui l'autore, laico militante, è uso affrontare gli argomenti della propria attività divulgativa. Sparsi come chicche gustose lungo le recensioni, giudizi severi si alternano a osservazioni paradossali, a informazioni curiose.
I libri di cui si parla non appartengono però solo al settore della divulgazione scientifica. Qualche breve scorreria nel campo della letteratura (alta e bassa, per usare ancora una definizione non più in uso), mette in evidenza i danni culturali (meglio, mentali) che certi libri di successo producono nella formazione di una visione del mondo aliena da approcci fantastici e misterici. C'è già tanto meraviglioso nella natura e nella scienza, sembra dire Odifreddi, che non si dovrebbe proprio sentire il bisogno di perdere "la strada che porta alla realtà". La tripla morsa di una cultura umanistica tradizionale, l'assenza di una cultura scientifica di massa e i danni di un eccesso della cultura dell'immagine che depotenzia la capacità di attenzione e di concentrazione dei ragazzi, non promettono nulla di buono circa il livello futuro del nostro paese.
Molto carina, infine, la preghiera del matematico contenuta in uno dei libri recensiti: "Dacci oggi la nostra congettura quotidiana. Sia fatta la tua logica, nei lemmi come nei teoremi. Rimetti a noi i nostri errori di calcolo, come noi li rimettiamo ai nostri studenti. E liberaci dall'indicibile."

Barilli   

Renato Barilli - Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005

Editore Feltrinelli
Collana Universale economica. Saggi
234 pagine
Anno 2006

Un libro, un inventario ragionato dell'arte degli ultimi decenni che, come tutte queste compilazioni critiche, frutto di articoli e saggi apparsi in tempi diversi e riassemblati in un'opera unitaria, è difficile leggere senza il contemporaneo ausilio del Web, per avere il necessario riscontro tra le immagini, le tendenze artistiche descritte e il contenuto delle opere. Ossia, per decifrare visivamente la sterminata lista dei protagonisti citati.
Naturalmente l'autore fornisce anche una chiave interpretativa di movimenti, tendenze e sperimentazioni che si sono susseguiti a ritmi sempre più accelerati nell'ultimo trentennio del Novecento. Barilli offre due sistemi di coordinate che, utilizzate con una certa cautela, dovrebbero permettere di mettere un po' d'ordine nel mutamento delle proposte artistiche e nel dare conto della maggiore o minore vicinanza di un artista rispetto ad un altro. Da un lato, in senso, diciamo così, orizzontale l'andamento pendolare della produzione artistica (in una fase all'incirca di un decennio) che va avanti in modo pressoché omogeneo in una certa direzione, dando fondo a tutte le sue possibilità espressive; per poi "intraprendere un movimento di segno contrario", una specie di regressione o di ritorno all'ordine, per usare un'espressione novecentesca. In senso verticale, o meglio, temporale, dall'altro lato, queste oscillazioni si sviluppano con un andamento a spirale, per cui ogni ritorno non è uguale alle esperienze precedenti a cui pur si richiama, ma è accompagnato da "un indice di differenziazione, rispetto alle modalità secondo cui quelle certe forme erano coltivate in altri momenti." Insomma, si tratta di assumere la coppia innovazione-recupero, distesa attraverso il tempo, come un filo di Arianna.
Sistemata così la lanterna sul casco, l'esplorazione può cominciare, pur rischiando spesso di perdersi in una selva di cartigli (Nuovi Nuovi, Anacronisti, Neo Pop, Nuovi selvaggi tedeschi, Iperrealisti, Graffisti, Aniconici, Postconcettuali e così via, solo per citarne una piccola parte). Eppure, dallo stesso testo dell'autore e dal confronto immediato con le immagini disponibili su Internet viene fuori l'impossibilità di racchiudere l'arte attuale dentro polarità costanti. L'osservazione non riguarda il testo di Barilli, ma si ha l'impressione che una certa classificazione, quale che essa sia, funziona per un certo periodo di tempo e per una certa tendenza, poi non più, sicché si immagina che la critica sia costretta a mettere in piedi un bricolage di giudizi, piuttosto che un'analisi fattuale. Lo stesso Barilli, d'altra parte, quando affronta il fenomeno del Graffitismo newyorkese e europeo, scrive che è necessario cambiare lo schema interpretativo.
Impossibile qui ripercorrere le tendenze e citare gli artisti. Piuttosto, conviene osservare che spesso le prime sono più il risultato di un'azione di assemblaggio operata da un critico (come nel caso della Transavanguaria) o di un gallerista di successo (come nel caso degli Young British Artists) che il riconoscersi di un gruppo di artisti attorno ad una poetica unitaria, come ci avevano abituati le Avanguardie storiche del Novecento.
Comunque, si tratta di un testo che non può mancare nella biblioteca di chi è appassionato di arte contemporanea.

Montalcini   

Rita Levi Montalcini (con disegni di Giuliano Ferri) - Eva era africana

Editore Gallucci
Collana Universale d'Avventure e d'Osservazioni
90 pagine
Anno 2005

Apparentemente si tratta di un libro diretto ai ragazzi e alle ragazze, ma mi chiedo se padri e madri non avrebbero tutto da guadagnare regalandolo e leggendolo insieme ai propri figli.
Un libro di agevole lettura, composito, che con una semplicità davvero ammirevole traccia la storia e segna l'attualità del continente africano e dell'intero genere umano. Visto che "Eva" era africana e che da lì il genere Homo sapiens si è sparso su tutta la terra. Visto che da lì una grandissima civiltà come quella egizia ha inventato molti degli attrezzi culturali di cui tuttora ci serviamo. Insomma, stiamo parlando della culla dell'umanità moderna.
È straordinario come tenendosi alla larga da una terminologia difficile e riuscendo a sciogliere con estrema facilità questioni complesse come l'evoluzionismo, osservazioni di genetica e traiettorie della storia, l'autrice approdi, attraverso brevissime testimonianze di quattordici donne africane di diversi paesi, alla descrizione dell'orgoglio e della sofferenza delle donne. L'orgoglio di essere probabilmente la principale, se non l'unica, arma di riscatto del continente e la sofferenza di una condizione tuttora di emarginazione e di oppressione.
Si tratta di riuscire a fare una cosa semplice a dirsi ma la cui pratica richiede aspre lotte e sacrifici immensi: battere la miseria e l'ignoranza, passando per le donne, che rappresentano la speranza di fare dell'Africa non solo una terra di sofferenza, ma anche di speranza, per usare le parole Aminata Traoré, ex ministro del Mali.
Solo il fatto di riuscire a superare quelle usanze tribali che in molto paesi una tradizione barbarica a dominanza maschile infligge alle donne lesioni fisiche - relegandole anche ad un ruolo secondario e spesso di sfruttamento - rappresenterebbe un gigantesco passo in avanti per il mondo intero. In questo caso non c'è alcun rispetto culturale da coltivare, nessuna tradizione ammantata di sacralità religiosa da tenere in considerazione. Ma è essenziale, perché ciò avvenga, che siano le donne di quelle terre ad esserne le protagoniste, perché solo così l'evoluzione avrà contraccolpi positivi sulla stessa cultura arcaica dei maschi. A noi spetta di sostenere questi sforzi nei modi adeguati, coscienti che così non stiamo aiutando solo loro, ma anche noi stessi, in un mondo divenuto ormai uno.
Il nome di mia madre è affanno. / D'inverno mia madre si affanna / a cercare la legna, / d'estate mia madre si affanna per l'acqua, / tutto l'anno si affanna per il riso. / Il nome di mia madre è affanno. Così ha scritto una adolescente della Sierra Leone e l'autrice conclude dicendo di sperare che il futuro sia donna, visto che loro sono per davvero, per il ruolo rivestito, per essere le madri di tutti, per le loro capacità di adattamento, di relazione e di immaginazione, la vera spina dorsale dell'Africa.
"Libretto" davvero straordinario questo, anche nei suoi disegni, che riesce ad unire la divulgazione scientifica alla divulgazione di principi civili di convivenza.

Khadra    

Yasmina Khadra - L'attentatrice

Editore Mondadori
Collana Strade blu
232pagine
Anno 2006

Non contravverrò al carattere di questa rubrica, se recensisco un libro che non è un saggio ma un romanzo. L'ho letto poco dopo le Cronache mediorientali di Robert Fisk e mi è sembrato una sua continuazione in presa diretta, dal punto di vista di un arabo israeliano che tenta invano di rimanere estraneo alla guerra eterna che insanguina quelle terre. È quasi una postfazione su ciò che può pensare e che può capitare a chi vive il dramma israeliano-palestinese. Intanto, la scrittura è serrata, incalzante, come gli episodi che si susseguono e che tagliano come un'impietosa lama i tentativi del protagonista di rimanere lucido, presente a se stesso. L'implacabilità del conflitto distrugge ciecamente ogni razionalità, ogni progetto di vita, e nessuno riesce a sottrarsi al macello permanente, magari cercando di fare della propria vita un rifugio privato e protetto dagli eventi.
L'autore è un algerino, un uomo nato nel Sahara, un ex militare, una delle voci più interessanti del mondo arabo e il libro ha avuto uno strepitoso successo in Francia.
È storia anche questa. Storia non descritta, non analizzata freddamente ma, per così dire, incarnata, che di continuo balla da una parte e dall'altra delle ragioni che animano le azioni e le reazioni di chi vive in Palestina e in Israele: da una parte e dall'altra. Ma è proprio questa la chiave di fondo del libro: qui la violenza diventa una macchina cieca che ingigantisce nutrendosi della sua stessa esistenza, anzi, delle sue vittime; che si insinua inarrestabile in ogni più piccolo varco, in ogni interstizio della vita. Chi cerca di opporsi, di ragionare, di andare alle radici di una logica spietata, di trovare magari una via di uscita condivisa, viene comunque travolto. In primo luogo dal sospetto di tradimento e poi dal fiume di sangue e di orrori che schiantano ogni barriera, ogni pietà di sé e ogni solidarietà per l'altro.
La religione e le sue versioni fanatiche diventano un ingrediente essenziale, un collante e un propellente per motivare e giustificare la disperazione e la ferocia di una distruzione universale. Fino all'esito tragico individuale della storia, in cui il protagonista, che è un medico, diventa un anonimo capro espiatorio degli automatismi dell'orrore quotidiano che nutre una terra cosiddetta sacra. Da essere umano, diventa improvvisamente cosa, sballottato e dilaniato dalle mostruosità che lo circondano. Il punto focale del libro è la trasformazione del terrore (del terrorismo) nel terrificante come condizione quotidiana di vita che attraversa indistintamente vittime e carnefici, che di continuo si scambiano le parti. Anche per questo il romanzo è un prolungamento, con altri mezzi espressivi, della storia raccontata da Robert Fisk.
Ma leggendo questo, mi è tornato in mente un libro di tutt'altra natura (ed epoca), La guerra giudaica di Giuseppe Flavio, un ebreo ellenizzato e romanizzato del primo secolo che racconta la storia delle ribellioni giudaiche al dominio imperiale e i fanatismi delle sette e delle concezioni religiose che nutrirono una tragedia non meno grande, rapportata a quei tempi. Provate a sostituire semplicemente i nomi dei luoghi, dei personaggi e delle armi. Comincio a pensare, irrazionalmente, che c'è qualcosa nell'aria di quelle terre che non fa bene alla salute dell'uomo. Eppure non bisogna arrendersi.

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