Il buio oltre la siepe

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Considerazioni a latere di Harper Lee,
Il buio oltre la siepe
trad. it. A. D'agostino Schanzer
34esima ed. Feltrinelli, 2009

Feltrinelli ristampa, per l'ennesima volta, questo To kill a mockingbird (testualmente Uccidere un tordo beffeggiatore, in Italia da sempre Il buio oltre la siepe), pubblicato negli Stati Uniti per la prima volta nel 1960 e scritto dall'allora trentaquattrenne Harper Lee, amica e collaboratrice di Truman Capote. Trattasi del primo, e quasi unico, romanzo dell'Autrice, presto accompagnato da una vasta eco e da un notevole riconoscimento, tanto da valerle subito non solo il Pulitzer ma anche una premiata versione cinematografica del racconto, con protagonista Gregory Peck e regista Robert Mulligan.
Qualcuno potrebbe chiedersi quale sia il motivo di una ennesima edizione italiana di questo breve romanzo, posto che l'ambientazione di esso risale addirittura agli anni Trenta e il tema – quello della discriminazione razziale negli Stati Uniti – risulta ormai superato, specie rispetto al quadro che l'Autrice ne fornì un sessantennio fa. Del resto, l'ipotizzato interrogativo è rafforzato da una tonalità e struttura narrativa tali, da fare apparire il tutto piuttosto incolore, privo di suspance e di trovate efficaci, sospeso a metà tra il giallo e il racconto processuale, senza però identificarsi né con l'uno né con l'altro genere di scrittura.

La storia è nota. Nel profondo sud dell'Alabama (dove nacque la stessa Lee), in una città di provincia (l'immaginaria Maycomb), la bimba Jean Louise (detta Scout), sorella del quasi coetaneo Jeremy (detto Jem), è figlia dell'avvocato Atticus Finch, il quale ha la peculiarità - come vanno ripetendo i concittadini bianchi ai due bimbi per motteggiarli - di essere un "negrofilo", perché difendere i neri in tribunale. Il vicino dei Finch, Nathan (detto Boo) Radley, è a sua volta considerato dai più (inclusi all'inizio i piccoli Finch) un folle, perché vive solo e segregato in casa. Una denuncia per asserito stupro della figlia è presentata, dal padre della diciannovene bianca Mayella Ewell, contro Tom Robinson, un nero che lavora le terre di altri. Ne assume d'ufficio la difesa Atticus e, a dispetto delle risultanze dibattimentali (descritte male, nonostante la Lee sia un avvocato), la giuria popolare condanna l'imputato. Poco tempo dopo, mentre Finch prepara l'appello, Robinson è ucciso a fucilate mentre tenta di fuggire di prigione. Accade infine che una notte, a pochi passi dalla casa dei Finch, vi è un tentativo di aggressione ai danni della piccola Scout, la quale riesce, con l'aiuto del fratello, a cavarsela. Sul posto lo sceriffo rinviene, accoltellato, il cadavere di Ewell padre; e nonostante comprenda che a uccidere il criminale, per difendere la bimba, sia stato proprio "Boo" Radley, decide di evitare il rischio di un altro verdetto a sfavore di un uomo inviso alla opinione comune, fornendo la versione secondo cui Ewell sarebbe caduto sul proprio coltello uccidendosi senza volerlo.

Se una ragione vi è ancora, per parlare oggi del tanto famoso quanto scontato romanzo della Lee – narrato in prima persona, quale ricordo d'infanzia, da Jean Louise -, pare a chi scrive che si tratti di quella atmosfera, fissa come una cappa, la quale attraversa tutte le pagine del racconto: quel coperchio, cioè, di preconcetti, che dominano la corrente opinione e che si rivelano tanto falsi da meritare un totale ribaltamento. Piuttosto, se vi è "del marcio in Danimarca" (per dirla con l'aedo di Stradtford), esso sta proprio in capo ai maggiori accusatori, primi latori dell'opinione comune dispregiativa. Tale non è soltanto il caso dell'evento-clou del romanzo, cioè la presunta violenza carnale a danno della giovane Mayella, ma è altresì il caso di Arthur Radley (detto "Boo"), il quale da presunto folle diventa il salvatore di Scout, così come è pure il caso di un'altra vicina dei Finch, la signora Dubose, la quale, pur essendo la prima ad accusare Atticus di "negrofilia", risulta poi, subito dopo la morte, essere stata per anni una drogata morfinomane.
L'attualità del racconto di Harper Lee – il cui titolo originale in inglese trae spunto da una frase detta da Finch ai figli sul carattere innocuo del volatile – risiede pertanto in questa dialettica tra la "chiacchiera" del "si dice" e il putridume insito in quei "sepolcri imbiancati", i quali catalogano l'umanità sulla scorta di giudizi angusti e gretti, contraddistinti da un alto tasso di superficialità e dall'auto-elevazione dei loro autori a giudici del "reale" in forza di una – implicitamente presunta – posizione prevalente.
In questa prospettiva, il più autentico protagonista del racconto – per certi versi - non è tanto o soltanto il "liberale" avvocato Finch - il quale contro corrente difende i neri -, ma piuttosto e anche il suo vicino di casa Arthur Radley, il quale, da spauracchio del popolino idiota, risulta essere "al di là" di ogni giudizio "piccolo-borghese"-
Va detto che il tema dei "sepolcri imbiancati", ancorché a prescindere dalla sua origine evangelica (Matteo, in particolare), è già stato oggetto di riflessioni da parte di chi scrive: lo si è altrove, cioè, utilizzato per osservare talune condotte le quali si manifestano come ricorrenti da parte del c.d. demi-cultivé: quello stesso uomo, cioè, che Carlo Levi (in Cristo si è fermato a Eboli) vede come l'esponente della "mezza cultura", ivi includendo anche coloro i quali si reputano "istruiti" (posto che l'istruzione, se non non si "oltrepassa", rimane mezza cultura, siccome tale deteriore rispetto alla semplicità popolare: v. il ns. Su di un certo fariseismo della mezza cultura, in Il pensiero mazziniano, n. 3/2009, 116 ss.).
E se è vero, come è vero, che si è soliti pensare ai "sepolcri imbiancati" come esponenti tipici di una piccola e media borghesia, in contrapposizione a un'aristocrazia – o borghesia "alta" e illuminata –, che è invece (almeno tradizionalmente) reputata essere più sensibile all'arte (e dunque alla ricerca del vero), viene da chiedersi se, specie con riferimento all'epoca e alla società oggi correnti, una siffatta visione abbia (ancora) ragione d'esserci. A ciò si può ben rispondere che quel modo di vedere le cose non ha mai avuto un senso compiuto, proprio perché, nel suo stesso proporsi, esso incorre nel peggiore difetto che vorrebbe mettere alla berlina: il ragionare, cioè, per categorie diffuse composte in rigida fissità, invece di esaminare uomini e comportamenti - modi di dire specifici o di pensare - bene identificati senza astrazioni eccessive. Il rischio è sotto gli occhi di tutti, sol che si osservi ancora la realtà odierna, che in ciò è anche antica nel contempo: può accadere, infatti, che una satira apparentemente lucida e penetrante sia svolta proprio da chi, in circostanze lievemente diverse, si comporta sulla scorta di quegli stessi vincoli ideologici, fatti altrove oggetto di derisione. Le cose, allora, si pongono in altri termini; nel senso che la domanda appropriata è, semmai, se esista ancora un qualche criterio in forza del quale distingure, in termini di "autenticità", una critica proponibile da quella improponibile per contraddizione implicita.
A nostro modo di vedere, se una "cartina al tornasole" è tuttora reperibile per potersi distinguere fra l'autentico e l'inautentico, essa non può risiedere in astratte categorie economico-sociali, giacché la mescolanza endemica è ormai tale, da fare sì che il pensiero critico sia una sorta di pigmento vagante, diffuso senza distinzione di aree geografiche o di strati sociali. Piuttosto, una possibile autenticità va ravvisata di volta in volta - sempre a sommesso avviso di chi scrive - in chi ha il coraggio di "pagare di persona", e lo dimostra "nei fatti".
In questo senso Il buio oltre la siepe può assumere una sua propria forza significante, proprio perché i personaggi "fuori dal coro", cui l'Autrice attribuisce il suggello dell'autenticità, di fatto "pagano" – appunto - in proprio: Atticus difende d'ufficio i neri e sa di essere, per ciò, oggetto di derisione collettiva (glielo riferiscono per primi i figli); Radley coglie il valore della solitudine, e paga il pegno di essere considerato un pericoloso squilibrato; infine lo sceriffo Tate decide di oltrepassare lo iussum per affermare lo iuxtum, così rischiando in proprio per evidenti motivi.
Una ragione, allora, per rileggere questo romanzo esiste ancora; e ne giustificherebbe forse una nuova versione cinematografica, la quale però sarebbe tutta da ricostruire liberamente, andando a reperire differenziate situazioni contemporanee, in quanto tali riconducibili all'idea dcentrale della storia originale.

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